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Paolo Villaggio, il feroce comico-poeta che incantò Fellini

la scomparsa

Paolo Villaggio, il feroce comico-poeta che incantò Fellini

Con Paolo Villaggio (Genova 1932- Roma 2017) scompare un grande attor comico che fu anche inventore dei propri personaggi e notevole scrittore con i brevi e feroci episodi dei vari libri che pubblicò da Rizzoli, sempre best-seller, sul suo Fantozzi, libri che vennero tempestivamente e con gran successo tradotti in Russia per la loro vicinanza alla tradizione dei Gogol, del primo Cechov, degli Olescia e degli Zoscenko. Che fosse cosciente o meno di questa eredità, essa era anche quella del Monsù Travet di Bersezio e di “quelli dalle mezze maniche” di Courteline con i loro personaggi di impiegatuzzi umiliati e offesi, tartassati da sadici superiori, in mezzo a una piccola rete di personaggi o arroganti o piagnoni tra i quali il memorabile ragionier Filini che fu reso in cinema da Gigi Reder.

Villaggio aveva pratica della vita di ufficio, ed esordì di fatto sulle navi da crociera genovesi insieme a un collega sciupafemmine di nome Berlusconi, destinato a ben altra carriera. In Fantozzi riversò le sue esperienze, ma portandole all'eccesso e ispirandosi a una tradizione di comici “cattivi” alla W. C. Fields (in Italia anche a un certo Totò, a un certo Peppino) e mutuando dai fumetti e dai disegni animati (Tex Avery e Chuck Jones: il Road Runner Bee-Beep alle prese con un Vil Coyote vittima obbligata) e dai film di Frank Tashlin, che ne era stato sceneggiatore, interpretati da un imbranatissimo Jerry Lewis e costruiti per gag veloci, isolabili, asciutte come le strisce dei comics e dalle conclusioni surreali in cui – una caratteristica in cui i film di Fantozzi eccelsero – si prendevano le battute alla lettera: «Ma si butti dalla finestra!» e lui non esitava a farlo. Questo spiega anche il successo che trovò Fantozzi tra i bambini degli anni settanta e ottanta dello scorso secolo.

Un suo illustre ammiratore fu prevedibilmente Fellini, un suo sicuro predecessore Jacovitti, ma Villaggio non si limitò al personaggio del vil Fantozzi e gli dette un doppio con il ragionier Fracchia, doppio egli stesso e capace di trasformarsi come un dottor Jekyll in un Hyde comicamente sfrenato, in una efferata “belva umana”. La rapidità, l'estremismo, la paradossalità e la “cattiveria” dei racconti e sketch di Paolo Villaggio andavano in controtendenza rispetto alla voga dei comici da televisione e da cabaret degli anni del suo trionfo, e nonostante i critici storcessero il naso, gli assicurarono l'ammirazione di registi importanti come, oltre Fellini, Ferreri, Olmi, Monicelli, la Wertmuller (con il suo personaggio più mite, Io speriamo che me la cavo, che vide Villaggio insegnante in una scuola della disastrata periferia napoletana).

La voce della luna è stato il suo film più ambizioso, al fianco di un Benigni che fu, purtroppo, più cedevole alle lusinghe del successo, e volle diventare rapidamente gradevole per piacere a un pubblico più vasto possibile, e per questo più conformista. Fellini si servì dei due comici secondo una sua visione della mutazione italiana, due poetici “resistenti al nuovo”, diversi da come erano nella realtà. Il troppo successo (anche radiofonico e soprattutto televisivo, oltre che editoriale e cinematografico) nocque alla creatività di Villaggio, che si trovò presto superato dai tempi, come lo è stato, dopo di lui, Benigni. Ma hanno avuto entrambi una grande stagione, e Villaggio – che, come molti comici e umoristi, dicono sia stato una persona portata alla insoddisfazione e all'umor nero – merita il riconoscimento che furono in pochi a dargli negli anni della sua maggiore vitalità.

"Fantozzi e la corazzata Potemkin"

Sono stato tra quei pochi, e ho il felice ricordo di una attraversata di piazza San Marco sguazzando insieme nell'acqua alta, diretti al palazzo del comune per presentare un piccolo libro del Circuito Cinema veneziano, il primo che gli fu dedicato, che conteneva un mio intervento entusiasta.

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