Domenica

Colonialismo racchiuso in un duetto

DANZA

Colonialismo racchiuso in un duetto

®Chris-Nash
®Chris-Nash

Dopo un paio di fortunati eventi, e in attesa dell’arrivo del Balletto di Cuba e di un nuovo gala di Svetlana Zakharova, stella sulle punte qui prediletta, il nutrito “Ravenna Festival 2017” ha inserito nella sua irrinunciabile sezione dedicata alla danza, il debutto nazionale di Material Men redux(ovvero “materiali di uomini riportati” o “restaurati”). La pièce, ideata e diretta da Shobana Jeyasingh già nel 2015, racconta una storia triste e vera: anzitutto per Sooraj Subramaniam e Shailesh Bahoran. I due diversissimi interpreti, l’uno esperto nel Baratha Natyam, la principale danza classica indiana, l’altro furetto autodidatta dell’hip hop, vantano - ma non è certo un privilegio- avi costretti ad emigrare dall’India nel XIX secolo per lavorare nelle piantagioni.

   Anche Shobana Jeyasingh, nativa di Chennai, capitale del Tamil Nadu, ma poi trasferitasi a Londra, dove, dal 1988, dirige una sua compagnia, mescola e rimescola nelle sue creazioni un passato indiano. Ciò le consente di creare spesso una danza nutrita delle regole coreutiche del suo Paese d’origine, ma trasformata nelle spire e spirali di un stile moderno-contemporaneo cautamente eccitato. Questa volta, però, la sua attenzione si è rivolta con decisione politica al “materiale” umano prescelto, e ha deciso di svelare in uno spettacolo-documentario, più trasfigurato che didascalico, quelle migrazioni di massa, forse da noi poco note, nella storia della Gran Bretagna.

   La schiavitù, per la verità, già abolita, almeno sulla carta, nel 1833, venne recuperata sotto altra forma dai proprietari terrieri inglesi, in assenza di mano d’opera. Per reggere le loro piantagioni d’oltreoceano,  si avvalsero di una servitù cosiddetta debitoria, ossia “a contratto”. Ai reclutati (anche da Cina e Malesia) si promettevano grandi guadagni e un lavoro transitorio. In realtà, dei tre milioni di nuovi “schiavi contrattualizzati” - e sino al 1917! -, molti morirono senza tornare in India o nei paesi d’origine, tra abusi, fustigazioni e prigionia.

   Sulla scena di Material Men reduxl’idea delle piantagioni è semplificata da una serie di alti pali metallici e oscillanti sur place, entro i quali si muovono i due danzatori, seguendo una storia, quella ora sintetizzata, raccontata da una voce fuori-campo e mantenuta volutamente in lingua inglese. Nella semi-oscurità, i due ballerini si muovono lambendo appena una piccola ma agguerrita orchestra. The Smith Quartet - così si chiama -, scandisce dal vivo le musiche per lo più ritmiche dell’australiana  Elena Kats- Chernin. La prima parte di Material Men redux s’avvale di un drappo rosso: la stoffa ravviva la persistente foschia, ma soprattutto serve ai due interpreti per inscenare un continuo tira e molla. Come se il telo carminio fosse quella terra da dover per forza abbandonare: un lembo di cuore. Perciò salirci sopra è un refrattario e ribelle resistere; esserne avviluppati da sommessa gioia e fuggire dalla sua presa serve a ben poco.

   Questa danza col drappo sarebbe un po’troppo estesa e ripetitiva se la coreografa non avesse l’accortezza di tramutarla in uno schermo sopra il quale proiettare immagini storiche, d’archivio. Le fotografie fissano indiani al lavoro nelle piantagioni, ma anche semplici ritratti dei loro volti seri e provati, più numeri segnati sulla pelle come quelli dei deportati dai nazisti e la tipologia dei loro contratti. Dopo tanta meticolosa, ma forse necessaria, documentazione, l’atmosfera muta. In un duetto particolarmente riuscito gli interpreti s’avvinghiano e si bistrattano, si abbracciano; l’uno regge l’altro anche a testa in giù, sino a che non si divincolano dalle strette delle reciproche braccia. Nel finale, dove il buio lascia il posto a un passaggio di nubi azzurre, si assiste a una sorta di loro alzata di capo identitaria. Sooraj Subramaniam, passato dalla Malesia all’Australia, sfodera la potenza del suo Baratha Natyam con imperiale maestosità, accentuata dal corpo alto e slanciato, oltre che elegante, mentre il più piccolo e riccioluto Shailesh Bahoran, spostatosi dall’ex-colonia olandese del Suriname e ora attivo nei Paesi Bassi, si scioglie in un hip hop quasi allegro. I pali delle piantagioni, a volte gettati a terra dai due danzatori, ma subito tornati all’in piedi, restano sempre sullo sfondo, ma molto è ormai cambiato. E se la danza indiana di Sooraj è un ricordo della Patria perduta, l’hip hop frenetico di Shailesh ci rammenta la capacità dei migranti odierni di trovare una propria collocazione magari giustamente ribelle e originale (anche se l’hip hop non lo è più…) nei nuovi mondi che li accolgono con diffidenza. D’altra parte, vale la frase iniziale di T.S.Eliot additata dall’intelligente Shobana. “Meta per l’uomo non è il suo destino, se ogni paese è casa per un uomo ed esilio per un altro. Dove con coraggio conclude il suo destino, quella terra è sua”.

“Material Men redux”/Shobana Jeyasingh al Teatro Alighieri di “Ravenna Festival”, poi Ballet National de Cuba, 29 giugno e Gala Svetlana Zakharova &Friends, 22 luglio. 

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