Domenica

«Inverno» di suono e silenzio

danza/orizzonti verticali

«Inverno» di suono e silenzio

Assolo. Melissa Cosseta in «Inverno», della compagnia coreutica Giardino Chiuso, andato in scena a San Gimignano
Assolo. Melissa Cosseta in «Inverno», della compagnia coreutica Giardino Chiuso, andato in scena a San Gimignano

Come è giusto che sia molti luoghi turistici accolgono, di questi tempi, rassegne capaci di allietare le notti di visitatori e comuni abitanti. Spesso si tratta di vetrine concentrate in pochi giorni, ma non per questo meno dense di avvenimenti. “Orizzonti Verticali”, a San Gimignano (e in parte a Poggibonsi), vive da cinque edizioni e non poteva trovare un nome più consono alla cittadella turrita in cui i vasti orizzonti sono interrotti dalla robusta verticalità delle tredici torri superstiti (nel 1300 pare fossero settantadue !).

L’obiettivo del festival, guidato da Tuccio Guicciardini, - figlio di Roberto, regista d’opera e prosa, tra i fondatori, nel 1969, del Gruppo della Rocca - è dalla nascita trasversale. Vi convergono sedute letterarie, danza, teatro, musica, incontri tra pubblico, artisti e critici. Nel denso pot-pourri 2017, è stato presentato Inverno, primo spicchio di un progetto della compagnia coreutica Giardino Chiuso, destinato ad esplorare le quattro stagioni nel quotidiano scorrere di un tempo ciclico. La vita cozza contro l’interiorità spesso ribelle alle regole di una natura ormai sconvolta dai chiaroscuri di inquinamento e tragici eventi tellurici, oppure, come in questo caso, in parte vi si appoggia.

Inverno è un assolo per Melissa Cosseta, intensa e affascinante ballerina guidata da Patrizia de Bari, la coreografa, e dallo stesso Tuccio Guicciardini, qui in veste di drammaturgo. La presenza dal vivo di Julia Kent, violoncellista e compositrice delle musiche (oltre allo strumento campionato, c'è l'elettronica “trovata” ad accompagnare e integrare), ne fa un duetto in cui danza e musica si confrontano anche con diapositive. La scena è semplice: pannelli per le proiezioni e una cassa rettangolare ove la danzatrice a piedi nudi e in semplice abitino chiaro, si immerge in un’inquietante malinconia, nel raccoglimento e nell’attesa. Il suo stare seduta di schiena sulla cassa, allungarsi, accartocciarsi, emergendo con piccoli gesti, o estensioni di braccia e gambe, accompagna il silenzio della prima parte, in cui per contrappasso diapositive dai colori densi e scuri creano una fuga di irriconoscibili paesaggi “alla Böcklin”, o di alberi. Solo l’irrompere della musica, ferocemente struggente, anima il corpo, lo rimette in piedi, ne sprona pure, con qualche clangore sonoro, la velocità.

L’agitarsi attorno a quell’unico oggetto di scena - forse allusivo a una cassa funebre - con azioni veloci dell'interprete ricorda vagamente Im Bade Wannen, il famoso assolo con vasca da bagno di Susanne Linke. Ma Inverno è un pezzo intimista, dal linguaggio lontano dal Tanztheater anni Ottanta o da intenti sociali. Qui, la stagione invernale è rigore, nella tecnica accademico-contemporanea, si direbbe, ed è rigore della persona danzante. Movimenti eleganti anche se qua e là volutamente spaesati, o impauriti, preludono ad un definitivo mostrarsi in piedi e in proscenio. Silenzio e suono: d’improvviso la cassa viene eretta in verticale e si apre come un libro in cui compare l'azzurro di un cielo quasi senza nubi. Arriverà la primavera?

Altro pezzo sempre in fieri, ma perché cangiante nella tecnologia, è Temporaneo Tempobeat di Ariella Vidach e Claudio Prati, una struttura “aperta”, con danzatori -cinque, e molto concentrati- a cui s'addice la collocazione all’aperto. Qui non siamo più nella raccolta Rocca di Montestaffoli, adatta ad Inverno, bensì nella centrale Piazza S. Agostino: i rumori d’intorno non intaccano le sonorità preconfezionate o create al microfono dai danzatori stessi, dalle loro voci emittenti monosillabi in loop, alla maniera delle beat-box care agli adolescenti per avvalersi di ritmi in tempo reale. Pur trattandosi di una tecnologia “leggera”, quasi grezza, nel momento in cui proviamo a riflettere troppo su come la cassa-computer senza fili interagisca con i microfoni presi in mano, o trascinati con la loro piantana sul palco spoglio, su come i suoni preregistrati in una loop station giungano ai danzatori, perdiamo la freschezza del movimento. Meglio abbandonarsi, senza pensieri, a questo caldo gioco apparentemente casuale. Ravvisiamo picchi strutturati nell’avvolgente assolo di Chiara Ameglio e nella sua lotta con un collega, nella flessuosità solipsistica di Giovanfrancesco Giannini, nell'impazzimento ritmico del finale di gruppo: tutti compatti, le braccia alzate.

Pièce ispirata alla strada e di strada, Temporaneo tempobeat non ha velleità se non quella di dimostrare come una danza, di cui gli stessi ballerini sono creatori pre-istruiti, possa coinvolgerli nella vocalità, nella totalità fisica, in un crescendo di ritmo sprizzante, per una volta, solo gioia pura.

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