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Dossier Belém, una torre in attesa del futuro

    Dossier | N. 19 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Belém, una torre in attesa del futuro

    «Cantava [la bella dea] come di là s’imbarcherebbe / a Belém il rimedio a tanti mali, / senza sapere il mar qual in sé avrebbe portato».

    «Il grande Pacheco, l’Achille lusitano»: siamo all’ultimo canto delle Lusiadi (X, 12) di Camões [1572] e davanti all’incanto della Torre di Belém. La descrive José Saramago nel suo Viaggio in Portogallo: «Il viaggiatore non vede quale utilità militare avrebbe potuto avere quest’opera di gioielleria, con quel meraviglioso terrazzo sul Tago, luogo di massima eccellenza per assistere a sfilate di navi piuttosto che per orientare l’alzo dei cannoni. Che risulti, la torre non è mai entrata in formale battaglia. Meno male» (Dicono che è cosa buona). Quel suo manuelino candore, fioritura di orafi ai bordi del Tago, ha vinto ogni uso possibile; l’arte non solo piega l’utile, lo rende vano. Ecco il cuore di Europa: sopra la funzione (quale che essa sia) l’assoluto della forma perfetta.

    Belém [Betlemme] era comune autonomo sino alla metà del secolo XIX; ora fa parte della grande Lisbona: ma occorre visitarla come un segnacolo a parte, culla ultima del messianismo politico universale. Non la città lusitana di Wenders (Lisbon story, 1994 e Lo stato delle cose, 1982) piena di saudade; neppure quella di Tabucchi, ma profilata lì nell’infinito «Do Tejo, pelo mar que o Gama abrira» (Lusiadi, X, 10). Il porto donde salparono Vasco da Gama (Sines, 1469 – Cochin, 1524) e Duarte Pacheco Pereira (Lisbona, 1443/50 - 1533), l’uno esploratore delle Indie orientali e primo europeo a doppiare il Capo di Buona Speranza, l’altro cosmografo, viaggiatore nell’Atlantico del sud, e governatore di São Jorge da Mina, autore del mirabile Esmeraldo de situ orbis (1505-1508, ma edito solo nel 1892). Insieme li canta Camões e con lui riposa Vasco da Gama nel superbo Mosteiro dos Jerónimos (iniziato nel 1502, primo esempio di stile manuelino), a poche strade di distanza.

    Tra la torre e il monastero palpita l’eterno sogno di Nabucodonosor raccontato da Daniele: «Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta. Mentre stavi guardando, una pietra si staccò dal monte, ma non per mano di uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li frantumò. Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e divennero come la pula sulle aie d’estate; il vento li portò via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta quella regione.[…] Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre» (II, 31-45). È il sogno che affascinò anche Dante nell’episodio del Veglio di Creta (Inf. XIV, vv. 94-120): anelito che un giorno sorga un impero universale capace di reggere, qui in terra per sempre, le sorti umane.

    Il mito, tutto portoghese, che qui s’incarna nella sua forma più alta, del «Sebastianismo» o del «Quinto Impero», l’ultimo e perenne, nasce sulla credenza nel ritorno vittorioso del giovane re Sebastiano I, il «Desiderato» (Lisbona, 1554 – Alcácer-Quibir 1578), scomparso nella «battaglia dei Tre Re»; il re s’imbarcò da Belém con una flotta di 800 navi e circa 20.000 uomini. Il 4 agosto schierò le proprie truppe nei pressi di Alcácer-Quibir (Marocco); il suo rivale Mulay Abd al-Malik, contava su un esercito doppio di 40.000 cavalieri. Sebastiano fu sconfitto ma il suo corpo, mai ritrovato, fu fomite di di un “messianismo di ritorno” che nessun altro Paese conobbe, per la ricchezza delle opere che suscitò.

    Il primo degli interpreti fu il gesuita António Vieira (Lisbona, 1608 – Salvador, 1697), missionario infaticabile in Brasile, contrario alla persecuzione degli ebrei e alla schiavitù degli indigeni, autore di due testi fondamentali per la causa del «quinto impero» quali la História do futuro e la Clavis prophetarum senza contare la Defesa do livro intitulado “Quinto Império”; nell’ História do futuro soprattutto il «Quinto império do Mundo», generato dal compito messianico del Portogallo, diverrà il diadema della corona di Cristo. Il sogno non s’è mai spento – con il corollario anche di impostori: il più celebre il calabrese Marco Tullio Catizone, impiccato nel 1603 – ed è raccontato da Fernando Pessoa nel suo Portugal, sebastianismo e quinto império. Egli stesso si definiva: « un nazionalista mistico, un sebastianista razionale» e certo dobbiamo al suo Mensagem / Messaggio, edito nel 1934 (un anno prima della scomparsa dello scrittore) una delle più alte visionarietà che abbia conosciuto il Novecento, proprio nella poesia eponima D. Sebastião, rei de Portugal: «Folle, sì, folle, perché volli grandezza / che la Sorte non dà. / […] // La mia follia, che altri me la prenda / con quel che in essa c’era. / Senza follia che cosa è l’uomo / se non sana bestia, / cadavere rinviato che procrea?» (cito dalla bella traduzione di Giulia Lanciani, 2014). Così i suoi versi per António Vieira: «Egli, che ebbe fama ed ha gloria, / imperator della lingua portoghese, / anche per noi fu un cielo. // Nell’ampio spazio del suo meditare, / costellato di forma e di visione, / sorge, preannunciato di chiaror lunare, / il Re Don Sebastiano. // No, non è di luna: è luce dell’etereo. / È giorno; e, nel cielo vasto di desio, / l’alba irreale del Quinto Impero / riveste d’oro i margini del Tago».

    Forse leggeva questi versi Manoel de Oliveira (Porto, 1908 – Porto, 2015) mentre - con la fotografia di Sabine Lancelin – preparava le luci del suo Quinto Impero - Ieri come oggi, 2004; luci radenti di un’alba invocata nelle tenebre di una notte che non finisce, attesa di una missione che è orgoglio e vanità, ardente passione di sacrificio e di gloria. Quando lo vidi, decisi per Belém e per os Jerónimos. C’è, in questi luoghi, il senso di un’Europa più grande del suo stesso presente, che non conquista ma raduna al culmine; forse per questo è giusto che nel mosterio dos Jerónimos sia stato firmato, il 13 dicembre 2007, il «Trattato di Lisbona», quel poco che abbiamo di Costituzione europea, e che aggiunge un art. 1 bis, da meditare sempre e, più ancor oggi: «L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini». Soprattutto dovremmo conformarci al preambolo aggiunto a Lisbona: «Ispirando[ci] alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto». Questa è l’Europa che amo, «costellata di forma e di visione».

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