Domenica

Amore-odio europeo in Sudafrica

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Amore-odio europeo in Sudafrica

  • –Richard Mason

Dal suo arrivo a Cape Town sei anni e mezzo prima, Piet Barol aveva speso un bel po’ di soldi. Un uomo d’affari americano gli aveva messo a disposizione mille sterline e gli aveva suggerito di sfruttare il suo fascino europeo. Lui aveva seguito il consiglio, e aveva preso in affitto una sede sontuosa in Adderley Street e una bella casa a Oranjezicht, con una veranda intrecciata di buganville e una magnifica vista sulla montagna e sulle vaste pianure. Non si pentiva di queste spese, ma mentre salutava Louisa agitando la mano gli sembrò insensato aver trascorso così tanto tempo al ristorante e al bar del Mount Nelson.

Per un attimo prese in considerazione l’idea di entrare nel bar dell’albergo. I suoi mattoni rosa trasmettevano certezza. Sapeva che qualcuno gli avrebbe offerto da bere se avesse detto di aver dimenticato il portafogli. Ma in questi primi tempi dell’Unione Sudafricana aveva visto fin troppi uomini nascondere a se stessi con l’alcol la propria rovina imminente, e in quel modo affrettarla.

Continuò a inerpicarsi su per la montagna, inclinandosi in avanti via via che la pendenza aumentava.

Erano due mesi che i Barol non avevano più un’automobile, e il tragitto a piedi dal negozio a casa era stancante. Piet aveva perso la prestanza fisica della giovinezza, e la sfida di queste scarpinate quotidiane lo umiliava. Una volta arrivato in cima, era così affamato che esagerava con i sostanziosi e succulenti curry preparati dalla governante di Arthur, e anche se aveva le cosce massicce come il mogano che non poteva più permettersi, gli era cresciuta una ciambella di grasso intorno alla vita che guastava il taglio dei suoi abiti.

I Barol avevano dilapidato rapidamente il loro capitale iniziale. Che ne avessero speso la maggior parte in maniera saggia andava ascritto interamente a Stacey. Convincere le persone era un suo talento naturale, al punto che persino le prime rudimentali sedie di Piet erano riuscite a trovare posto nelle case di alcuni eminenti cittadini. Costruendo scrivanie, armadietti e tavoli ben fatti, grazie all’aiuto di una squadra di falegnami indiani, avevano guadagnato molti soldi, più che sufficienti per non indurli a fare economie nella loro vita privata.

Ma da quando aveva cominciato a capire cosa si poteva fare con il legno, Piet era più riluttante a separarsi da ciascun pezzo finché non era pronto. In un primo momento Stacey aveva trovato affascinanti gli elevati standard artistici del marito, ma adesso il suo perfezionismo la preoccupava. Sapeva perfettamente com’è vicina all’abisso la vita del bel mondo, e non avrebbe permesso a suo figlio di condividere con lei questa consapevolezza.

Piet non sapeva quando aveva cominciato a sentirsi solo. All’inizio era stato semplicemente stancante vivere all’altezza delle bugie che aveva detto, ma era arrivato a odiare il vicomte de Barol e ad augurarsi sinceramente che la gente lo conoscesse per quello che era. La compagnia di Stacey e la sua ironia tagliente di solito lo consolavano, ma oggi gli mancava il sostegno confidenziale di un amico. (...)

«Allora, Pierre» stava dicendo Percy, mentre la Packard rallentava davanti a una coppia di cancelli sormontati dal filo spinato, «oggi ho una sola e unica missione. Aiutarla a capire che uomini come noi appartengono al Rand, dove si trova l’oro. Cape Town è per i rammolliti».

Piet non disse nulla. Percy gli diede un’amichevole gomitata tra le costole, come facevano a scuola i ragazzi più ammirati. A differenza della moglie, che era stata ignorata dalle compagne di classe, Percy era stato disprezzato, e questo lo faceva sentire a disagio quando era con Piet, un uomo che senza ombra di dubbio aveva sempre saputo suscitare l’interesse della gente. «Ho una piccola miniera che pensavo potremmo visitare» disse.

Lo chauffeur aprì lo sportello. Piet fu investito da un’ondata di polvere arancione. Tossì e si mise il cappello davanti alla bocca. «Ha fallito al primo tentativo, vecchio mio. Mille volte meglio l’aria fresca di montagna che i suoi maledetti soldi».

«Questa è la vita di un vero uomo!» disse Percy, assestandogli una pacca sulla spalla.

Si trovavano all’interno di un’alta recinzione di filo spinato. «Una volta che hanno firmato» disse Percy, prendendo sottobraccio Piet, «molti nostri amici pensano di poter rompere il contratto e tornarsene a casa. Ma noi non siamo disposti a tollerarlo. A questo servono i cancelli. Ogni tanto qualcuno riesce a sgattaiolare fuori o a corrompere una guardia, ma non succede spesso, e comunque quando scappano non sanno dove andare». Si fermarono all’esterno di una bassa capanna di stagno. Dietro c’erano montagne di polvere arancione, a forma di piramidi con la punta piatta. Piet riusciva a intravedere confusamente binari ferroviari, manovelle e gru che si alzavano e si abbassavano come insetti mostruosi, intenti a privare la terra della sua stessa linfa. Gli alberi antichi, che un tempo erano i confini di una fattoria, incombevano come orchi. Gli uomini si muovevano in massa all’ingresso della miniera, per lo più senza camicia, e nemmeno la polvere attutiva il loro odore. Avevano i muscoli e i tendini del torace scolpiti: in nessuno c’era un filo di grasso. «È un lavoro duro» disse Percy, «infatti gli diamo la colazione e la cena».

«E il pranzo?».

«Se lo vogliono, devono comprarselo».

«E come fanno a comprarselo se sono chiusi qua dentro?».

«Oh, in miniera abbiamo uno spaccio. Un uomo saggio tiene i soldi vicino casa».

Piet provava sollievo all’idea di essere assurto all’aristocrazia della razza. Era una cosa meravigliosa vivere in un paese in cui nessun uomo bianco, tranne quelli poverissimi, doveva abbassarsi al livello del duro lavoro manuale.

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