Domenica

Muti, con Verdi applausi ed emozione a Teheran

Le «vie dell’amicizia» del ravenna festival

Muti, con Verdi applausi ed emozione a Teheran


«Verdi è di tutti», dice semplicemente Riccardo Muti agli studenti di Teheran, che nella Vahdat Hall, nel Teatro della Fondazione Roudaki, hanno appena finito di applaudire entusiasti la prova generale del programma dedicato a Verdi. Costruito come un grande racconto su tre temi: patria, paternità (che sono poi la stessa cosa) e libertà. Certo, Verdi è sempre stato di tutti. Ma andatelo a dire in un Paese dove candidamente ti spiegano che sì, le opere possono andare in scena, ma a patto che si espungano i ruoli femminili. Dunque dove - di fatto - non si possono eseguire. E dove se ti siedi sull’autobus nei posti davanti - e sei una donna - ti rimandano indietro.

Per la ventunesima tappa dei Viaggi dell’amicizia, Ravenna Festival ha mirato a costruire un gemellaggio con una postazione rischiosa. E non lo nasconde l’ambasciatore italiano, Mauro Conciatori, che ci riceve nel giardino di casa, dove non è obbligatorio portare il velo: a un mese dagli attentati (che hanno obbligato a deporre l’iniziale progetto del concerto in piazza, spostandolo nel più protetto teatro) questo concerto tenacemente voluto da Cristina Mazzavillani Muti, di importante visibilità internazionale, è stato portato a segno mossa su mossa, come una partita a scacchi. Perché alla fine vincesse il dialogo, dimostrando la concreta possibilità di esistere di un Iran moderato. Che crede nella cultura, riallaccia i ponti col glorioso passato e investe sul presente di tanti giovani “assetati” di musica.

Assetati lo usa la prima tromba del San Carlo di Napoli, Giuseppe Cascone, quando nel viaggio di ritorno, subito finito il concerto, verso l’aeroporto intitolato all'Imam Khomeini, confida l’autentica emozione provata nell'esperimento senza precedenti. Premesso che gli orchestrali, di necessità, raramente si emozionano; e premesso che senza Riccardo Muti tutto sarebbe rimasto una cartolina decorativa (lui con la proverbiale capacità tecnica e magica di far suonare come una vera orchestra anche assiemi estemporanei) Verdi che illumina Teheran è un gioco di specchi. Profondo come quelli delle sale decorate dell’edificio reale superstite, il Palazzo Golestan. I protagonisti che a vicenda si riverberano sono diversi. Ma il primo soggetto fertile, che conferisce senso spiccato a questi Viaggi, è l’incontro tra realtà musicali lontane. Dal 1997, primo viaggio a Sarajevo, l'orchestra effimera (ma duratura nella memoria simbolica) deve accostare, leggio su leggio, almeno due formazioni tra loro estranee.

Qui le due erano squadre giovani: la Cherubini di Muti, da un lato, e la Sinfonica di Teheran dall’altro. Una nobile, col meglio dei diplomati dei Conservatori italiani, l’altra con soli due anni di vita. Ma un passato importante, quando si poteva permettere di ospitare solisti come Isaac Stern. Poi chiusa, durante la rivoluzione, e da due anni riaccesa grazie alle cure del compositore e direttore Shardad Rohani, amatissimo. Dunque per il concerto, a ogni leggio sedevano un italiano/a e un persiano/a. Ma c’è di più: a rendere ancora più emblematico l’abbraccio tra Italia e Iran (con bandiere dai colori uguali, una a righe orizzontali, l'altra verticali) si aggiungevano anche una ventina di prime parti delle Fondazioni liriche, cioè dei nostri teatri. Cinquanta (di Teheran), trenta (della Cherubini) e venti (seniores, di Scala, Maggio fiorentino, Opera di Roma, Comunale di Bologna, Petruzzelli di Bari, Massimo di Palermo, San Carlo di Napoli, Carlo Felice di Genova) venivano a formare una compagine di un centinaio di elementi, totalmente eterogenei. Uniti solo dall’intenzione musicale.

E dalla scuola di Muti: quattro giorni fitti di lezioni, a porte aperte (con gli studenti del Conservatorio di Teheran in ascolto, gli autografi poi e le foto, uno addirittura con un devoto baciamano) trasformavano il frammentario in unità. Costruita su dettagli finissimi, di precisione, di rispetto della scrittura, ma anche su una analisi dei significati, sulle corrispondenze profonde tra nota è espressione. «Ogni nota è musica», si indignava il Maestro, fermando l’orchestra per un ritmo generico nella Sinfonia della “Forza del destino”. «E ogni nota è l’universo», chiosava con tono più basso. Con parole bellissime, da tenere come un motto, come quello sul medaglione all’ingresso del Museo Nazionale di Teheran: “Sarà potente colui che avrà la conoscenza”, scritto da Ferdousi, il famoso poeta medioevale persiano. A testimoniarci il millenario passato aristocratico e coltissimo di questa regione, percorso obbligato delle Vie della seta. Meno devastanti di quelle poi del petrolio. A 1.800 metri (circa), con quaranta gradi fissi, inquinamento come Pechino e sabbia del deserto a pizzicare gli occhi, la Teheran di oggi, nell’incontro estemporaneo di un concerto, mostra ambizioni raffinate, ma sembra averne perduto i codici di attuazione.

Ad esempio, dopo la toccante prova generale del mattino, il concerto alla sera, con tutte le autorità e le ambasciate straniere a Teheran e il pubblico elegante e la piccola comunità degli italiani a frotte, mostrava qualche falla. Non dal palcoscenico, sia chiaro, dove orchestrali e coristi (Coro di Teheran e di Piacenza uniti) eroicamente resisteva, nonostante una temperatura creata da luci a mille, inutili e immodificabili. Le falle venivano dalla mezz’ora di ritardo di inizio concerto (il traffico, certo, ma gli studenti lo avevano superato), il cronista della TV locale che dal palco reale parla in diretta, come se fosse una partita di calcio, mentre i musicisti suonano. Oppure ancora gli infiniti telefonini, che squillano, con l’esperanto del nostro quotidiano.

Sembravano aver perso la consuetudine al rito del teatro, gli entusiasti di Teheran (che alla fine rispondevano con applausi e possenti fischiate di approvazione). Disabituati a frequentare quella bella loro sala, un gioiello anni Sessanta, voluto su modello dell’Opera di Vienna: Jugendstil nelle geometrie delle decorazioni, i colori oro, rosso, panna, la volta traforata, per l’acustica (che infatti è ottima, soprattutto come sempre dai palchi) e un lampadario a ciambella, enorme, di cristalli (dove si arrampicava l’assistente della fotografa Silvia Lelli, per alcune immagini spettacolari). Teatro da rivalutare, da riempire di musica. Con foyer a belle vetrate, dove le giovani coppie di Teheran finalmente possono incontrarsi, complice la penombra.

Un vecchio corista, alle prove e poi al concerto di Muti, ricordava che qui aveva diretto Karajan (che andava a sciare con Farah Diba, a St.Moritz, e poi la invitava con lo Scià a Salisburgo). Quando non si pensava che la musica fosse pericolosa. Prima che fossero messi al bando gli strumenti (tenuti nascosti, nelle case, come refurtiva) e chiuse le scuole di musica. Oggi l’Iran sembra svoltare, l’energia positiva è tangibile, la curiosità degli sguardi verso chi viene da fuori dice che i muri non esistono più. Tuttavia restano alcuni divieti, in particolare relativi al mondo femminile. Il concerto del Ravenna Festival li spianava con una determinazione esemplare.

Fianco a fianco, uomini e donne (col velo diventato un decoro, rosso in orchestra e giallo per il coro) senza nessuna gerarchia che non fosse la qualità. Francesco Manara e Massimo Polidori, spalla e primo violoncello della Scala, tenevano le redini del cerchio degli archi, alte come i fili di un aquilone (stupenda, nelle prove, la cura maniacale delle arcate, insegnate ai giovani, come travaso di esperienza); Marco Zurlo, spalla dei secondi violini del Maggio, bilanciava con stile da quartetto; impeccabile la clarinettista del Carlo Felice, Valeria Serangeli; e da menzione la giovane Alireza Motevaselidarab, di Teheran, promossa a primo fagotto.

Riccardo Muti, che al mattino aveva salutato con parole affettuose e importanti gli studenti, alla sera non aggiungeva né un discorso né un bis al programma. Nemmeno un “Va’ pensiero?” Nemmeno quello. Perché sarebbe stato una glassa, gesto esornativo a un impaginato che invece stava in piedi perfetto. Una storia. Verdi che a Teheran racconta quanto anche noi abbiamo sofferto (forse non proprio così tanto) per l’assenza di libertà. Per una patria tradita, appena unificata. Per gli esuli, che tornavano e come Procida (”Vespri siciliani”) baciavano la terra “adorata”. Verdi che graffiava il “desio di libertà” nel più bel duetto del melodramma (e non tra innamorati, ma di amicizia, tra Don Carlo e Rodrigo), che diventa alla fine “un grido”. Incisivo, come le mille volte che viene ripetuta la parola “patria”, nel coro in forma di marcia funebre di “Patria oppressa”. Per chiudere con la mitragliata eloquente del “Macbeth”: “tiranno”, “artigli”, “tigre” e “Patria tradita”.

La censura non avrebbe permesso di tradurre le parole verdiane scelte da Muti, concertate con una sensibilità finissima e più belle, sui ritmi voluti come in partitura. Drammaturgicamente a segno. Restituite con uno spirito di meravigliosa squadra dai solisti - tutti uomini, ovviamente - che si alternavano sul palcoscenico: il tenore lucente Piero Pretti, il baritono col più bell’affondo sulla prosa del testo, e non solo cantante, Luca Salsi, e il basso di velluto Riccardo Zanellato. In cordata, a passarsi in testimone tra le pagine di “Vespri”, Don Carlo”, “Simon Boccanegra” e “Macbeth”. A raccontarci Verdi calato dentro la storia. Di ieri e di oggi. In un concerto che non aveva un titolo. Mascherato come una sequenza di belle Arie d’opera. Che nella sostanza è stato una lezione, la più autentica, sulla libertà.

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