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Transformers 5: quando gli effetti speciali non bastano

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Transformers 5: quando gli effetti speciali non bastano

Tanti muscoli e poco cervello: si può sintetizzare così il quinto capitolo della saga di «Transformers», protagonista del weekend in sala e probabile vincitore del box office nelle prossime settimane.
Michael Bay torna nuovamente a dirigere i giganteschi robottoni dopo l'enorme successo dell'episodio precedente, «Transformers 4 – L'era dell'estinzione», che ha superato il miliardo di dollari guadagnati al botteghino a livello internazionale.
Al centro c'è ancora Mark Wahlberg nei panni di Cade Yeager, strampalato inventore che si ritrova a salvare un gruppo di ragazzini entrati in un'area proibita. Qui un Transformer vecchissimo gli consegna un antico talismano, potente e misterioso, che cambierà il corso della sua vita.
Intanto Optimus Prime, sul pianeta Cybertron, è stato soggiogato da una divinità aliena che lo porterà a voler combattere contro la Terra.
Se nel quarto capitolo Michael Bay parlava perfino dell'estinzione dei dinosauri (presenti comunque anche in questo nuovo film), in «Transformers – L'ultimo cavaliere» si torna ai tempi di Re Artù, Mago Merlino e i cavalieri della Tavola Rotonda, protagonisti dell'incipit e della leggenda alla base del talismano di Yeager.
Come sempre per i lungometraggi del franchise l'attenzione non è per la narrazione, ma questa volta si va oltre il consentito, con una trama del tutto assurda, piena di buchi di sceneggiatura e di colpi di scena scontati.
Michael Bay si concentra come sempre sull'apparato visivo, con innovazioni tecnologiche nell'uso del 3D e un montaggio fortemente dinamico, ma in questo caso gli effetti speciali non bastano a nascondere i troppi limiti di un'operazione che finisce per appassionare poco e risultare ridondante e troppo simile ai precedenti lungometraggi della saga.
La battaglia iniziale e alcune sequenze funzionano bene, ma è troppo poco per un prodotto che dovrebbe coinvolgere dall'inizio alla fine.
Anche il cast è insufficiente, a partire da uno svogliato Mark Wahlberg e da un Anthony Hopkins che raramente abbiamo visto così sottotono.
Tra le novità c'è anche l'atteso «Civiltà perduta» di James Gray.
Presentato allo scorso Festival di Berlino, il film racconta la vera storia di Percy Fawcett, esploratore britannico che nel 1925 scomparve, insieme al figlio maggiore, in circostanze misteriose, mentre era alla ricerca di “Z”, un'antica città perduta che lui e altri credevano trovarsi in Amazzonia.
Regista di pellicole importanti come «I padroni della notte» e «Two Lovers», James Gray firma un lungometraggio decisamente minore nella sua carriera. Dopo un potente incipit che descrive una battuta di caccia, il film inizia presto a calare, diventando prolisso e poco interessante.
I guizzi registici sono piuttosto rari, la fotografia non è niente male, ma è soprattutto il copione a risultare fiacco e privo di grandi suggestioni.
Oltre al protagonista Charlie Hunnam, nel cast c'è anche Robert Pattinson nei panni dell'esploratore Henry Costin.

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