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Aulentissima Rosa

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Aulentissima Rosa

Filologico. Da sinistra, Luca Lazzareschi e Renato Carpentieri
Filologico. Da sinistra, Luca Lazzareschi e Renato Carpentieri

Non sono sicuro che l’idea di mettere in scena Il nome della rosa da parte dello Stabile di Torino sia proprio da considerarsi un omaggio a Umberto Eco – che, a quanto si sa, nutriva una passione molto tiepida nei confronti del teatro – e non già a una certa concezione della scena come prosecuzione del romanzo con altri mezzi, come grande meccanismo narrativo, che ormai da tempo è andata in crisi, ma continua forse ad alimentare le nostalgie di una parte del pubblico. Sta di fatto che anche qualche attore, per altro insospettabile, sembra avere colto l’occasione per tornare a una veemenza interpretativa pre-stanislavskiana, alla Ermete Zacconi.

Dirò subito che questa trasposizione del fortunatissimo “giallo” monastico-filosofico, per quanto miri chiaramente ad attirare le platee più tradizionaliste, meno sensibili alle evoluzioni dei linguaggi post-drammatici, è decisamente meglio di quanto non avessi immaginato. Confesso di essere arrivato al Teatro Carignano con molti pregiudizi, aspettandomi una proposta più sfacciatamente commerciale. Ho dovuto invece prendere atto che l’operazione è stata realizzata con professionalità e misura, e lo spettacolo che ne è derivato mi è parso un prodotto ben fatto, con tutto ciò che la definizione può implicare, nel bene e nel male.

La trama, come si ricorderà, ruota attorno alla figura di Guglielmo da Baskerville, un frate francescano ex-inquisitore e fervente sostenitore di metodi scientifici, che arriva col suo giovane allievo in un monastero benedettino in cui si verifica – siamo nel 1327 – una misteriosa catena di omicidi. L’inchiesta condotta dal frate, conterraneo di Conan Doyle e precursore di Sherlock Holmes – lo porta a scoprire la soluzione nella labirintica biblioteca dell’abbazia e in un manoscritto in essa custodito, nientemeno che il secondo libro, considerato perduto, della Poetica di Aristotele, quello che tratta della commedia e del riso.

Stefano Massini, che ne ha curato la versione teatrale, ha fatto un abile lavoro di cesello, riuscendo a mantenere una sostanziale fedeltà al testo originale conferendo al tempo stesso all’azione una sua compattezza, una sua efficace scorrevolezza, e un ritmo asciutto, sfrondato di ogni indugio letterario. La riscrittura drammaturgica porta, probabilmente, un po’ più in luce il simbolico conflitto tra la visione aperta, “progressista” di Guglielmo e le posizioni oscurantiste del resto delle gerarchie ecclesiastiche: ma siamo pur sempre di fronte a un furbo thriller, che comunque non potrà mai trasformarsi nel Galileo di Brecht.

La regia di Leo Muscato bada soprattutto ad assecondare l’andamento incalzante del racconto, senza abbandonarsi a particolari guizzi inventivi, se non quello di sovrapporre all’imponente impianto scenografico di Margherita Palli delle immagini proiettate, vetrate gotiche, paesaggi astratti, pagine di antichi volumi. Fra ceri accesi, fiamme infernali, parate di monaci incappucciati (i costumi, che non lasciano in verità troppo spazio alla fantasia, sono di Silvia Aymonino) non manca qualche inevitabile enfasi coreografica. Ma siamo lontani dagli esiti deludenti del Come vi piace da lui allestito qui nella scorsa stagione.

Fra gli attori se la cava al meglio Luca Lazzareschi, scarno, pungente, coi giusti tocchi di ironia, senza timore di misurarsi col mitico precedente di Sean Connery. Funzionano anche Giovanni Anzaldo nei panni di Adso de Melk, il ragazzo suo assistente, e Luigi Diberti in quelli di Adso anziano, col ruolo di narratore. Fra gli altri spiccano Eugenio Allegri nella doppia parte di Ubertino da Casale e dell’inquisitore, e Renato Carpentieri, che dà un’esuberanza istrionica quasi ottocentesca al vecchio Jorge de Burgos. Il tutto si segue volentieri, ma è un po’ come essere al cinema: va benissimo, ma continuo comunque a pensare che il teatro debba avere altri fini, spiazzare, scuotere, strappare lo spettatore ad abitudini consolidate.

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