Domenica

I miei quadri in movimento

david lynch

I miei quadri in movimento

Memoria e immaginazione. David Lynch, classe 1946
Memoria e immaginazione. David Lynch, classe 1946

«I miei film sono quadri filmati, ritratti in movimento imprigionati su celluloide». Difficile trovare una definizione migliore per il cinema di David Lynch. In linea con un’altra affermazione del regista del Montana: «la pittura è un’arte che si trascina dietro tutte le altre», quasi un richiamo alle avanguardie del primo Novecento. I cineasti non sono in generené buoni interpreti né raffinati esegeti della propria opera; al contrario David Lynch, pur nella parsimonia degli interventi, ha saputo, senza svelare arcani o segreti, illuminare i risvolti labirintici e misteriosi del suo cinema quasi sempre volontariamente mostrato come frutto di intrecci espressivi.

A ricordarci come all’inizio vi furono disegni (tanti) e colori (pochi) e come la formazione artistica sia alla base della macchina sensoriale che sarà il suo cinema, è il libro-intervista Io vedo me stesso (titolo di uno dei suoi quadri più celebri) curato da Chris Rodley ed edito, nella sua versione definitiva, dal Saggiatore. L’ampiezza delle conversazioni scandite nel tempo, permette a Lynch di rivelarsi senza alcun compiacimento e con gusto autoironico: con brio e senza abbellimenti di sorta il regista ripercorre la carriera iniziando proprio dai primi improvvisati atelier in cui, via pittura, imparò a pensare per immagini.

Del legame stretto tra arte figurativa e cinema parla del resto la stessa inquadratura lynchiana la cui perturbante molteplicità semantica nasce da virtuali sovrapposizioni pittoriche che le fanno da sfondo. Anche se poi il cinema postmanierista di Lynch non è esclusivamente retinico e per dar vita a forme e figure inedite si avvale di un tessuto memoriale che mette insieme preferenze letterarie (Poe e Kafka), ossessioni cinefiliche (Il mago di Oz), passioni musicali e ricorrenti tormenti sessuali (su tutti l’incesto come sintesi dei traumi domestici tipici della provincia americana).

Le quattrocento pagine del volume sono una sterminata miniera di informazioni in cui non è facile separare l’ordinarietà di cronache e rimembranze dall’incisività di riflessioni concettuali, tenute insieme dall’affabulante linguaggio metaforico del regista e assimilate nel tipico humour lynchiano che riesce a declinare nella grazia anche incubi e perversioni. Fatto salvo lo spazio dell’aneddotica (significativa la pretesa giovanile «sono uno studente di arte e credo di poter costruire una macchina per il moto perpetuo») e quello delle ricostruzioni puntigliose (il travaglio per Dune e la compensatoria passione per la fotografia: da quella industriale «mi sento a mio agio quando osservo enormi macchinari in azione» ai foto-collages del genere Chicken Kit), il libro offre al lettore la seducente opportunità di addentrarsi in una rete fittissima di simboli, figure, bizzarrie, alterità - della cui origine si dà spesso conto - su cui poggia l’ordito delle narrazioni. Al contempo permette di toccare con mano l’appassionata competenza in arte (la predilezione per Bacon) e in musica (i suoni particolari come lo slittamento di una nota sull’altra in versione rock) vissute come componenti inscindibili dell’espressione cinematografica. Spicca la rivendicazione delle propria modernità intesa come rinunzia al completo controllo del processo creativo («l’imprecisione che destabilizza lo spettatore») e il relativo entusiasmo per l’aleatorio: l’assistente scenografo Frank Silva appare, per un’imprecisione del set, riflesso in uno specchio e diventa per caso il personaggio opaco e malefico di Twin Peaks che sembra aver assassinato Laura Palmer. Intorno a Twin Peaks, Fuoco cammina con me, Strade perdute, nucleo del suo cinema maturo, Lynch si sofferma a lungo aprendo anche una riflessione di carattere filosofico su memoria e immaginazione: territori accomunati dall’essere rappresentazione ma anche temporalmente opposti (ciò che è stato versus ciò che potrebbe essere) compartecipi comunque del vertiginoso spaesamento che dagli enigmi dello schermo si allarga all’ultima produzione artistica, installazioni comprese.

Dalla lettura si esce con la convinzione che la ritrosia nei confronti del logos e la passione per universi irragionevoli, tipici dell’artista Lynch, non impediscano all’espressione del suo pensiero una linearità più che fertile. Non ci si deve troppo meravigliare quindi se le semplici osservazioni del regista di Mullholland Drive non si discostano troppo nella sostanza dalle articolate interpretazioni del suo cinema proposte da filosofi come Slavoj Žižek o scrittori come David Foster Wallace.

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