Domenica

Blake salvato dal biografo

Letteratura

Blake salvato dal biografo

Poeta, incisore, pittore inglesePoeta, incisore, pittore inglesePoeta, incisore, pittore inglese William Blake (1757-1827)
Poeta, incisore, pittore inglesePoeta, incisore, pittore inglesePoeta, incisore, pittore inglese William Blake (1757-1827)

Richard Holmes dichiara che scrivere di un autore significa aprirsi a ignoti modi dell’essere, che per farlo bisogna usare un’arma valida quanto pericolosa, l’empatia: la capacità «di entrare con l’immaginazione in un altro posto, in un altro tempo, in un’altra vita». Non potrei essere più d’accordo. Ho trascorso anni in compagnia di un nobiluomo cinquecentesco francese (Michel de Montaigne), di un monaco dell’undicesimo secolo (Anselmo d’Aosta), di un rigido accademico prussiano (Immanuel Kant) e di tanti altri individui lontani dalle mie origini e abitudini; li ho avvertiti penetrarmi giorno dopo giorno per osmosi; ho osservato le loro espressioni contaminare le mie, finché quel che ne dicevo non era un distaccato resoconto ma un atto di ventriloquismo, di straniamento, di identificazione alienante. Ci sono lingue che si conoscono ma non si parlano, perché in esse non ci siamo totalmente immersi; scrivere di un autore, scriverne davvero, esige la capacità di parlarlo che solo può dare l’essersene lasciati sommergere, senza riserva e senza scampo.

Holmes è un biografo, con una predilezione per il Romanticismo. Ha scritto di Coleridge e Shelley, e una volta, in un libro molto ammirato e premiato, The Age of Wonder (pubblicato nel 2008), ha scritto una biografia di gruppo: quella di decine di personaggi creativi dell’Ottocento (gli astronomi William e Caroline Herschel, il chimico Humphry Davy, il botanico Joseph Banks, ma anche Wordsworth, Keats e Byron) che cercavano verità e saggezza mescolando scienza e poesia, spassionata ricerca e tensione emotiva. In This Long Pursuit, Holmes riflette sulla sua professione e passione, che lo catturò da ragazzo quando decise di seguire le orme di Robert Louis Stevenson sulle Cevenne e da allora, per mezzo secolo, lo ha tenuto in ostaggio: una passione che qui ha prodotto «una sorta di eulogia: una celebrazione di una forma, un’arte e una vocazione che ho amato intensamente e che ancora non comprendo del tutto».

La celebrazione è opportuna, perché l’arte della biografia naviga su acque infide, pericolose come l’empatia che le dà sostanza. La biografia non è storia, insegna Plutarco che ne fu il primo grande maestro: quel che le interessa non è una successione di eventi ma il loro senso, e per avvicinare il senso di Alessandro Magno la descrizione di battaglie o assedi vittoriosi conta meno delle sue formidabili ubriacature. Il biografo cerca una verità universale, quella che, asserisce Aristotele, compete alla filosofia e alla poesia (oggi diremmo anche: alla narrativa) e non alla storia; ma la verità che gli appare e su cui scommette è vincolata a dei fatti. Nessuno domani potrà scoprire che Amleto non somigliava a quel che racconta Shakespeare, perché Amleto è una creatura fittizia; ma una lettera appena scoperta in un archivio, una nuova opera mai prima considerata possono sconvolgere il senso che abbiamo dato alla vita di Carlyle o di Poe (o di Nietzsche, o di Heidegger). Holmes, consapevole di questo rischio, insiste sulla creatività e non definitività dell’operazione biografica, su quanto ogni biografia rifletta il suo contesto, su come si possa fare giustizia a un mestiere così incerto e ingrato solo istituendo una disciplina di «biografia comparata», che segua le fortune degli autori da un’epoca, da una riserva di dati e da una moda culturale all’altra, valutando il biografo per quanto bene sa suonare gli strumenti del suo tempo.

Non è un caso che questa celebrazione si chiuda con un biografo (anzi, una coppia di biografi) che assurge al rango di eroe prometeico. William Blake morì a Londra nel 1827, in totale oscurità. I pochi che ne parlarono nei successivi trent’anni lo giudicarono un pazzo; una raccolta di 58 fogli di suoi disegni e poesie fu venduta nel 1847 per dieci scellini e sei pence. Negli anni 1850 un giovane critico di nome Alexander Gilchrist decise di riabilitarlo scrivendone una minuziosa biografia. Gilchrist era un ricercatore assiduo: setacciò gli antichi conoscenti di Blake, rinvenì sue opere e lettere, e ne scrisse con trasporto. Quando aveva già cominciato a trasmettere i primi capitoli all’editore (Macmillan), la figlia malata di scarlattina lo infettò e di lì a poco lui morì. La moglie Anne, allora, rifiutandosi di veder perso il lavoro del marito, lo prese in mano e, senza mai ammettere di essere null’altro che un curatore di quel lavoro, lo portò a termine. La biografia, pubblicata nel 1863, fu uno straordinario successo e da allora la genialità di Blake è stata un fatto acquisito. Siccome il manoscritto di Gilchrist non esiste più, non sapremo mai fino a che punto quel che leggiamo sia dovuto ad Alexander o ad Anne. Ma è giusto così: l’empatia e l’immersione totale che conducono un biografo nei più profondi recessi di una vita hanno anche un altro nome, amore; quindi è giusto che, in un caso in cui una biografia ha fatto un’enorme differenza per la storia, il suo stesso venire al mondo sia stato frutto di un atto d’amore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Richard Holmes, This Long Pursuit: Reflections of a Romantic Biographer , Pantheon Books, New York, pagg. 360, $30