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Dov’è nato davvero Giotto?

Arte

Dov’è nato davvero Giotto?

Illustrazione di Guido Scarabottolo
Illustrazione di Guido Scarabottolo

«Il sottofondo sonoro della sua fanciullezza non era dunque il belare delle pecore, bensì il risuonare del maglio». Questa lapidaria ed efficacissima immagine di Michael Viktor Schwarz - professore di storia dell’arte all’Università di Vienna - pronunciata alcuni anni or sono, riassume e ravviva una delle innumerevoli polemiche - quella relativa al suo luogo natale -, che ruotano attorno alla figura di Giotto, uno dei pochissimi artisti del passato ben presente nell’odierno immaginario collettivo globale. Nell’opera in rima Il centiloquio del fiorentino Antonio Pucci si afferma che egli morì l’8 gennaio 1336 (stile moderno 1337) all’età di settanta anni, e quindi sarebbe nato nel 1267. Ma anche questo dato è tutt’altro che certo, in un’epoca che non prevedeva la registrazione sistematica delle nascite, e c’è da dubitare perfino che l’artista conoscesse l’anno della sua venuta al mondo!

Tuttavia, la data del 1267 è ritenuta generalmente la più attendibile e tale, per l’appunto, da giustificare la celebrazione di questo 750° anniversario. Quanto al luogo, i documenti d’archivio sembrano indirizzare inesorabilmente verso la Firenze industriosa e pulsante di commerci del tardo Duecento. Il padre del fondatore della pittura moderna, il fabbro Bondone, quando partecipò nel 1260 alla battaglia di Montaperti insieme al fratello, lo zio di Giotto, era già residente da tempo nel Sestiere di San Pancrazio, nel quartiere di Santa Maria Novella a Firenze. E lo stesso Giotto è menzionato come residente nel popolo di Santa Maria Novella. Ma persino la nascita mugellana è del tutto ammissibile, non foss’altro perché asserita da una delle fonti più autorevoli e soprattutto attendibili sull’arte e gli artisti del Trecento, i Commentari di Lorenzo Ghiberti - il grande scultore e orafo fiorentino - che indica come luogo di nascita di Giotto il piccolo borgo di Vespignano. La patria mugellana dell’artista era peraltro confermata, è giusto ricordarlo, da Ugo Procacci, al contempo storico dell’arte d’indubbio valore e acuto conoscitore delle carte d’archivio, in un volume di autori vari dal titolo assai eloquente, Giotto e il Mugello, pubblicato a Firenze nel 1978. Numerosi e incontrovertibili sono gli indizi che legano Giotto e, fatto non meno rilevante, i suoi familiari, al Mugello: in quella terra egli acquista case e terreni; lì vivevano i suoi figli e tre delle quattro figlie si maritarono con abitanti del luogo; il figlio Francesco è menzionato nel 1329 come priore della chiesa di San Martino a Vespignano; nel luglio del 1337, a pochi mesi dalla morte del pittore, la vedova Ciuta di Lapo si trasferisce in Mugello. Una possibile soluzione potrebbe risiedere nel trasferimento della madre del gran patriarca della pittura italiana del tempo dalla città alla campagna, appositamente per partorire... una circostanza molto aderente alla realtà perfino in epoca moderna. E questa possibilità l’abbiamo naturalmente considerata, sia io che Riccardo Nencini, quando ci siamo incontrati per la prima volta. In quell’occasione il senatore mi preannunciò l’uscita del suo volume (Il magnifico ribelle. Il Mugello di Giotto, Ed. Polistampa, Firenze, pagg. 72, € 10) e mi sollecitò a organizzare un convegno di studio per celebrare il 750° della nascita dell’artista. Il volume - scritto in maniera singolarmente diretta e, si direbbe, intima, nel rivolgersi al lettore - si colloca nel solco della folta letteratura relativa all’illustre polemica sul luogo di nascita, avviata sul finire dell’Ottocento da eruditi del calibro di Guido Carocci, Iodoco Del Badia, Giuseppe Baccini, Gaetano Milanesi, Robert Davidsohn. Tuttavia, a differenza dei severi eruditi appena menzionati che si divisero aspramente in due fazioni contrapposte, Nencini mantiene un sostanziale equilibrio fra le due ipotesi, in mancanza di una prova irrefutabile, come si conviene del resto a uno storico vero, quale egli è. Anzi, a dire il vero, in un passo dell’intrigante volume sembrerebbe propendere per una più plausibile nascita fiorentina di Giotto. E così facendo, dispiace di doverlo rimarcare, il senatore finisce per giocarsi una facile elezione a segretario del «P.O.M.», il nient’affatto improbabile Partito dell’Orgoglio Mugellano... ma forse due segreterie politiche sarebbero davvero troppe!
Scherzi a parte, dobbiamo a Nencini e all’Associazione «Mugello Mediceo» la promozione di una giornata di studi il 16 settembre presso il Teatro Giotto di Vicchio (a 46 chilometri da Firenze), nel corso della quale alcuni studiosi che più volte si sono confrontati con il grande artista - «Giottisti di mestiere» insomma, per usare una simpatica espressione di Giorgio Bonsanti, che a sua volta sarebbe l’unico candidato a segretario di questa ulteriore consorteria - , torneranno a interrogarsi intorno agli innumerevoli temi di ricerca proposti dall’universo giottesco.

Gli argomenti trattati nei vari interventi offriranno aggiornati spunti di riflessione e nuove proposte d’interpretazione su temi da sempre affascinanti, ognuno dei quali vanta com’è naturale vastissime bibliografie: le architetture raffigurate negli affreschi della Leggenda Francescana di Assisi; una rilettura del celebre mosaico della Navicella in origine nell’atrio della vecchia Basilica di San Pietro a Roma; il rapporto del grandissimo artista con la scultura e l’architettura del suo tempo; la questione avvincente dell’organizzazione della sua bottega, che probabilmente si costituiva come un cantiere aperto nei diversi luoghi dove si trovava a lavorare; oppure le sue tecniche operative risultanti dalle indagini diagnostiche condotte sui suoi capolavori. Nonostante le ricerche di generazioni di studiosi e la vastissima letteratura che lo riguarda, questo gigante della storia dell’arte europea è tuttoggi fonte inesauribile di studi e approfondimenti critici. Un dato di fatto che il titolo annunciato dell’intervento di Giorgio Bonsanti riassume come meglio non si potrebbe: «Ciò che non sappiamo di Giotto».

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