Domenica

L’inquietudine di un vero creatore

teatro. il «cantico dei cantici» di roberto latini

L’inquietudine di un vero creatore

Robeerto Latini in «Il Cantico dei Cantici». Foto di Angelo Maggio
Robeerto Latini in «Il Cantico dei Cantici». Foto di Angelo Maggio

Debutto al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari, il 3 giugno scorso, per l’ultimo lavoro di Roberto Latini, Il Cantico dei Cantici.
Possiamo però partire da una considerazione generale sul lavoro di colui che è senza dubbio uno degli artisti più importanti della nuova scena italiana da una ventina di anni almeno a questa parte.

Per quello che riguarda il suo folto stuolo di seguaci della prima ora (me compreso) va detto che sarebbe sufficiente vedere quest’attore in piedi o seduto con i suoi abiti di tutti i giorni a interpretare qualcosa a suo piacimento, un qualunque testo, (un tempo si sarebbe detto anche l’elenco telefonico) attraversandolo con la vasta gamma dei suoi registri vocali, per provare brividi profondi. Ma Roberto Latini è un artista a tutto tondo, non può accontentarsi di quella che per lui è la cosa più facile e immediata, infatti non ha mai puntato a fare il fine dicitore post-Bene o il mero veicolo vocale di una partitura letteraria o drammaturgica. Né tantomeno si è avvolto in una sua spirale narcisistica e di puro esibizionismo. Insomma Roberto Latini non basta a se stesso. E questo è un segno di intelligenza, testimonia con certezza l’inquietudine di un vero creatore, sicuramente dimostra la sincera necessità di una continua ricerca, ben oltre le proprie capacità e le proprie più evidenti possibilità.

Latini vuole sottrarre dal centro dell'attenzione la sua presenza, e lo ha fatto spesso nel corso degli anni, articolando complesse e a volte un po’ farraginose costruzioni sceniche e narrative, negando i suoi timbri vocali e la sua fisicità agli spettatori, ingabbiandosi in strani macchinari tecnologici, secondo operazioni non sempre riuscite ma interessanti proprio perché rischiose e imprevedibili. È evidente, però, che gli esiti più significativi del suo lavoro nascano quando corpo e voce, spazio e suono incontrano alcune opere particolari che gli consentono di fondere tutti gli elementi in una creazione coerente per quanto fatta di mille riflessi e di stratificazioni diverse. Come, ad esempio nel recente I giganti della montagna, dove si raggiungeva un altissimo grado di fusione fra il testo pirandelliano, la presenza dell’interprete e la costruzione visiva e acustica che gli nasceva intorno, arrivando così al cuore più tenebroso e spaventoso di quelle pagine, non a caso scritte dall’autore sul letto di morte.

Robeerto Latini in «Il Cantico dei Cantici». Foto di Angelo Maggio

In quei momenti si rivela l’unicità della figura di Latini all’interno della più intelligente scena teatrale italiana, dove, superati modelli e maestri, (Bene appunto, e certamente Leo e Perla) l'attore mette in campo una potenza espressiva e una capacità di visione e concezione del teatro davvero uniche. Questo suo ultimo esito scenico potremmo catalogarlo invece nella serie dei suoi esperimenti, certo fra quelli più arditi e originali, includendolo tra i momenti di scoperta e conoscenza di se stesso che Latini si concede e dei quali ci rende partecipi.

La decisione di partenza, dunque, era quella di affrontare uno dei testi di maggior altezza poetica, il Cantico dei Cantici, pagine che trovano posto nella Bibbia e che sono un’esaltazione dell’amore nella sua forza sentimentale e sensuale, spesso anche carnale, prestandosi così ad infinite interpretazioni e a profonde e complesse esegesi.

Ora, visto quello che abbiamo detto, sarebbe immaginabile pensare a questo artista davanti a un microfono con il solo scopo di dar corpo vocale a quelle frasi così, semplicemente, con il rischio di ispessirne la retorica, di ridurre tutto a una semplice declamazione, seppur di carattere? Cosa succede invece: i microfoni ci sono, ma sono quelli di una radio privata, c’è infatti un gabbiotto con l’on air in rosso, e lui diventa quindi un conduttore dai modi femminei, con un caschetto di capelli neri e con una più vistosa parrucca verde pronta al bisogno su una testa di manichino.

Quella che vediamo quindi è insomma una sorta di Jenniffer alla Ruccello, che snocciola i versi del poema tra un brano musicale e l’altro, intrecciando gesti e parole con la trama sonora costruita come sempre dal compagno musicale di avventure di Latini, Gianluca Misiti, tra cupi rimbombi e arie volutamente più languide. L’ambigua creatura risponde al telefono ma non parla, talvolta annuisce, forse sogna. Ascoltatori compiacenti, killer in agguato, amanti in attesa? Chissà. Insomma in scena si costruisce una dimensione fra il camp e il pop, comunque in netto contrasto con le altezze poetiche e le immagini paradisiache evocate dal testo. E già questo cortocircuito aumenta l’attenzione dello spettatore, anziché distrarlo, sposta su altri piani, indica in maniera oscura qualche altra possibile dimensione che non sia soltanto quella dell’appagamento e dell'inno amoroso.

Fino al colpo di scena finale, quando la creatura davanti a noi attacca bruscamente il telefono dicendo «Che peccato», citando così un frammento del film C’era una volta in America già prima evocato con la traccia sonora originale, come parabola sull’incapacità di dar forma all’amore nel corso di tutta un’esistenza. Ma quello a cui si pensa è soprattutto una sorta di Voce umana alla Cocteau, ovvero come tutto quel tappeto sontuoso di espressioni del sentimento preluda poi a un distacco brutale, banale, triste e insensato che retrospettivamente, disegna le ombre della precedente e luminosa concatenazione di desiderio e di condivisione. Si aggiunge poi la frattura in qualche modo ironica di quest’ultima battuta a mescolare ulteriormente le carte.

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