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Carlotta salvata dall’Ente

Arte

Carlotta salvata dall’Ente

Interni neoclassici. Le sale interne della Villa Carlotta di Tremezzo conservano capolavori e fascino dell’età napoleonica
Interni neoclassici. Le sale interne della Villa Carlotta di Tremezzo conservano capolavori e fascino dell’età napoleonica

Mancano ancora dieci anni alla scadenza del centenario della musealizzazione di uno dei siti più belli del mondo, quel complesso di Villa Carlotta e del suo magnifico giardino sul Lago di Como, dove arte e natura sembrano fare a gara per conquistare il primato. Ma nell’attesa del secolo, la celebrazione del novantesimo compleanno ha offerto l’occasione per rievocare le complicate e avventurose vicende che hanno portato alla costituzione dell’Ente morale cui è stata affidata la salvaguardia e la valorizzazione di questo luogo, davvero unico per la sua collocazione panoramica e per la sua storia. In un raffinato libretto dal titolo Villa Carlotta. 1927-2017. Ente Villa Carlotta. Novant’anni di storia (pagg. 56, sip), Maria Cristina Brunati e Giorgio Sassi hanno dettagliatamente ricostruito, anche sulla base di testimonianze archivistiche, la lunga battaglia combattuta da alcuni protagonisti della vita pubblica e della cultura ( ma anche dalla società civile) per la salvezza allora non affatto scontata della villa e del suo immenso parco.

Allo scoppio della prima guerra mondiale Villa Carlotta si trovava alla fine della terza fase della sua secolare vicenda. La sua origine risaliva agli ultimi anni del Seicento, quando la potente famiglia milanese dei Clerici aveva eretto l’edificio un po’ squadrato, collocato al centro di un magnifico giardino all’italiana che, disposto in ripiani a terrazze sovrapposte sostenute da muraglioni ricoperti di spalliere d’agrumi, degradava scenograficamente verso il lago. Già illustrata e celebrata come una tra le gemme delle dimore campestri lombarde nel celebre repertorio dedicato nel 1743 da Marc’Antonio Dal Re alle Ville di delizia o siano palagi camperecci nello Stato di Milano, vedrà incrementare in maniera straordinaria la sua fama, quando conoscerà una seconda vita diventando proprietà di uno degli uomini più ambiziosi, ricchi e spregiudicati del secolo. La vendita nel 1801 da parte della «cittadina Claudia Bigli Clerici» al «cittadino Giambattista Sommariva Presidente del Comitato di Governo della Repubblica Cisalpina» della sua prediletta «casa di villeggiatura situata nel territorio di Tremezzo» fu una cessione – come si diceva - a corpo e a cancelli chiusi, meno la biancheria e le barche, ma compresi giardino e accessori, col rustico annesso, i mobili e le suppelletili. Includeva anche il vasto podere sovrastante la villa che sarà trasformato in parco all’inglese. Con questo acquisto il Sommariva, che allora era ancora in pratica il vero dittatore di Milano, intendeva avere una residenza che fosse all’altezza del suo nuovo status e che soprattutto facesse dimenticare le sue oscure origini di uomo fattosi da sé, divenuto da oscuro garzone di barbiere nella originaria Lodi – come amavano ricordare i suoi molti nemici – avvocato ed infine spericolato affarista, tanto accorto da legare da subito le sue fortune ai francesi divenuti padroni di Milano. La sua parabola politica era stata breve, ma fulminante. Quando nel 1802 venne messo da parte, era ormai riuscito a costruirsi, aprofittando di quei tempi di rapidi e radicali cambiamenti, una immensa fortuna. Questo patrimonio, incrementato con la consueta abilità, ne fece uno degli uomini più ricchi d’ Europa e gli consentì di ricostruire la propria immagine, diventando se non proprio il maggiore, uno dei maggiori e più celebri mecenati e collezionisti del suo tempo. Si diceva che il suo «fasto a Parigi» fosse «veramente asiatico», tale da oscurare persino lo splendore di Napoleone. Egli divise la propria raccolta, composta dai capolavori dei più grandi artisti dell’epoca come Canova, David, Prud’hon, Girodet, Wicar, Thorvaldsen, Appiani, Bossi, Hayez, da dipinti antichi, tra cui opere di Luini, Rubens, Van Dyck, Teniers, Dou e da una infinità di preziosi oggetti d’arte, tra il palazzo parigino di rue Basse des Remparts, uno dei quartieri più alla moda della città, e la villa di Tremezzo infinitamente amata e da lui trasformata proprio per accogliere in un’ambientazione particolarmente suggestiva opere d' arte. Soprattutto per la presenza degli splendidi marmi di Canova e di Thorvaldsen accorrevano a visitarla viaggiatori da tutto il mondo, tra cui personaggi illustri come Stendhal, Lady Morgan, Flaubert.

Se alla morte del figlio Luigi, senza figli né parenti diretti, la collezione parigina fu oggetto di un’asta destinata a fare epoca, la villa ceduta con la sua raccolta alla principessa Marianna dei Paesi Bassi (moglie del principe Alberto di Prussia) riuscì a conservare diversi capolavori appartenuti a Sommariva (anche se molti pezzi saranno poi alienati). Il fatto che l’edificio e il parco siano stati allora venduti ad una somma dieci volte maggiore rispetto a quella versata quarant’anni prima da Sommariva alla Clerici, dimostra quanto valesse la collezione e quanto quel luogo fosse diventato famoso. Continuerà ad esserlo quando la villa, donata dalla nuova proprietaria alla figlia Carlotta in occasione delle nozze con il granduca Sassonia Meiningen, prese la denominazione attuale.

Se già Sommariva aveva dischiuso i dorati cancelli ai turisti di riguardo che ne facevano richiesta, l’apertura al pubblico diventò una regola in questa terza vita del complesso, caratterizzata da uno straordinario arricchimento del giardino, più che dall’incremento – anzi – delle opere d’arte. Con la guerra ogni cosa sembrò fermarsi e la villa venne chiusa in attesa di una decisone che arriverà solo nel 1921, quando come bene appartenente ai suddetti tedeschi e del cessato Impero Austriaco passava al Demanio dello Stato. Questo non assicurò la sua salvezza, perché nel 1923 il Commissario di Governo per la liquidazione delle proprietà degli ex-nemici Giovanni Battista Giuriati stabilì con l’alienabilità di Villa Carlotta la sua consegna all’Opera Nazionale Combattenti. L’insostenibilità da parte dello stato di una gestione troppo onerosa aveva suggerito questa comoda, ma vergognosa soluzione fortunatamente scongiurata in prima istanza dall’allora ministro della pubblica Istruzione, il grande filosofo Giovanni Gentile, che telegrafò al prefetto di Como, perché intervenisse «energicamente affinche inverosimile delitto artistico non si compia». Il Ministero, precisò, intendeva «impedirlo a ogni costo».

A questo punto fu grazie all’energia dell’avvocato Giuseppe Bianchini, protagonista della vita economica e culturale del nostro paese come fondatore dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi) e Presidente della Triennale di Milano, che si formò un ampio e autorevole schieramento di difensori di Villa Carlotta. Fu decisivo l’impegno di personaggi come lo scultore Leonardo Bistolfi, la popolare scrittrice Ada Negri, la allora onnipotente amante di Mussolini Margherita Sarfatti – donna di immensa sensibilità e cultura- e il Sovrintendente ai Monumenti della Lombardia nonché direttore della Pinacoteca di Brera Ettore Modigliani, ma anche il coinvolgimento di associazioni come il Rotary e degli industriali del comasco. Fu così che con il suo riconoscimento nel 1927 in Ente morale, «un consorzio che ha esclusivamente lo scopo della conservazione artistica della Villa, con fini di lodevole mecenatismo e con esclusione assoluta di qualsiasi sfruttamento commerciale o edilizio», la vendita di quel paradiso di natura e d’arte venne definitivamente scongiurata.

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