Domenica

L’isola dell’adulterio

edoardo albinati

L’isola dell’adulterio

«La piscina». Romy Schneider  e Alain Delon   nel film  del 1969 diretto  da Jacques Deray
«La piscina». Romy Schneider e Alain Delon nel film del 1969 diretto da Jacques Deray

L’ultimo libro di Edoardo Albinati - Un adulterio, appena uscito per Rizzoli - sembra scritto in opposizione esplicita al suo penultimo, La scuola cattolica, apparso solo l’anno scorso, in tempo per vincere il premio Strega. Personale nella fattura e originalmente costruito, La scuola cattolica era il prodotto di una stesura decennale, che aveva assorbito una quantità notevole di letture, esperienze personali e documenti: ne era venuta fuori un’opera ricca di spunti di rilievo, ma esorbitante, secondo alcuni troppo espansa e troppo lunga. Forse Albinati ha voluto reagire a questo tipo di riserva, o forse ha voluto che il lettore lo pensasse nell’atto di reagire, dal momento che la prima e più evidente differenza tra il nuovo libro e La scuola cattolica riguarda proprio la mole: la Scuola è un quasi-romanzo “totale” di 1.300 pagine, Un adulterio una novella che non supera le 130.

Taglie diverse, direi provocatoriamente diverse, a cui corrispondono opposte soluzioni strutturali. Un adulterio racconta una vicenda contemporanea, ordinaria e in tutti i sensi circoscritta: agli sgoccioli dell’estate un uomo di trentasette anni e una donna di ventinove, entrambi sposati e con figli, si liberano con qualche scusa dalle rispettive famiglie per trascorrere un fine settimana in un’isola distante solo qualche ora di viaggio dalla metropoli in cui vivono. L’intera vicenda si svolge in questa porzione ridotta di spazio (l’isola) e di tempo («due notti e due giorni bellissimi»). La scuola cattolica, al contrario, macinava le sue mille e passa pagine attraversando decine di anni e centinaia di personaggi, mescolando tracce e ottiche narrative diverse - sebbene il fulcro del racconto ruotasse (letteralmente ruotasse, considerandone la struttura “ad anelli”) attorno a una scuola, a un quartiere romano (il quartiere Trieste) e a un famigerato fatto di cronaca (il cosiddetto delitto del Circeo, consumatosi nel 1975). Dal confronto si desume un’altra differenza significativa: se la Scuola narrativa si affidava a un congegno romanzesco ibrido, e quindi à la page, con ricorsi generosissimi a generi non finzionali come il saggio, l’inchiesta, il memoir e l’autobiografia, Un adulterio possiede un impianto piuttosto canonico, tutto descrizione e introspezione. Stavolta niente affresco sociale, niente trattato antropologico, niente Grande Romanzo e quindi niente digressioni: Un adulterio intende cucire a una vicenda banale e in sé conclusa un significato assoluto, una morale. Ecco perché mentre il libro del 2016 brulicava di nomi propri, circostanze precise e considerazioni saggistiche, in questo nuovo racconto i nomi sono solo due - quelli dei due adulteri, Erri e Clementina - e l’obiettivo è la ricostruzione di un solo e universale sentimento.

Tutto sommato, la scelta di darsi meno tempo per riflettere e meno spazio per divagare non sembra aver giovato allo stile di Albinati. Sul piano della tenuta formale Un adulterio lascia affiorare più crepe di quanto non facesse La scuola cattolica, dove un equilibrio non facile tra prosa saggistica e prosa narrativa (e tra scrittura del Sé e interesse per gli Altri) veniva raggiunto con successo. La lingua di Un adulterio è diretta altrove: si vuole accesa, sensuale, lussuosa («Burrascosa e sterile, arida, fu quella notte»). Ma come si dice dell’albergo scelto dai due amanti, «il lusso ha bisogno di una continua manutenzione, altrimenti si deteriora più rapidamente dello stile modesto»: ci sono momenti in cui il lettore di Un adulterio sente il bisogno di una cura formale maggiore («Erri carezzava la schiena madida di sudore di Clementina»), altri in cui di letteratura ce n’è forse troppa («Le parve di sentire nella sua bocca il bruciore dell’alcolico bevuto da Erri e delle nuove bugie, mescolati insieme. E un dolce tanfo di anice»).

E tuttavia proprio il confronto stilistico, al termine di questo lungo elenco di differenze, lascia al lettore l’impressione che il rapporto tra i due più recenti libri di Albinati sia più di complementarità che di semplice contrapposizione: come di una tavola dipinta di cui ci sia stato mostrato prima il recto, ricco di controllo formale e di dettagli, e ora il verso, più abbozzato, spontaneo e misterioso. Il lettore comune potrà tranquillamente fare a meno di leggere Un adulterio; chi apprezza e segue Albinati, invece, vi troverà elementi di interesse, perché il nuovo libro in parte corregge, in parte conferma la fisionomia di questo autore come la conoscevamo fino a oggi. Nel racconto a corto raggio della relazione tra Erri e Clementina ritorna dopotutto un tema profondo, forse il più profondo, della Scuola cattolica: il rapporto tra gli uomini e le donne all’epoca della post-borghesia - la fase in cui la tradizione patriarcale si sfalda e nella crisi di quel sistema di valori guadagnano posizioni un ordine simbolico e un immaginario femminili. Lascuola cattolica affrontava il fenomeno nella dimensione dello stupro e del delitto, Un adulterio in quella della passione amorosa; ma è una passione che rimanda ancora una volta a un conflitto, a una lotta per l’affermazione individuale (che contempla perfino, nella mente di Clementina, la fantasia ambivalente di un femminicidio). «Due esseri umani restano estranei l’uno all’altro mentre fanno l’amore. Solo un equivoco, definire questa “intimità”. (...) In realtà si combattono, combattono l’uno contro l’altro o l’uno per l’altro, come nemici o come amici non fa alcuna differenza, combattono augurandosi di perdere e di venire annientati, e invece sopravvivono». Così è, nel profondo, per Clementina, attratta dallo «squilibrio» che Erri rappresenta ai suoi occhi, sedotta e spaventata dal proprio desiderio bruciante di perdersi («appena mi sento felice, subito divento triste»); e così è per Erri, altrettanto riluttante all’idea di «toccare terra», ma meno consapevole del proprio bisogno di una vita alternativa, più disposto a perdersi nei film che gli attraversano la testa. «Tanto è lì che avviene tutto, no?»: Clementina lo ha capito; Erri lo capirà a sue spese.

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