Domenica

Un antidoto al populismo

tito boeri

Un antidoto al populismo

Sconfitto. Bernie Sanders ha perso le primarie democratiche contro Hillay Clinton: spesso accusato di populismo, giudizio che ha  respinto, secondo vari sondaggi avrebbe vinto contro  Donald Trump
Sconfitto. Bernie Sanders ha perso le primarie democratiche contro Hillay Clinton: spesso accusato di populismo, giudizio che ha respinto, secondo vari sondaggi avrebbe vinto contro Donald Trump

In una godibile intervista al «Financial Times» (10 giugno), Bernie Sanders, il candidato sconfitto di misura da Clinton alle scorse primarie democratiche, respinge l’etichetta di populista. Ciò che ho proposto, dice, è considerato normale in Europa, «molti americani semplicemente non sanno che il sistema di welfare negli Stati Uniti è molto più debole di quello europeo». Con il suo programma, secondo vari sondaggi, sarebbe uscito vincitore in un confronto diretto con Trump. Basta appoggiare lo stato sociale per evitare di essere accomunati ai populisti? Basta lo stato sociale a esorcizzare il pericolo populista? Soprattutto, basta lo stato sociale a rilegittimare agli occhi di molti il processo di integrazione dell’economia mondiale e la stessa Unione Europea? La risposta di Boeri a queste domande è che tutto dipende da come è costruito lo stato sociale.

Un primo pregio del breve saggio di Tito Boeri è cercare una definizione di populismo. Trovando “utile” quella data da Cas Mudde: si tratta di un’ «ideologia leggera» divide la società in due gruppi monolitici e contrapposti: da una parte il popolo (sano), dall’altra l’élite (corrotta). I populisti si affidano a quella che Toqueville chiamò, forse per primo, «democrazia diretta», basata su un rapporto tra eletti (magari uno solo) ed elettori, priva della mediazione di corpi intermedi, nella quale sono deboli le istituzioni di garanzia dei diritti delle minoranze e del singolo cittadino. La storia dei governi populisti, di destra o di sinistra, non abbonda di risultati positivi, né sul piano economico né su quello sociale. L’emarginazione dei corpi intermedi e la rinuncia allo stato di diritto non sono state compensate da una sostenuta crescita del reddito e dell’occupazione e nemmeno, in genere, dalla riduzione delle disuguaglianze. È dunque importante, non solo in ragione dei principi democratici ma anche del benessere materiale collettivo, «trovare antidoti al populismo, anche quando non c’è rischio concreto che [possa] andare al potere» (p.9).

Le cause della fortuna dei movimenti populisti non sono chiare. Boeri cita soprattutto la distribuzione del reddito e l’immigrazione. Entrambe sono solo in parte collegate alla cosiddetta globalizzazione. L’automazione e i conflitti in aree a noi non troppo lontane ne sono ugualmente responsabili. Un grafico interessante fa vedere come la distribuzione del reddito mondiale si sia mossa contro le classi “medio-basse” (all’americana, una volta avremmo detto lavoratrici) dei Paesi avanzati. Sono persone che, nella distribuzione mondiale del reddito (che è complessivamente diventata più egualitaria) occupano posizioni molto superiori alla media. Ed è proprio questo il problema: la disuguaglianza crescente è fenomeno soprattutto dei Paesi occidentali più sviluppati (a ben veder con storie molto diverse nei singoli casi nazionali). Ed è a questa situazione che deve porre rimedio quella maggioranza di cittadini che trae vantaggio dall’apertura dell’economia internazionale e dalle nuove tecnologie. Deve farlo se non per motivi di equità distributiva almeno a tutela dei propri interessi di lungo andare.

Si ritorna, dunque a Sanders, alla protezione sociale e alla sua capacità di ridurre le diseguaglianze. Su questo punto cruciale, le esperienze dei singoli Paesi non sono ugualmente virtuose ma tutte, nota Boeri, costruite «soprattutto per fare fronte a crisi temporanee» piuttosto che a situazioni strutturali di lungo andare dovute al cambiamento tecnologico e all’apertura ai mercati mondiali. Oggi, «bisogna pensare a strumenti che facilitino la ricollocazione professionale(..) anche quando questa comporta un salario più basso (..) proteggere senza inibire la mobilità territoriale (..) incoraggiare l’investimento in formazione sul posto del lavoro» (p.25). E «per chi proprio non ce la fa (..) ci vuole un paracadute, un reddito minimo» (p.26). Condizione economica perché la protezione sociale funzioni è la sua sostenibilità nel tempo. Condizione politica è la solidità del patto tra generazioni che si cementa evitando stridenti asimmetrie tra il trattamento odierno e quello futuro. In Italia siamo ben lontani da questo. La struttura della nostra protezione sociale è sbilanciata a favore dell’oggi rispetto al domani, di chi è stabilmente nel sistema rispetto a chi ci sta precariamente o cerca di entrarci.

Boeri ha dedicato gran parte della propria vita di studioso a questi problemi e non vuole lasciare il lettore con l’impressione che tutto debba essere rimandato a una riforma globale del welfare italiano di là da venire. Nell’ultimo capitolo avanza, dunque, una proposta non rivoluzionaria ma molto utile: la creazione di un codice identificativo contributivo unico per tutti i cittadini dell’Unione Europea, che consenta la “portabilità” dei contributi previdenziali in tutti i Paesi membri. L’incertezza sul destino pensionistico dei lavoratori è un freno potente alla mobilità, alla realizzazione pratica di un unico grande mercato del lavoro europeo che offrirebbe, soprattutto ai giovani italiani, una robusta assicurazione attiva contro la disoccupazione. La creazione del codice unico avvicinerebbe i cittadini alla patria europea comune.

Un piccolo codicillo alla lettura di questo breve saggio: l’apporto della ricerca economica in questo campo è enorme, tanto nella raccolta e nell’organizzazione dei dati quanto nel farli parlare, nel mettere i fenomeni in relazione causale. Se i macroeconomisti sono stati - un po’ a ragione, molto a sproposito – accusati di non avere compreso o addirittura causato la crisi economica, questo giudizio non è applicabile a chi fa ricerca empirica sui fenomeni cosiddetti “micro” dell’impresa, del lavoro, del consumo e, appunto, dell’invecchiamento, della disoccupazione, dell’efficacia delle forme di protezione. L’economia contemporanea è in buona parte una scienza empirica che ha fatto grandi progressi, anche grazie alla disponibilità di enormi quantità di “micro dati” (personali o di impresa) e alla colossale capacità odierna di calcolo ed elaborazione elettronica. Il libro di Boeri ha il pregio di utilizzare molti dei lavori recenti dei suoi colleghi e di mostrarne l’utilità informativa e analitica. La notizia della morte della scienza economica è stata ampiamente esagerata.

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