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Niente salvezza senza risate

Religione

Niente salvezza senza risate

Sante risate, Fernandel e Gino Cervi interpreti del film «Don Camillo monsignore...ma non troppo», 1961, regia di Carmine Gallone
Sante risate, Fernandel e Gino Cervi interpreti del film «Don Camillo monsignore...ma non troppo», 1961, regia di Carmine Gallone

Nel mondo accademico vige da lungo tempo un rituale che ha la sua codificazione in un tomo, denominato solitamente con la lingua considerata più “scientifica”, il tedesco, Festschrift. Come è noto, si tratta di una miscellanea di articoli destinati a scandire qualche anniversario cronologico o di docenza di un cattedratico: in quelle pagine convergono saggi disparati, talora molto rilevanti, altre volte (bisogna confessarlo) fondi di cassetto rispolverati e rinverditi per l’occasione. Alla mia età sono spesso coinvolto per scriverne la necessaria prefazione generale. Mi è accaduto, perciò, lo scorso anno di stendere una premessa a una raccolta di studi dedicati a un teologo creativo che leggo sempre con interesse e che ho talora recensito anche nel nostro supplemento, il lombardo Roberto Vignolo.

Ora ciò che mi aveva sorpreso, per la sua provocazione anche teologica, era il titolo di quella serie di saggi, Extra ironiam nulla salus (Glossa, Milano 2016). Un titolo certamente caro al festeggiato che si era spesso cimentato con questa virtù (da non confondere con la beffa, il sarcasmo o col becero scherno o dileggio) che percorre persino la Bibbia. È ciò che avviene a partire dal libretto che ha il profeta Giona come protagonista, per giungere a un inatteso Giovanni l’evangelista, passando attraverso quel maestro che è Qohelet/Ecclesiaste, il quale ebbe secoli dopo come ideale discepolo Montaigne: autori che sono stati tutti perlustrati da Vignolo proprio secondo la loro particolare filigrana ironica. Certo, l’aristocratica eironeía greca era etimologicamente una “simulazione” e celebrava i suoi fasti con la tragedia classica, ma anche con gnoseologia socratica, come principio di educazione intellettuale e morale (la Repubblica platonica lo attesta).

Ma l’ironia sconfina spesso in un altro orizzonte umano capitale, il gioco, tant’è vero che Schiller nel suo trattato Sull’educazione estetica dell’uomo (1795) non esitava a dichiarare che «l’uomo gioca soltanto quando è uomo nel significato più pieno del termine ed egli è interamente uomo solo quando gioca». Ma il paradosso è che questa attività così umana destinata a coniare il lemma homo ludens (chi non conosce l’omonimo saggio che lo studioso olandese Johan Huizinga pubblicò nel 1938?) è divenuta una delle grandi analogie per rappresentare Dio. Tanto per risalire alle origini, si pensi che la stessa Bibbia non si imbarazzava a raffigurare la Sapienza divina creatrice come una fanciulla che danzava divertendosi nell’orizzonte di quel mondo che stava fiorendo dalle sue mani (Proverbi 8,30-31).

Ebbene, Medusa, una piccola casa editrice milanese – che non è mai banale nelle sue scelte e che dev’essere tenuta sempre d’occhio da chi ama le letture raffinate, inattese ma intelligenti, recuperate spesso dagli archivi dell’oblio ingiustificato – ha recentemente riproposto un mirabile testo breve di un importante teologo tedesco, Hugo Rahner, da non confondere col fratello più celebre Karl, quest’ultimo uno dei maggiori pensatori religiosi del secolo scorso. In verità una differenza oggettiva tra i due è facile da notare subito: dalla lettura di Karl Rahner si esce stremati per la complessità stessa del suo dettato, anzi del suo tedesco così agglutinante da essere talora intraducibile, mentre le pagine di Hugo sono deliziose, godibili anche perché intarsiate di rimandi letterari, artistici, simbolici (non per nulla egli “ironizzava” dicendo che, giunto alla pensione, avrebbe tradotto finalmente «in tedesco» le opere di suo fratello, ma la morte lo colse prima, nel 1968, a 68 anni).

Ogni commento al suo scritto L’uomo che gioca è quasi superfluo. In questa edizione italiana, alla versione di Alessandro Paci è premessa una bella prefazione di Martino Doni che è forse l’unica guida di lettura significativa, anche perché allarga l’orizzonte tematico in modo creativo, all’insegna del «paradosso ludoteandrico». Sì, perché il testo di Rahner è scandito lungo quattro punti cardinali che vedono in azione la divinità e l’umanità. Entra in scena innanzitutto il Deus ludens, un aspetto delineato sulla base di quel passo del libro biblico dei Proverbi a cui abbiamo sopra accennato, perché – come cantava nei suoi Carmina Gregorio di Nazianzo (IV secolo), uno dei Padri della Chiesa di Cappadocia – «il sublime Logos gioca: con le immagini più variopinte egli adorna, a suo piacere e in ogni forma, il cosmo». Il più particolare “giocattolo” divino (lo diceva già Platone) è, però, la creatura umana libera.

Il secondo cardine del volume è, allora, l’homo ludens, la cui serenità giocosa è tuttavia ibridata di serietà, perché commedia e tragedia sono spesso contigue (si pensi alle considerazioni del Filebo platonico): «non vi è infatti gioco – commenta Rahner – senza profonda serietà e perfino i bambini giocando si addentrano con forza quasi mitica nel magico cerchio del dovere assoluto e nell’ombra di un possibile smarrimento». Si capisce, allora, quanto sia differente il gioco autentico dal godimento sguaiato e narcotizzante, fermo restando il fatto che anche in questo caso, spento il piacere, si affaccia prepotente la tristezza, un po’ come i coriandoli dispersi sul selciato e bagnati dalla pioggia notturna, dopo il carnevale dei Vitelloni di Fellini. Ma le creature umane per la festa si radunano in comunità perché, come scriveva Mark Twain in Seguendo l’equatore (1897), «il dolore può bastare a se stesso, ma per apprezzare a fondo una gioia bisogna avere qualcuno con cui dividerla».

Ecco, dunque, il terzo punto cardinale, l’Ecclesia ludens. Già la città ideale della profezia biblica, la Gerusalemme pacificata, sperimentava «un’infantilità redenta» che dovrebbe ora brillare nella Chiesa, la civitas Dei per eccellenza: «Le strade della città di Gerusalemme saranno affollate di ragazzi e di ragazze che giocano» (Zaccaria 8,5). L’irruzione della grazia divina e il festoso rituale della liturgia dovrebbero creare nella comunità dei fedeli quel mirabile ritratto che dipingeva Notker il monaco balbuziente di San Gallo morto nel 912: «Ecco, sotto la vite amena, o Cristo, gioca in pace tutta la Chiesa, al sicuro nel giardino», che è poi un’anticipazione del «paradiso» (il cui significato di base è appunto «giardino»). Siamo, così, condotti all’ultima tappa della mappa “giocosa” di Rahner.

È la «danza celeste», ossia il gioco escatologico e trascendente che partecipa dell’armonia astrale: la classicità ma anche la scienza riconoscono che noi siamo combinati già ora con una materia stellare. Qui,però, dovremmo lasciare la parola non solo alla narrazione del teologo che – come in tutte le altre pagine del suo saggio – intesse un palinsesto straordinario di rimandi e citazioni, ma anche a un più serioso Lutero che non esitava a descrivere la gloria celeste così: «Allora l’uomo giocherà col cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte le creature. E tutte le creature proveranno un piacere e un amore immenso e rideranno con te, Signore».

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