Domenica

La bella estate di un Figlio della Lupa

memorie della seconda guerra mondiale

La bella estate di un Figlio della Lupa

Disciplina. Figli della Lupa in una colonia negli anni del regime fascista
Disciplina. Figli della Lupa in una colonia negli anni del regime fascista

«Ha un senso ricordare più di settant’anni dopo una guerra vista e vissuta da un bambino?», si chiede Corrado Stajano nel suo nuovo libro. Si rischia la sindrome di Pinocchio: «Com’ero buffo, quando ero un burattino!». All’epoca, infatti, Stajano viveva a Como ed era un Figlio della Lupa. Orgoglioso della sua funerea uniforme, già sognava il giorno in cui sarebbe diventato Balilla e poi Balilla moschettiere, con quel fucile adatto a sparare soltanto cartucce di carta, ma in grado di far somigliare chi lo impugnava a un «vero soldato». Il Figlio della Lupa aveva letto con passione i libri di Salvator Gotta. Non soltanto Il piccolo alpino, ambientato nella Grande Guerra, ma anche i capitoli successivi della saga, nei quali Giacomino diventava prima squadrista alle prese con i sovversivi e poi piccolo legionario in Africa Orientale. Pure il «Corriere dei Piccoli» faceva la propria parte, sbeffeggiando il Negus da disarcionare.

Sulle rive del Lario, quella del ’39 fu «una tragica estate mascherata di serena letizia». A maggio il Figlio della Lupa aveva acclamato il passaggio a Como di Ciano e von Ribbentrop, i ministri degli Esteri dell’Asse, in procinto di firmare il Patto d’Acciaio. Quel tardo pomeriggio lui e i suoi compagni di scuola avevano marciato in fila per tre sventolando bandierine con la svastica, agli ordini del maestro, vestito interamente di nero e con uno stiletto fissato alla cintura. Qualche nube s’addensava all’orizzonte, ma il cielo rimaneva terso e il quadro era rasserenante, per un bambino di nove anni. Il placido lungolago, le aiole di azalee, le fragranze della città vecchia, la finestrella del fruttivendolo, con mandarini, noci, datteri. Soltanto gli adulti che si spingevano sino a Chiasso e Lugano s’imbattevano in giornali inaspettati, scritti in italiano, ma non preconfezionati dalle autorità fasciste.

Ritornato sui luoghi della propria infanzia, Stajano li ritrova sonnolenti e dimentichi, sfiorati dalla Storia senza mai esserne diventati parte integrante. Chi si ricorda, per esempio, che la Casa del Fascio di Como firmata da Terragni – oggi sede della locale Guardia di Finanza – non soltanto non divenne la «casa di vetro» grottescamente invocata da Mussolini, ma sotto l’occupazione tedesca ospitò una camera di tortura per partigiani, antifascisti ed ebrei? Quello di Giuseppe Terragni – architetto antiretorico devoto al duce, che fece della città lariana la capitale del razionalismo modernista – non è il solo fantasma incrociato da Stajano durante queste postreme peregrinazioni. Ce ne sono altri. Alida Valli, «fidanzata d’Italia», giunta a Como da Pola, intravista mentre chiacchierava con le amiche sotto il colonnato del liceo Alessandro Volta. E Margherita Sarfatti, la «maga Circe del fascismo», proprietaria, non lontano dal lago (a Cavallasca), di una villa di campagna foderata di libri e abbellita dai quadri di Sironi, Boccioni, Funi. All’epoca, i contadini più anziani ricordavano ancora «la Presidenziale», che scortava in quest’alcova l’Alfa Romeo del duce.

Nel ricostruire la tragica parabola di Margherita – donna colta, ambiziosa, trasformista, biografa e amante di Mussolini, poi caduta in disgrazia e costretta all’esilio dalle leggi «razziali» – Stajano ingaggia un amaro corpo a corpo con il fascismo e la sua inquietante «eredità». Viene in mente la definizione datane dallo storico Angelo Ventura: «Un movimento politico che ha inventato e instaurato con la violenza, per la prima volta nella storia, un regime totalitario di destra in un paese civile e industrializzato». Questo primato spetta al fascismo italiano che, alleato della Germania nazista, spingerà il nostro paese «alla catastrofe di una guerra condotta con inefficienza, incompetenza e irresponsabilità senza pari nella storia dell’Italia unita». Quant’era lontana, anche sul Lario, l’Italia di Cavour, mezzo ginevrino di madrelingua francese innamorato dell’Inghilterra! Una cacofonia di slogan autarchici inondava il Figlio della Lupa: «È vietato parlare di politica e di alta strategia», «Il Duce ha sempre ragione», «credere, obbedire, combattere», l’esercito di «otto milioni di baionette», «il primo ministro Churchillone».

Ogni nuovo libro di Stajano è un parto più autobiografico del precedente. Come se quest’autore – inizialmente restio a esporsi in prima persona, preferendo dedicarsi ad alcuni personaggi esemplari, dall’anarchico Serantini all’«eroe borghese» Ambrosoli – sentisse il crescente bisogno di rivitalizzare con un «io» non debordante i brandelli della propria memoria (una vocazione forse affiorata per la prima volta nel 2001 con Patrie smarrite e proseguita nei successivi libri). Collaudata è invece la macchina narrativa: amalgama inconfondibile di fonti, stili e registri diversi, capace di fotografare la storia d’Italia con una profondità di campo inconsueta. Come risulta anche nel passaggio dalla prima alla seconda parte del libro.

Siamo nella primavera del ’45. Le rive indolenti e solatie del lago di Como hanno lasciato il posto alle macerie di Milano, su cui si affaccia l’ex Figlio della Lupa. Sono le ultime settimane della Repubblica Sociale. La città, scarnificata dai bombardamenti, è «una caldaia rovente di pece nera». Tanto inconsapevole era il fanciullo nella «bella estate» del ’39 quanto raggelato da un eccesso di lucidità appare l’adolescente cresciuto troppo in fretta, mentre percorre le spossate vie cittadine in una catarsi onirica e visionaria.

L’insurrezione partigiana è ormai alle porte, in Duomo celebra la messa il giovane David Maria Turoldo, frate servita del convento di San Carlo, nonché collaboratore attivo della Resistenza. Nonostante questi lampi nel buio, gli occhi dell’ex Figlio della Lupa si posano soprattutto su androni lugubri e sanguinanti. Villa Triste, dimora dei sadici della Banda Koch. L’Albergo Regina, quartiere generale delle SS, dal quale le urla dei torturati squarciano il silenzio della notte. La Basilica delle Grazie, colpita a morte dai bombardamenti, già sede del Tribunale della Santissima Inquisizione. Il ritiro di Santa Valeria, dove fu murata viva in una cella la monaca di Monza. Come mai lo sguardo del giovane sembra attratto più dalle tenebre che dalla luce? Forse perché in quella Milano caliginosa intravede non soltanto l’alba della Resistenza, ma anche il cupo futuro che un giorno, da adulto, racconterà egli stesso: la città di Piazza Fontana, delle Brigate Rosse, di Michele Sindona, di Tangentopoli. La città uscita da una tela di Goya, traboccante di relitti del dolore.

La Liberazione del 25 aprile sarà perciò soltanto un pallido raggio di sole calato sull’eterno orfanatrofio della guerra. Non è un caso che la terza e conclusiva parte del libro narri il rimpatrio del padre: «Catturato dai tedeschi al Brennero dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, internato in una catena di lager, liberato a Berlino dall’Armata Rossa nel maggio 1945, portato in Ucraina da dove ora sta tornando». Un’odissea che ricorda quella raccontata da Primo Levi nella Tregua, memoria dal titolo non proprio beneaugurante.

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