Domenica

La narrazione nell’epoca dell’Antropocene

un inedito di amitav gosh

La narrazione nell’epoca dell’Antropocene

Lo scrittore e antropologo indiano Amitav Ghosh
Lo scrittore e antropologo indiano Amitav Ghosh

Pubblichiamo il testo di Amitav Ghosh con cui lo scrittore indiano inaugurerà la XVI edizione di Letterature, Festival Internazionale di Roma, a cura di Maria Ida Gaeta con la regia di Fabrizio Arcuri, in cui celebri autori stranieri e italiani sono stati invitati a scrivere e a leggere un proprio testo inedito nella Basilica di Massenzio al Foro Romano. L’incontro con Ghosh, dal titolo “Esploratori e altri esploratori”, è in programma il 20 giugno, alle 21. Intervengono, assieme all’autore, Hisham Matar e Giuseppe Montesano. Letture di Anna Foglietta. Musiche di Vittorino Naso, Edoardo Giachino, Giuseppe Costa (percussioni) .

1. Stiamo scivolando via su un iceberg
In uno dei passi che più colpiscono di Madame Bovary, Emma descrive i suoi gusti in campo letterario dicendo di adorare le storie che si leggono d’un fiato e mettono paura. E di detestare gli eroi banali e i sentimenti tiepidi come quelli che si trovano nella Natura.
C’è qualcosa di perturbante nel leggere queste parole oggi: sembra quasi incredibile che ci sia stato un tempo in cui le molteplici forze della terra venivano considerare come un tutt’uno – la “Natura” – e associate a parole come “banale” e “tiepido”. È come se l’eco di tali parole giungesse fino a noi dal baratro che separa la nostra sempre più turbolenta era di violente alluvioni, ondate di calore senza precedenti, tempeste epocali e prolungate siccità dal periodo di stabilità climatica che diede origine alle forme di arte e letteratura che associamo con la modernità. È come se stessimo scivolando via su un iceberg appena staccatosi dalla banchisa, fissando sconsolati lo sguardo sul continente che credevamo sarebbe stato per sempre la nostra casa.

2. Dove va cercata la verità?

Se qualcosa contraddistingue gli esseri umani in quanto specie, questo qualcosa, io credo, è la nostra capacità di fare esperienza del mondo attraverso le storie. Quali sono dunque le storie che hanno dato forma alla visione della Natura che si riflette nelle parole di Emma Bovary? Eccone un esempio.
Il racconto si chiama La capanna indiana, e comincia così: «Circa trent’anni or sono fu costituita a Londra un’associazione di studiosi che si proponeva di dedicarsi alla ricerca, nelle varie parti del mondo, di tutte quelle cognizioni che valessero ad illuminare gli uomini intorno ai più disparati problemi della scienza, e a renderli in tal modo più felici». Erano venti studiosi in tutto, e il più dotto fra loro, un erudito che conosceva l’hindi, oltre all’ebraico e all’arabo, partì per l’India.

Dopo tre anni di peregrinazioni, giunse finalmente a Benares, “l’Atene delle Indie”, dove ebbe modo di parlare con molti dotti bramini e raccolse un’immensa collezione di manoscritti. Era sul punto di tornare indietro col suo ricco carico di conoscenza quando apprese che il più dotto fra i pandit dell’India non si trovava a Benares, ma nel tempio di Jagannath, in Orissa. A quel punto lo studioso partì senza indugi alla volta di Calcutta, dove un direttore della Compagnia delle Indie orientali mise a sua disposizione un palanchino e dei portatori che lo scortassero fino al grande tempio. Mentre viaggiava verso sud, pensò che non avrebbe tediato il pandit con questioni di poco conto, ma si sarebbe limitato a tre domande della massima rilevanza. Una volta ammesso nel sancta sanctorum del tempio, si era deciso per tre quesiti che gli sembravano eclissare tutti gli altri: Quale metodo si deve seguire per conoscere la verità? Dove va cercata la verità? È sempre opportuno rivelare la verità agli uomini?
Il pandit aveva risposte pronte per tutt’e tre le domande. La verità risiede tutta nei Veda, disse, e la si può conoscere solo attraverso i bramini, gli unici che posseggono il segreto della lingua in cui la verità è stata rivelata. Quanto all’opportunità di rivelare la verità agli uomini, disse il pandit, «conviene per prudenza nasconderla a tutti; dirla ai bramini, invece, è un dovere». L'inglese restò talmente costernato da queste risposte che sbottò: «Bisogna dire la verità ai bramini che poi non la fanno sapere a nessuno! Sono ingiusti davvero, i signori bramini...».
Ne conseguì uno spaventoso tumulto, al termine del quale lo studioso fu cacciato dal tempio. Sulla via del ritorno, mentre attraversavano una foresta, lui e il suo seguito furono sorpresi da un ciclone che soffiava dal mare. Affrettarono il passo, sferzati dal vento e dalla pioggia, finché non scorsero una piccola capanna al riparo di colline, rocce e alberi. Lo studioso, sollevato, pensò subito di trovarvi rifugio, ma non riuscì a persuadere i suoi accompagnatori a unirsi a lui. La capanna apparteneva a dei paria, dissero, appartenenti a una delle caste più basse dell’India, e non ci avrebbero messo piede.
«Restate pure qui se volete» replicò lo studioso. «Quanto a me, io non faccio alcuna differenza tra le caste dell’India». Così dicendo, entrò nella capanna, e ricevette una calorosa accoglienza da chi la abitava, un uomo dalla fisionomia dolce e sua moglie. Mentre fuori imperversava la tempesta, l’inglese parlò a lungo con quell'uomo, e si rese conto che possedeva molta più intelligenza e buon senso di qualunque sapiente o pandit da lui incontrato nel corso dei suoi viaggi. Come aveva fatto quell’uomo così semplice ad acquisire una tale saggezza? Alla fine, incapace di trattenersi, gli domandò dove si trovava il suo tempio.
«Dovunque» rispose il paria. «Il mio tempio è la natura».
«Da quale libro» lo incalzò lo studioso «avete attinto i vostri principi?»
«Nella natura. Non ne conosco altri».
«Ah! È un gran libro davvero» disse l’inglese. «Ma chi vi ha insegnato a leggere in esso?»
«La sventura» rispose il paria. «Nato in una casta che nella mia patria viene considerata spregevole, non potevo essere indiano. Così ho fatto di me stesso un uomo; rifiutato dalla società, ho trovato rifugio nella natura».
Quanto alla questione se la verità dovesse essere rivelata a un mondo che spesso ricompensa l’onestà con la persecuzione, la risposta fu: «La verità dovrebbe essere detta solo agli uomini che hanno un cuore semplice».


3. Bernardin de Saint-Pierre e la nascita dell’ecologia
Questa, in breve, è la storia narrata in La capanna indiana, un racconto pubblicato nel 1791 da uno scrittore francese che non aveva mai messo piede in India, Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814), romanziere, naturalista e filosofo, nonché amico e discepolo di Jean-Jacques Rousseau.

Nel corso di una vita straordinariamente varia e interessante, Saint-Pierre pubblicò un’opera in molti volumi, Studi della Natura, di cui fa parte anche un romanzo esasperatamente romantico, Paul e Virginie, che suscitò l’ammirazione di Alexander von Humboldt nonché di Napoleone Bonaparte, il quale pare lo leggesse e rileggesse quand’era prigioniero a Sant’Elena. I temi del romanzo, ovvero la ripulsa, la ritirata e la sconfitta, non potevano non interessare Napoleone, e anche l’ambientazione su un’isola, Mauritius, dove Saint-Pierre aveva soggiornato nel 1769.
Pare che, nel periodo trascorso sull’isola, Saint-Pierre fosse entrato a far parte della cerchia di Pierre Poivre, un naturalista e funzionario francese che aveva viaggiato in lungo e in largo per l’Asia. Com’è noto, il peculiare ecosistema di Mauritius era stato gravemente impoverito dai primi coloni olandesi . All’inizio del Settecento, il dodo era stato sterminato, e la foresta abbattuta. Rendendosi conto della fragilità dell'ecosistema insulare, Poivre introdusse una serie di misure ambientali ispirate ai metodi della selvicoltura tradizionale praticata in Cina, India, Indonesia e negli insediamenti olandesi del Capo di Buona Speranza. Sebbene effimere, tali misure vengono considerate uno dei primi esempi di interventi statali dettati da preoccupazioni ecologiche
Si potrebbe dunque affermare che Bernardin de Saint-Pierre fu testimone della nascita dell’ecologia e dell’attivismo ambientalista quali li conosciamo oggi, e in tal senso egli va considerato come uno dei principali fautori di una visione della Natura la cui influenza era destinata a prolungarsi ben oltre la sua epoca.


4. Un branco di gigantesche creature marine
A bilanciare l’incontro immaginato da Saint-Pierre, ecco la storia di uno studioso europeo realmente esistito e di uno dei suoi contatti con la “Natura” in India. La data dell’evento è il luglio 1852, appena sessant’anni dopo la pubblicazione della Capanna indiana, e il luogo è Calcutta – o Kolkata, come viene chiamata dal 1998. Il fiume che scorre attraverso la città, l’Hugli, è soggetto alla pressione delle maree, e in passato è accaduto spesso che il sollevarsi dell’alta marea nel Golfo del Bengala causasse l’inondazione delle campagne circostanti. Così avvenne in quella torrida giornata di luglio del 1852, quando l’Hugli ruppe gli argini esondando nelle basse zone paludose che circondavano la città. Quando le acque si ritirarono, si scoprì che un branco di gigantesche creature marine era rimasto bloccato in un bacino d’acqua nell’entroterra.

La notizia si sparse in fretta, e nel giro di qualche ora giunse alle orecchie di un inglese di nome Edward Blyth, all’epoca curatore dell’orto botanico di Calcutta. Blyth era un eminente naturalista, che si ritiene abbia anticipato alcuni aspetti della teoria dell’evoluzione. Era in assidui rapporti epistolari con Darwin, che una volta lo definì «un uomo molto intelligente, bizzarro, scontroso che non raggiungerà mai i risultati che potrebbe raggiungere, perché non si concentra su un unico argomento» . Ora, sentendo parlare di quelle gigantesche creature, Blyth partì all’istante per i Salt Lakes – un tragitto non breve. Al suo arrivo, trovò una ventina di balene che annaspavano nella melma. Le teste erano arrotondate, e i corpi neri col ventre bianco. I maschi adulti misuravano più di quattro metri. L’acqua era troppo bassa perché potessero immergersi del tutto, e le corte pinne dorsali fortemente inclinate luccicavano al sole. Gli animali erano in gravi ambasce, e se ne udivano con chiarezza i gemiti.
Si era radunata una gran folla, ma stranamente le balene non erano state uccise. Mr Blyth si aspettava che gli abitanti del villaggio avrebbero macellato quelle creature per ricavarne carne e olio. Vide invece che durante la notte in molti si erano dati da fare per rimorchiarle fino al fiume lungo un canale. Blyth apprese che erano già state salvate parecchie balene: quelle che restavano erano le ultime di un banco di parecchie decine. Blyth scelse i quattro esemplari migliori, due maschi e due femmine, e li fece assicurare alla banchina con pali e funi robuste; aveva intenzione di tornare il giorno dopo con gli strumenti necessari a una corretta dissezione, e prima di andarsene fece il possibile per assicurarsi che le creature da lui scelte non venissero liberate dalla popolazione locale.
Ma al suo ritorno, l’indomani mattina, lo attendeva una scoperta choccante: durante la notte gli animali erano stati sciolti. Nella pozza restavano solo pochi esemplari di minor valore. Per non essere privato anche di quelli, Mr Blyth si mise immediatamente al lavoro, e li ridusse a “perfetti scheletri”. Esaminandone le ossa, si convinse di aver scoperto una creatura ancora sconosciuta: il Globicephalus indicus. Ma qualche anno dopo tale identificazione sarebbe stata smentita: Mr Blyth aveva dunque speso inutilmente due giorni e molte energie.


5. Natura contro Cultura
L’articolo di Blyth non fa cenno alle interazioni umane che avevano portato al recupero degli scheletri: i riferimenti su cui ho costruito questo resoconto sono consegnati a una nota a piè di pagina. Per quanto scarni, essi non lasciano dubbi sul fatto che gli abitanti del villaggio si erano attivati per la liberazione dei cetacei. Ma cosa li aveva indotti ad adoperarsi per la salvezza di quegli animali a rischio di incorrere nella collera del sahib inglese? L'unica cosa di cui possiamo esser certi è che le loro motivazioni non erano le stesse che avrebbero ispirato un Saint-Pierre o un odierno protettore delle balene. Forse il bacino d’acqua in questione era un’area pubblica di pesca, di proprietà di una famiglia o dell’intero villaggio. Forse la gente era spaventata all’idea che una proprietà comune venisse colonizzata da un banco di balene; forse temeva che i vivai di pesca custoditi con cura sarebbero stati rapidamente svuotati da quelle gigantesche creature. Ragioni più che sufficienti per spingerla ad agire. Eppure, per quanto pressanti potessero essere simili ragioni, mi riesce difficile credere che non fossero accompagnate anche da una sorta di timore attonito, se non di compassione, davanti alla sofferenza di quelle maestose creature. È possibile che tra la gente del villaggio non corresse voce di un'apparizione divina, che non si parlasse di un segno del cielo? No, non credo proprio.
Come lo studioso immaginario di Saint-Pierre, anche Blyth probabilmente incontrò i dalit, i membri delle caste più svantaggiate dell’India. In entrambi i casi tali persone rimangono senza nome, ma le analogie finiscono qui: il personaggio di Saint-Pierre conversa con un individuo, mentre Blyth se la deve vedere con una collettività; se l'indiano di Saint-Pierre medita in solitudine, pregando nel tempio della natura, le persone con cui ha a che fare Blyth hanno la forma mentis di lavoratori manuali: lungi dallo starsene a rimuginare su ciò che la “Natura” ha depositato sulla soglia di casa, si mettono immediatamente all’opera. Ma quel che più conta, lo studioso inglese reale, a differenza dell’eroe immaginario di Saint-Pierre, non ha alcun interesse per i nativi e la loro idea di “Natura”, per lui sono solo un fastidio, un ostacolo nella produzione di scheletri perfetti, seppure erroneamente identificati. Quanto agli animali, si direbbe che Blyth non abbia né la capacità né la propensione a stabilire con essi il benché minimo rapporto. In questo non sarebbe diverso da altri eminenti naturalisti dell’epoca.

Un suo illustre contemporaneo, Alfred Russell Wallace, aveva acquistato a Sumatra un siamango, e scoprì che il primate, che lo ignorava, passava ore giocando con i suoi assistenti malesi. «Ha maturato un’antipatia per me – confessa Wallace col consueto candore – che ho cercato di vincere nutrendolo sempre di persona. Un giorno, però, mi ha dato un tale morso mentre gli porgevo il cibo che ho perso la pazienza e gli ho dato una severa bastonata, cosa di cui poi mi sono rammaricato, perché da quel giorno mi detesta più che mai».
Malgrado le loro differenze, tra il racconto di Blyth e quello di Saint-Pierre ci sono molteplici parallelismi e intersezioni. Se Saint-Pierre immagina la natura come uno spazio sacro e un tempio, per Blyth la natura è un “campo” in tutti i sensi della parola: ovvero un’area fuori dal dominio umano e inabitabile per definizione, che in quanto tale può essere messa a coltura, nel suo caso come oggetto di studio. Ma le loro visioni coincidono nel considerare “Natura” ciò che è esente dalla contaminazione degli esseri umani, i quali abitano un territorio del tutto diverso, quello della “Cultura”. Tutto ciò che non è umano viene pertanto relegato a un’altra sfera, così che si possa immaginare la natura come un Eden troppo perfetto per la colpevole progenie di Adamo ed Eva, un’entità che è meglio osservare da una certa distanza, come una teca in un museo.


6. La “scrittura ecologica” è morta
Le nostre abitudini di lettura – e quelle di Emma Bovary – si sono formate proprio a quell’epoca, quando gli esseri umani e il loro ambiente esterno erano nettamente separati in due categorie: “Cultura” e “Natura”. Tale distinzione è stata in un certo senso assai produttiva per le arti, e soprattutto per la narrativa. Fra i grandi romanzi del Novecento ce ne sono molti in cui i protagonisti umani sono in lotta con la Natura, e alcuni dei più grandi fra questi romanzi sono opera di scrittori nordici, ad esempio Gente indipendente di Halldór Laxness e Il risveglio della terra di Knut Hamsun. Nell’uno e Le nostre abitudini di lettura – e quelle di Emma Bovary – si sono formate proprio a quell’epoca, nell'altro, paesaggi straordinari forniscono scenari di incommensurabile potenza proprio per il fatto di essere puri e incontaminati, privi di qualunque traccia umana.
Ma nessuno scrittore può sognarsi di immaginare che tali paesaggi esistano ancora. Se uno scrittore contemporaneo dovesse tornare nei luoghi di cui scrissero Laxness e Hamsun, si troverebbe di fronte a un permafrost in via di scioglimento, popolazioni animali in calo, ritiro dei ghiacciai, nevicate irregolari, aumento della temperatura e via dicendo. In un mondo in cui la vita anche nei più remoti villaggi subisce l'impatto delle emissioni di continenti lontani, non è più possibile conservare l’illusione di un mondo puro e incontaminato.
Una delle ragioni è che il cambiamento climatico ha prodotto un effetto, tanto sottile quanto evidente, anche sullo strumento stesso della letteratura: la lingua. Oggi, tornando nei territori di Laxness e Hamsun, uno scrittore sarebbe costretto non solo a riconoscere l’alterazione subita dal paesaggio, ma anche a usare espressioni stridenti come “ritiro dei ghiacciai”, “innalzamento del livello del mare” eccetera. Una volta introdotte, queste espressioni avranno lo stesso effetto di una specie invasiva in un ecosistema incontaminato: lacereranno inevitabilmente il tessuto poetico della lingua che un tempo permetteva di evocare questi scenari unici.
È passato più di un secolo da quando Bill McKibben scrisse che viviamo in un mondo “post-naturale”. Nell'era dell’Antropocene è diventato impossibile tenere in piedi la finzione di una netta separazione tra ciò che è naturale e ciò che è culturale: le due cose oggi appaiono indissolubilmente intrecciate. Ciò significa che quelle due divinità felicemente accoppiate, “Natura” e “Cultura”, sono morte, e che l’idea stessa di “scrittura ecologica”, così come la conoscevamo, è morta con loro.

Traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti

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