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Un teologo per il Principe

Storia

Un teologo per il Principe

Sovrano  di francia. Filippo il Bello ed Egidio Romano (miniatura di un codice medievale)
Sovrano di francia. Filippo il Bello ed Egidio Romano (miniatura di un codice medievale)

Tra le tante figure d’intellettuale del Medioevo, quella di Egidio Romano (1247-1316) ha una sua straordinarietà. Ancora giovane teologo, nel 1277, perde il suo insegnamento all’università di Parigi perché viene coinvolto nelle censure ecclesiastiche che si abbattono sugli aristotelici dell’università. Può sembrare strano a noi oggi, ma le censure lo colpiscono pure perché allievo di Tommaso d’Aquino, da poco scomparso, in quello che è anche un regolamento di conti tra scuole filosofiche.

Ma Egidio è troppo brillante perché la sua carriera finisca così: continua a insegnare in Italia nelle scuole del proprio ordine religioso, quello degli Eremitani di Sant’Agostino, e diventa così noto e stimato che le sue dottrine assurgono presto a dottrine ufficiali delle scuole agostiniane. Dotato di un fiuto politico notevole, forse proprio in virtù di quel primo doloroso episodio di censura e perdita della cattedra, rientra nei giochi accademici parigini quando il delegato del papa, un certo Benedetto Caetani (che diventerà Bonifacio VIII), mandato a Parigi anche per sedare i litigi fra ordini, scuole e poteri, non solo lo fa reintegrare, ma censura alcuni dei vecchi avversari di Egidio. La leggenda vuole che proprio Egidio avesse consegnato al responsabile più accanito del suo allontanamento dall’università di Parigi il documento con cui a quest’ultimo veniva ora imposto il silenzio.

Ma a Egidio Romano non basta essere forse il teologo più brillante della sua generazione e uno dei più grandi di tutto il Medioevo. Non disdegna il potere e ama il gioco delle influenze politiche. Di lì a poco diventa arcivescovo di Bourges e quando ormai lo scontro tra Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo il Bello – di cui Egidio era stato forse precettore - si profila e diventa inevitabile, Egidio si schiera con il papa, di cui diventa il consigliere più influente. La famosa bolla papale Unam sanctam, del 1302, con cui Bonifacio dichiara la pienezza del potere papale, è probabilmente opera della mano di Egidio oltre che del suo pensiero. Il trattato di Egidio sul potere della chiesa, scritto proprio negli stessi mesi, è un modello di assolutismo teologico-politico che non ha uguali per audacia intellettuale e rigore tecnico. Quando l’onda bonifaciana si sarà esaurita (ma chissà se davvero il pontefice fu schiaffeggiato ad Anagni dai suoi nemici, spalleggiati dai francesi) Egidio parteciperà comunque con il nuovo papa al Concilio di Vienne (che si svolge di fatto sotto la tutela di Filippo il Bello, che riesce a ottenere anche lo scioglimento dell’ordine dei Templari) da una posizione di peso.

Come molti dei suoi colleghi, Egidio si è cimentato con una massa enorme di temi filosofici, dalla metafisica ai problemi eucaristici, dalle teorie sulla causalità alle ontologie angeliche, dai problemi del linguaggio ai trattati politici. Ma c’è un’opera che ha un particolare destino e che egli scrive ancora giovane, nel 1280, ed è rivolta proprio a Filippo il Bello, ancora erede dodicenne al trono di Francia. Si tratta del Governo dei principi, la prima opera di politica che tiene pienamente conto di tutti i testi aristotelici, da poco ritornati in Occidente, ma utilizzandoli non solo per finalità teoriche e di speculazione, bensì per costruire un corposo volume che si vuole anche come manuale “pratico” di politica. Al principe, e più in generale a tutti i governanti, viene spiegato come comportarsi nel governo di sé, della famiglia, della corte, della propria comunità politica. Il risultato è un classico del pensiero politico occidentale, uno dei rari casi di trattato in cui gli elementi antropologici, filosofici, teorici, sono intrecciati in modo appassionante con codici di comportamento, consigli concreti, capacità di comprendere le dinamiche effettive del potere.

Il trattato ha un successo così immediato e universale che non solo si moltiplica in centinaia e centinaia di manoscritti – che oggi giacciono in tutte le biblioteche storiche d’Europa – ma viene tradotto, cosa eccezionale, in quasi tutte le lingue volgari del tempo, il francese, il catalano, il castigliano, il tedesco, il fiammingo, lo svedese, l’ebraico, l’inglese e molte altre.

Sarebbe meglio dire “volgarizzato”, perché nelle pratiche del tempo i libri più che tradotti, nel senso odierno del termine, vengono resi disponibili, con uno spirito di adattamento alle capacità e soprattutto alle esigenze intellettuali e pratiche del pubblico a cui la traduzione è rivolta. Non è semplice il passaggio dal latino, lingua della precisione scientifica del tempo, a volgari che sono ancora in formazione e che cominciano a cimentarsi con la filosofia e con la scienza.

Il testo di Egidio Romano nel passaggio straordinario dal latino a tutte queste lingue che diventeranno le lingue nazionali, risulta così, per noi oggi, anche un formidabile punto di osservazione per comprendere come le varie lingue abbiano cominciato a crearsi un lessico volgare della politica.

Fiammetta Papi, giovane filologa della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha dato alle stampe l’edizione critica proprio del volgarizzamento italiano, in volgare di area senese, del 1288. La storia di questo volgarizzamento, il cui autore non è noto, è a sua volta molto interessante, perché non si tratta di una versione del testo latino, ma di un volgarizzamento precedente in francese - di cui conosciamo invece l’autore, Henri de Gauchi - commissionato dal padre di Filippo il Bello, nel 1282. Già solo mettere a confronto i tre testi, latino, francese, italiano, contemporanei, fornisce molte indicazioni lessicali e concettuali (problematico è però proprio il testo latino, di cui non abbiamo un’edizione critica).

Il lavoro di Fiammetta Papi, che presenta anche un’importante introduzione sullo stato delle ricerche sul pensiero politico egidiano, oltre a rendere possibile e più affidabile questo tipo di comparazione e di indagini, per chi è interessato alla storia del pensiero medievale rende comunque finalmente disponibile un testo di straordinario valore storico e linguistico – basterebbe solo pensare che Dante lo cita nel Convivio – che fino a oggi potevamo leggere solo in un’edizione molto meno affidabile risalente al 1858 (ma comunque benemerita). Si tratta di un vero e proprio classico della civiltà medievale italiana.

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