Domenica

«Lucifer» molto «Heretico»

festival di castiglioncello

«Lucifer» molto «Heretico»

Religione da irridere. Lo spettacolo «Heretico» dell’attore, autore e regista  Simone  Perinelli
Religione da irridere. Lo spettacolo «Heretico» dell’attore, autore e regista Simone Perinelli

Non è facile dare una lettura univoca del festival di Castiglioncello di quest’anno. Inequilibrio non è il genere di rassegna che si frequenta per seguire quei due o tre titoli importanti: è un laboratorio perennemente aperto, una sorta di palestra dove si incrociano giovani e meno giovani, teatro e danza, produzioni indipendenti ed esperienze nate qui in residenza. A Castiglioncello ci si va per avere il polso di una situazione, non per vedere dei risultati compiuti. E la prima impressione è che in questa ventesima edizione al venir meno di alcuni spazi e alle incertezze sul futuro si sia aggiunto un orizzonte creativo che sembra indicare una certa fase di stanca.

Poi, però, valutando una serie di proposte nell’insieme, si colgono dei temi ricorrenti, come dei fili conduttori. A differenza di quanto accadeva negli scorsi anni, caratterizzati soprattutto da spiazzamenti formali, da operazioni di scomposizione e ricomposizione dei linguaggi, si avverte ora un nucleo di idee, un fulcro di pensiero intorno a cui molti gruppi sentono la necessità di lavorare. Questo nucleo di idee si può sintetizzare in un (insolito) bisogno di interrogarsi sul complesso rapporto con la sfera del sacro. Ed è in sé una materia forte, al di là degli esiti ai quali dà luogo.

Due degli spettacoli comunque più interessanti fra quelli che ho visto affrontavano l’argomento in modo per così dire diretto, frontale. Il primo, Heretico, che dichiarava i suoi intenti fin dal titolo, era opera di una compagnia che ultimamente si sta imponendo all’attenzione, Leviedelfool, nome anch’esso indicativo: il suo artefice è una figura dalla spiccata personalità teatrale, l’attore-autore-regista Simone Perinelli, dotato di un talento indubbiamente esuberante ma anarchico, sghembo, cui molto gioverebbe essere riportato entro confini stabili.

Che cos’è Heretico? È una sorta di manifesto anti-religioso, una perorazione veemente, sarcastica, rabbiosa a favore del «sole della conoscenza» e contro «il buio della fede». Lo spettacolo, privo di una struttura definita, alterna ironici sproloqui, irridenti letture delle Sacre Scritture, numeri di danza, beffarde litanie, profezie apocalittiche, il tutto mescolato a sonorità dissonanti e a immagini acremente provocatorie, come quella della voluminosa attrice Claudia Marsicano nei panni di una madonna addolorata portata in processione.

Ci sono un paio di monologhi, come quello su Giordano Bruno, dalla scrittura accesa, densamente visionaria, c’è la bravissima Marsicano, irresistibile Papa Girl che in anglo-lombardo-napoletano sostiene la causa della famiglia tradizionale contro le coppie gay («io ho amici omosessuali e gli voglio bene come alle persone normali...»). L’impressione è che Perinelli abbia qualità letteraria, fantasia scenica e qualche ambizione filosofica, ma che resti in superficie, che non riesca ad aggredire a fondo la questione. Dopo un così veemente rifiuto, però, un metaforico pallone rosso sembra infine suggerire il ritorno a un insondabile bisogno di mistero.

Affine per le curiosità bibliche, ma diverso nei toni, e assai più formalizzato, mi è parso il Lucifer del gruppo romano Industria Indipendente, che ribalta il mito della creazione dal punto di vista dell’angelo caduto: lo spettacolo, che approderà al festival Romaeuropa, vive sugli stralunati interventi della musicista e dj Lady Maru e sulla potenza atletica di un attore-danzatore, PierGiuseppe di Tanno, un Lucifero in rossa uniforme da basket, goffo e brutale, che vuole generare la vita partendo da un uovo, anzi da un intero contenitore di uova, fatalmente destinate a schiantarsi al suolo. Il testo, non privo di suggestioni, incrocia l’inglese, il sanscrito, il latino, le memorie cristiane e le filosofie orientali.

Nella stessa direzione, in fondo, va anche Roberto Latini nel suo Cantico dei Cantici, pur sfrondando l’antico poema di ogni risonanza mistica. Nella prima parte di questo spettacolo molto asciutto e compatto l’attore sembra voler “abbassare” il testo precipitandolo in una specie di banalità quotidiana, mettendone le ardenti parole in bocca al conduttore di un’ipotetica emittente radiofonica notturna, finta chioma, cuffie in testa, barricato dietro il vetro di una sala di trasmissione con tanto di scritta «On air» accesa, che attraverso una vecchia cornetta telefonica cerca invano di collegarsi a un’interlocutrice alla quale d’altronde lui stesso dà voce.

Ma basta che uscendo da quel vetro si tolga bruscamente la parrucca ed ecco che il suo slancio amoroso acquista un inatteso e disperato spessore di verità, e poi via via si fa rabbioso, spietato richiamo all’insanabile legame fra eros e morte. E un senso sacro, quasi divino della fine ispira anche La morte e la fanciulla della compagnia Abbondanza / Bertoni, dove le note di Schubert scandiscono la danza di tre fanciulle nude, improntata a un’alta classicità canoviana, e le sequenze video delle fanciulle riprese dall'alto, in bianco e nero, a evocare lo sguardo della morte, un’oscura entità che le scruta quasi per scegliere la sua preda.

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