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Paolo Cognetti vince lo Strega

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Paolo Cognetti vince lo Strega

Paolo Cognetti subito dopo la proclamazione del verdetto. Alla sua destra il vincitore dell’edizione 2016 Edoardo Albinati (Ansa)
Paolo Cognetti subito dopo la proclamazione del verdetto. Alla sua destra il vincitore dell’edizione 2016 Edoardo Albinati (Ansa)

Gli occhi lucidi, la mano rovesciata a simulare la M iniziale della sua montagna, Paolo Cognetti ha commentato ieri sul palco a Villa Giulia, a Roma, la vittoria del Premio Strega ricordando gli inizi “alla Minimum Fax, l'arrivo alla splendida Einaudi”, salutando gli amici montanari e facendo i ringraziamenti di rito. Poi pazzo di felicità ha preso in braccio Angela Rastelli, l'editor del libro, e l'ha fatta roteare più volte, una scena da film. La stessa cosa con Paola Gallo, responsabile della narrativa della casa editrice torinese.

Cronaca di un successo annunciato, dunque. Con Le otto montagne Cognetti, classe 1978, ha conquistato 208 voti contro i 119 della seconda classificata Teresa Ciabatti (La più amata, Mondadori), uno scarto ampio che si era misurato tutto già nella selezione per la cinquina, regalando così a Einaudi il terzo successo negli ultimi 4 anni (La Scuola Cattolica di Edoardo Albinati, pubblicato da Rizzoli, fu premiato l'anno scorso; vinsero Nicola Lagioa con La ferocia nel 2015 e Francesco Piccolo con Il desiderio di essere come tutti nel 2014).

A comporre il quadro di questa 71esima edizione ci sono la terza classificata Wanda Marasco con La compagnia delle anime finte (Neri Pozza), che si è aggiudicata 87 voti, Matteo Nucci con E' giusto obbedire alla notte (Ponte alle grazie) che ne ha ottenuti 79 e Alberto Rollo con Un'educazione milanese (Manni), 52 voti.

Le otto montagne, vincitore anche dello Strega giovani, è la storia di un'amicizia maschile tra un ragazzo nato in alta quota e un coetaneo di città, e del rapporto con i rispettivi padri, raccontata con una misura che permette a tutti di riconoscervisi. In una lingua scarna e che nulla concede al compiacimento letterario, figlia di un costante e cercato lavoro di sottrazione, come aveva raccontato lo stesso autore durante la presentazione dei finalisti a Milano al Mudec, ma non per questo meno poetica. Anzi, proprio per questo, sottile e avvincente. “Lavoro da tanto tempo, è un traguardo che viene da lontano” ha detto Cognetti alla fine. “Questo libro ho cominciato a scriverlo in montagna, in solitudine. Nessuno mi cercava. E' uscito a novembre ed è cresciuto piano piano, sempre di più. E ora eccoci qui” ha concluso con un sorriso che gli ha riempito il volto.

La più amata è, invece, anche la più delusa. Inizialmente indicata da molti come potenziale vincitrice, in questa lunga competizione, Teresa Ciabatti non ha dato il colpo d'ala che qualcuno si aspettava. La sua autofiction racconta la storia dei Ciabatti e in particolare del padre Lorenzo, descrivendo una vita familiare drammatica e dall'epilogo sibillino.

Ha convinto, comunque, più dell'opera di Wanda Marasco, dalla quale nel precedente voto della cinquina la dividevano solo due preferenze. “La compagnia delle anime finte”, ambientato in una Napoli povera e tumultuosa attraversata dal Dopoguerra in poi, con i bassi di Capodimonte popolati dalle anime finte del titolo, si distingue per la lingua, che riflette la violenza e la visionarietà degli intrecci e delle vicende che ruotano attorno a Rosa, la protagonista, e al suo dialogo a distanza con la madre Vincenzina.

Matteo Nucci con E' giusto obbedire alla notte, la cui trama si dipana sulle rive del Tevere, si è piazzato quarto a scapito di Un'educazione milanese di Alberto Rollo, editor di lungo corso alla sua prima prova narrativa: il voto unico della finale al Ninfeo di Villa Giulia (in quello per la cinquina si potevano esprimere tre indicazioni), ha cambiato qualche equilibrio come era normale che fosse. Ma finisce con il premiare il titolo dal fascino più trasversale e traducibile.

eliana.dicaro@ilsole24ore.com

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