Domenica

Filosofi allo sportello

Economia e Società

Filosofi allo sportello

Primi anni trenta. Raffaele Mattioli (a sinistra) e Antonello Gerbi su un terrazzo  della Banca Commerciale Italiana, Milano. Fonte: Archivio storico di Intesa Sanpaolo, Carte A. Gerbi
Primi anni trenta. Raffaele Mattioli (a sinistra) e Antonello Gerbi su un terrazzo della Banca Commerciale Italiana, Milano. Fonte: Archivio storico di Intesa Sanpaolo, Carte A. Gerbi

Raffaele Mattioli ha segnato come pochi la storia del sistema bancario italiano, dirigendo la Comit dalla crisi degli anni Trenta fino all’inizio degli anni Settanta. La letteratura su questo straordinario personaggio è ormai sterminata, tanto da averlo quasi ridotto a stereotipi fuorvianti: il “banchiere umanista”, il “banchiere ribelle” come a rimarcarne elementi di anomalia e di atipicità. Mattioli fu invece un capo d’azienda nel senso più completo della parola, pienamente consapevole del ruolo di una grande istituzione creditizia nello sviluppo economico del Paese. Per capirlo, niente è più utile che scavare nel lungo e felice sodalizio che egli ebbe con Antonello Gerbi, intellettuale che giovanissimo venne apprezzato da Benedetto Croce e subito attratto nell’orbita della Comit dove lavorò fino al 1970, salvo una parentesi in Perù dove era emigrato per sfuggire alle persecuzioni razziali. Le vicende sono narrate dal figlio Sandro, in questo libro che è la versione interamente rifatta di una precedente di quindici anni fa.

Mattioli si vantò fin da subito di aver assunto con incarichi importanti un «filosofo domato» (di qui il titolo del libro) riferendosi alla commedia shakesperiana, ma sbaglia chi crede che si trattasse di una concessione alla sua passione per le lettere. Il Mattioli che farà rivivere la casa editrice Ricciardi e curerà la grande collana di classici, non coltivava un hobby elitario, ma si dedicava al versante intellettuale del suo lavoro di banchiere.

Egli era fermamente convinto che le banche in generale e la Comit in particolare avessero un ruolo fondamentale nello sviluppo economico ed interpretava questa responsabilità con grande senso civico. Ciò significava confrontarsi con il mondo intellettuale, a cominciare dagli esponenti del pensiero liberale italiano, ma anche con i politici più attenti ai cambiamenti profondi che il Paese stava vivendo, come Malagodi e La Malfa, senza trascurare i rapporti con il Partito comunista, attraverso Franco Rodano e Palmiro Togliatti. Proprio a quest’ultimo ebbe a dire che «la sana finanza non è rivoluzionaria, ma un interesse di tutta la nazione».

Mattioli non si unì infatti al coro di quanti in quegli anni guardavano solo agli aspetti positivi del miracolo economico. Egli ne aveva intuito i limiti e in particolare aveva capito che in mancanza di profonde riforme strutturali la spinta iniziale si sarebbe presto esaurita. Egli fu quindi un protagonista del dibattito di una frangia di intellettuali di ispirazione liberale che chiedevano modifiche profonde del quadro normativo, l’apertura ai mercati internazionali, lo sviluppo dei mercati finanziari, l’aumento della concorrenza, senza disdegnare un intervento pubblico (negli anni Sessanta fiorì il dibattito sulla programmazione) che regolasse le forze di mercato.

Le proposte di riforme rimasero lettera morta. Fu facile trovare a partire dagli anni Settanta nel debito pubblico un pozzo apparentemente senza fondo cui attingere per soddisfare di volta in volta le richieste delle varie constituencies della classe politica. Ma l’Italia pagherà a caro prezzo, e sta pagando tuttora, il non aver attuato le grandi riforme strutturali richieste dal passaggio da un’economia tradizionale ad una che si confrontava ormai con i principali Paesi industrializzati.

La Comit partecipò attivamente a quel dibattito di idee, così come ebbe un ruolo importante nella crescita delle imprese in quello straordinario periodo, che portarono ad esempio l’industria automobilistica italiana a dominare in Europa. Ma ciò fu possibile grazie anche al contributo di idee dell’Ufficio Studi diretto da Antonello Gerbi. Quest’ultimo nel dopoguerra diede concreta attuazione a idee che Mattioli aveva enunciato fin dagli anni Trenta e diede vita ad una struttura (altrove poco più di un fiore all’occhiello) in presa diretta con le decisioni strategiche della banca. Alle dipendenze degli amministratori delegati e con compiti delicati di intelligence (cioè raccolta ed elaborazione di informazioni), valutazioni critiche di scenari operativi e scelte strategiche. Un ruolo cruciale, perché, come ebbe a dire Mattioli inaugurando un seminario di uffici studi delle grandi banche internazionali, «voi fornite gli strumenti, le verifiche e gli stimoli che impediscono agli amministratori di credersi essi stessi infallibili o ispirati da Dio». Viene da pensare quanti errori sarebbero stati evitati, soprattutto negli anni recenti della grande crisi, se i banchieri onnipotenti e strapagati avessero avuto simili coscienze critiche in casa.

Rimane il fatto che in questo modo la Comit realizzava una simbiosi tra vertici e ufficio studi che avrebbe trovato applicazione anche in Banca d’Italia, soprattutto a partire dagli anni di Guido Carli. Ovviamente, anche le relazioni di bilancio della Comit avevano lo stesso valore e la stessa elaborata stesura delle Considerazioni finali del Governatore. Sintesi del pensiero di un leader, ma frutto di un corale e minuzioso lavoro di raccolta ed elaborazione di idee. Per questo le relazioni della Comit sono ancora oggi documenti fondamentali per conoscere l’Italia di quegli anni e per capire ciò che il Paese avrebbe potuto essere e non è stato. Il motivo è che ai banchieri di oggi (ma anche a quelli degli ultimi decenni) non è passata neanche per la testa l’idea di “domare filosofi”.

© Riproduzione riservata