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Sempre attenti al «Discorso»

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Sempre attenti al «Discorso»

Beatitudini. Cosimo Rosselli, «Il Discorso della montagna», 1482, Roma, Cappella Sistina
Beatitudini. Cosimo Rosselli, «Il Discorso della montagna», 1482, Roma, Cappella Sistina

«Il Sermone della montagna è andato diritto al mio cuore». Era l’inverno tra il 1888 e il 1889 e Gandhi a Londra studiava giurisprudenza, e veniva a contatto con le pagine del Vangelo di Matteo (cc. 5-7) contenenti questo grandioso discorso di Cristo ambientato dall’evangelista su un monte forse più simbolico che topografico, probabile ammiccamento al Sinai dalla cui vetta era scesa la voce divina per Israele in marcia dall’Egitto verso la terra promessa della libertà. Non per nulla Lutero che al Discorso aveva dedicato a Wittenberg vari sermoni, editi nel 1532, non esitava – forzando il latino – a definire il Gesù del Monte il Mosissimus Moses, in pratica il Mosè all’ennesima potenza. Alle spalle del Riformatore c’era già una vasta produzione di commenti esegetici di quel testo matteano, a partire da quell’ideale archetipo che era il De sermone Domini in monte di s. Agostino. Un itinerario che è approdato fino a Benedetto XVI: nel suo Gesù di Nazaret (primo volume pubblicato nel 2007) riservava a quel discorso oltre cento pagine classificandolo come «la Torah del Messia... del tutto nuova, diversa, ma che proprio così porta a compimento la Torah di Mosè».

Gandhi, però, dopo aver esaltato la potenza spirituale di quelle pagine che lo avevano “innamorato” di Gesù, non esitava ad aggiungere: «In Occidente questo messaggio fondamentale ha subito varie deformazioni... Molto di quello che viene considerato come cristianesimo è una negazione del Discorso della montagna». Basti solo scorrere quell’emozionante portale d’ingresso che sono le cosiddette “Beatitudini” (5,1-12) per confermare l’annotazione del Mahatma. Lo stesso Lutero anticipava la convinzione del cancelliere Otto Bismarck, affermando l’inconciliabilità di quel dettato evangelico con la prassi politica. Proprio per la sua carica “utopica” nel senso più alto del termine, gli appelli che sono risuonati su quel monte sono stati nei secoli variamente strattonati in un conflitto di interpretazioni molteplici. Per alcuni sono un nuovo ed esigente codice di leggi; per altri sono una guida spirituale per eletti, capaci di inerpicarsi lungo i sentieri di altura della mistica; per il celebre teologo e filantropo Albert Schweitzer sono una proposta di vita per il tempo “interinale” della storia in cui siamo immersi prima che sopraggiunga la meta ultima dell’escatologia quando «Dio sarà tutto in tutti», come assicurava s. Paolo; per molti quegli appelli rivelano, invece, l’atteggiamento radicale che Cristo postula al suo discepolo, il vero cristiano, che è tale non solo obbedendo ad alcune norme ma lo è nella totalità costante del suo essere, mente, anima, cuore...

Come districarsi in questo delta ermeneutico così ramificato? La via regina è sempre quella della ripresa del testo in una lettura accurata che tenga conto, certo, dei vari riflettori puntati sulle parole di Gesù da una tradizione secolare, ma che cerchi di ascoltarne prima di tutto il suono primordiale, il tenore di fondo del suo messaggio. In questa linea collochiamo due commenti che sono apparsi recentemente quasi in contemporanea. Il primo è offerto da un noto teologo morale tedesco, Eberhard Schockenhoff, che propone sostanzialmente due momenti interpretativi. Il primo è, per così dire, centripeto e risale alla matrice originaria evangelica, ma non per un’analisi esegetica dei 109 versetti in cui è attualmente distribuito il Discorso, quanto piuttosto per individuarne i nodi scottanti: i destinatari, il fondale socio-storico, il contrappunto con la legge mosaica («è stato detto agli antichi..., ma io vi dico», un’espressione che Schockenhoff interpreta acutamente), la struttura tematica intima di un discorso così variegato.

Si perviene, così, a quella radicalità a cui sopra accennavamo, comparata dall’autore a un’ellisse i cui due fuochi sono la grazia divina e l’etica umana, in una dinamica d’amore: «ciò che distingue la radicalità dell’ethos di Gesù da un rigorismo morale e da un eroismo sovrumano si vede nella relazione di esso con la misericordia, con la quale i discepoli devono imitare la perfezione del loro Padre celeste». Si apre, così, il secondo movimento del saggio del teologo tedesco, quello che potremmo considerare “centrifugo” perché dal centro testuale si dirama fino all’oggi attraverso una serie di “concretizzazioni esemplari”. Sono capitoli in cui il testo evangelico fiorisce in tutta la sua paradossale attualità, procedendo da quella vetta che sono le Beatitudini fino a divenire «sale della terra e luce del mondo», attraverso la pratica di una “giustizia superiore” e meno legalista in ambiti delicati come l'amore per il nemico, il matrimonio, le relazioni interpersonali e sociali, il giudicare, la “regola d'oro” del fare al prossimo ciò che fai per te stesso, fino a risalire verso Dio con la preghiera del “Padre nostro”. Quest'ultima, in verità, come notava Simone Weil, a differenza di tutte le orazioni, parte non dal basso dell’uomo che invoca ma dall’alto di un Dio che si rivela.

La ricchezza del commento attualizzato di Schockenhoff non disinnesca il potenziale dirompente del Discorso della montagna ma lo innesta nel tessuto quotidiano personale, sociale e persino politico conservandone il fuoco, secondo il famoso detto di Cristo: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Luca 12,49). Parlavamo di due commentari: il secondo è quello di un esegeta, docente alla Pontificia Università Gregoriana, Massimo Grilli. Il suo scritto segue apparentemente il percorso classico che procede isolando le varie unità testuali, identificate in cinque blocchi, sottoposti a un’accurata analisi secondo le loro specifiche articolazioni. A questa lettura si allega una cornice che, da un lato, inquadra il Discorso nel suo contesto alla ricerca di una coesione e, dall’altro, lo protende verso “il lettore modello” (l’allusione è a Eco che ha coniato e configurato questa tipologia) in un intreccio tra “indicativo” divino e “imperativo” morale umano.

Dicevamo che la lettura di Grilli è solo apparentemente quella a cui si è abituati nei commenti esegetici perché il suo scavo è sempre attento a rilevare le iridescenze tematiche e spirituali di ogni frase o parola, di ogni singola struttura testuale così che emerga l’incrocio tra l’“ortodossia”, cioè il messaggio/confessione di fede, e l’“ortoprassi”, il riflesso esistenziale e morale, l'etica della responsabilità. Concludendo, possiamo dire che, attorno alle parole di Cristo si è certamente dipanata un'imponente indagine ermeneutica: essa, però, non si è esaurita nelle aule asettiche dell'accademia ma si è allargata sulla piazza rumorosa della storia. Aveva ragione un altro esegeta, Gerhard Barth, quando dichiarava che il Discorso della montagna, al pari della Lettera ai Romani di s. Paolo, ha tenuto sotto pressione e ha seminato inquietudine nella Chiesa più di ogni altro testo biblico o religioso. Proprio per questo Mauriac non esitava ad affermare: «Chi non ha letto il Discorso della montagna non è in grado di sapere cosa sia il cristianesimo».

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