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A Ravenna l'Opera futurista diventa musical

Teatro

A Ravenna l'Opera futurista diventa musical

Nel 1913, alla prima, a Pietroburgo, fu uno scandalo. Grida, schiamazzi, in un teatro che pure era sperimentale, tanto da chiamarsi “Luna Park”. Oggi la ascoltiamo, in prima esecuzione italiana per Ravenna Festival, in un Teatro Alighieri che la festeggia con applausi e convinzione, e scopriamo che la futurista “Vittoria sul Sole” ha perso i vecchi toni urticanti ed diventata un festoso musical: colorato, grottesco, rumoroso. affidato alla giovane compagnia “Stas Namin”, che si muove in scena con geometrica perfezione, riproducendo con naturalezza il vitalismo meccanico e dissacratore che promuovevano le avanguardie di primo Novecento.

La storia di ieri (e di oggi) di questa opera rara curiosa: a scriverla infatti furono tre ribelli, il poeta Aleksej Kručnych, il musicista Michail V. Matjušin e l'artista Kazimir S.Malevič, il pi noto dei tre. Si ritirarono in una dacia, oggi in Finlandia, la stessa dove poi si sarebbe ritrovato Solzenicyn, per uno strano gioco del destino. E l concepirono questo progetto futurista, fatto di “agimenti”, anzich di atti, dove le parole erano scritte sghembe, deformate, in frasi inquiete e spesso senza senso. Esattamente come i costumi squadrati e ingombranti destinati ai cantanti-ballerini-attori, simili alla pittura cubista, resi goffi in scena da calzature esagerate, carapaci pesanti, copricapi voluminosi e bizzarri.

Andata in scena una sola sera, e poi archiviata come titolo scandalo, “Vittoria sul Sole” stata riscoperta dal regista Stas Namin fondatore di una propria compagnia teatrale, a Pietroburgo. E portata a Ravenna da un curioso di teatri alternativi come Franco Masotti. Per strana sorte, Stas Namin uno dei pronipoti di Stalin, protetto dal nome d'arte. A vederlo, col codino grigio e la maglietta, pu stare tranquillo, perch non denuncia particolari affinit con l'antenato. Anzi, molto spiritoso nel presentare sul palcoscenico, prima dell'inizio dello spettacolo, i caratteri di questo suo “repechage”, in una citt, Ravenna, dove spiega che la sua compagnia vorrebbe trasferirsi, tanto tutti se ne sono innamorati. Namin per soprattutto stupito che sul boccascena vengano proiettati i sovratitoli, con la traduzione in italiano del libretto. Perch quel testo - racconta - nemmeno i russi lo capiscono, nell'originale.

In effetti, dopo qualche minuto di attenta lettura, con gli occhi in alto, tra parole che esaltano teschi rosicchiati o barbe svolazzanti del dio del bosco, vale la pena di lasciar perdere e di immergersi totalmente nell'esecuzione. Senza pensare, senza cercare un filo logico. L'obiettivo di rompere una forte tradizione di cultura massiccia, densa, severa, per perfettamente raggiunto dai tre ribelli della dacia: se Stravinskij, proprio nello stesso 1913, con il suo “Sacre” a Parigi, destabilizzava orchestra e balletto con ritmi “fauve” e piedi battuti a terra, selvaggi, il meno noto Matjušin corrodeva le partiture fastose rinunciando all'orchestra (anche perch troppo costosa) affidando al bianco e nero del pianoforte una scrittura ossessiva nelle ripetizioni e armonicamente spoglia. Qui, nella versione interpretata e ampliata da Aleksandr Slizunov, i pianoforti sono due. Disposti agli estremi del palcoscenico, come i cori battenti dei Gabrieli, sono due tastiere, amplificate, quasi rock, suonate dalle disciplinate Aleksandra Popova e Anastasja Makuškina. A loro si intreccia, in un numero di funambolico effetto, una terza strumentista, che a un certo punto lascia le piroette in scena per prodursi un una eccentrica esecuzione sulla tastiera rovesciata, da far invidia a Mozart.

Stas Namin oltre al codino si concede altre licenze: ad esempio quella fondamentale di chiamare nella sua compagnia molte ragazze, che invece erano totalmente espunte dal rigoroso virilismo dei futuristi. L'arte, nella nuova dimensione muscolosa, si voleva infatti solo al maschile. Tanto che nel libretto originale non solo non erano previsti ruoli femminili (ma solo Forzuti futuristi, Attaccabrighe, Sprotivi, Becchini, Aviatori e via fantasticando) ma anche le stesse parole femminili erano state geneticamente modificate, in crescendo paradossale. Un piccolo editore calabrese, “la mongolfiera”, di Doria di Cassano Jonico, ha pubblicato qualche tempo fa in preziosa edizione bilingue (con stampa anastatica del libretto originale) il testo di “La Vittoria sul Sole”, commentato da un saggio prezioso di Michaela Bhming. E Ravenna Festival vi ha meritevolmente aggiunto una serie di studi, in un volume-catalogo davvero prezioso, punteggiato dalle fotografie dei giganti Lelli-Masotti (scelte dalla mostra, ora al Mar di Ravenna), che pur scattate nel passato sembrano nate oggi.

La concessione alle belle ragazze, che portano una venatura chiara nei momenti dei cori di stampo ortodosso, non la sola libert presa dal regista. A lei si unisce la vistosa distorsione del finale, dove a vincere il Sole (ma potrebbe essere diversamente?) e non la prevista Notte torbida dei futuristi. Quindi non “Vittoria sul” ma “Vittoria del Sole” racconta lo spettacolo, in un'ultima scena a luce accecante, con tutti gli attori-cantanti spogliati degli ingombranti costumi e illuminati di spalle, in filigrana, scontornati esili, a braccia orizzontali adoranti.

Con una prospettiva sul domani spirituale e umanistica, pi che legata alla fiducia nelle macchine (che poi in scena sono scale, funi, biciclette di cartone, spazzoloni gettati in platea e un enorme rullo a simboleggiare il carro del sole) lo sgangherato libretto arriva al respiro di una conclusione. Dopo settanta minuti, senza soluzione di continuit di parlato, declamato, oasi di canto, una bella pagina per contro tenore e gli immancabili cori russi. Trentasei gli artisti coinvolti, alcuni con ruoli doppi, decisamente under30 e altrettanto decisamente preparati. Con una identit di scuola fortissima. Due loro coetanee, di Pietroburgo ma di parlata ravennate, incontrate per caso nel foyer dell'Alighieri, dopo aver assaporato questo intenso spicchio delle loro radici, ne uscivano toccate, fiere, con gli occhi lucidi.

“Vittoria sul Sole” di Michail V.Matjušin; regia di Stas Namin, Andrej Rossinskij; Ravenna Festival, Teatro Alighieri

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