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Dinamica eredità di Beyeler

Arte

Dinamica eredità di Beyeler

Grande istituzione contemporanea. La Fondazioe Beyeler di Basilea è diventata in vent’anni d’attività uno dei centri d’arte più visitati  al mondo, grazie alla collezione permanente e, sopratutto, alla programmazione delle mostre estemporanee, tutte di grande qualità
Grande istituzione contemporanea. La Fondazioe Beyeler di Basilea è diventata in vent’anni d’attività uno dei centri d’arte più visitati al mondo, grazie alla collezione permanente e, sopratutto, alla programmazione delle mostre estemporanee, tutte di grande qualità

La Fondazione Beyeler nasce da una vicenda di tenacia e d’amore. La ricchezza di un gallerista sta spesso in ciò che non riesce a vendere. La forza di un’impresa individuale sta spesso nell’essere, in effetti, il frutto di una coppia solidale. Entrambe queste condizioni hanno aiutato Ernst Beyeler e sua moglie Hildy, che morì nel 2008 e a cui lui sopravvisse solo due anni. Ora festeggiamo i vent’anni di ciò che, nel frattempo, è diventato il museo più frequentato della Svizzera tedesca.

Avevano aperto la loro fondazione nel 1982 ma le avevano dato una sede vera solo nel 1997 nel Berowerpark, una vasta area verde della frazione di Riehen, alla chiusura della loro galleria di Basilea. Questa era nata nel 1947 come evoluzione di un negozio di libri antiquari ed era diventata un luogo per l’arte soprattutto contemporanea nel 1947. Un’evoluzione che si fece più chiara nel 1952, con il contributo anche economico di Hildy. Diventata un gigante dell’arte europea, nonostante la sua semplicità calvinista, ha visto passare il meglio dell’arte del Novecento. La collezione che i coniugi hanno raccolto anima ora un’architettura di sapore giapponese di Renzo Piano e prevede un’estensione ulteriore, progettata da Peter Zumthor & Partners, atelier vincitore di un Praemium Imperiale e di un Pritzker.

L’attuale direttore, Samuel Keller, che guida la Fondazione da dieci anni dopo essere stato il giovane mago di Art Basel, la fiera numero uno al mondo cui Beyeler diede un enorme contributo, non cerca nuovi visitatori ma una migliore qualità per coloro che arrivano già nel borgo accanto alla città. Là il pubblico viene accolto da un parco, una villa barocca, una serie di sale espositive aperte a un sereno rapporto con la natura. Nemmeno l’estensione ventura è concepita come gigantesco luogo per esposizioni ma come ambito di servizi, diviso in tre edifici separati connessi all’abitato e a un’estensione del parco. L’idea è quella di aumentare la possibilità per la gente di godere di un luogo tranquillo, civile e ricco di cose belle: una forma mentis che si sta diffondendo rapidamente in fondazioni private di area germanica, come nell’area – poco nota, ma splendida - che ospita vicino a Duesseldorf un museo disegnato da Thomas Schuette, una struttura di Tadao Ando e un gruppo di case d’arte sparse tra stagni e oche selvatiche che costituiscono la Insel Hombroich Foundation: l’idea che accomuna questi luoghi alla Beyeler è quella di creare un ambiente sostenibile e senza afflati monumentali.

L’area Zumthor servirà anche a mostrare una parte dell’incredibile collezione permanente lasciata da Beyeler: opere spesso comprate nelle aste londinesi con ambizione e coraggio: Monet, Cézanne, Picasso, Bacon, Giacometti che ora sembrano camminare nell’acqua e che si riflettono nelle vetrate come ombre benedicenti, espressionismo tedesco e americano, arte etnica asiatica e africana, testimonianze di culture tribali, con un raggio di interessi che attesta un gusto vasto, curioso e raffinato. A questi tesori, poi, si sono aggiunte donazioni di altri collezionisti e acquisizioni dalle mostre temporanee o interventi stabili, come quello di Tobias Rehberger al piano inferiore.

Il nuovo si è sempre mescolato al vecchio anche riguardo alle mostre temporanee, spesso associando in modo ardito anche autori apparentemente poco connessi: come Alexander Calder e Fischli&Weiss, per esempio, in una mostra dello scorso anno che univa il senso dell’umorismo e del movimento con le domande fondamentali sulla vita. Lo spirito resta quello impostato da Oskar Schloss, il libraio scampato alle persecuzioni antiebraiche che aveva insegnato ai Beyeler a cercare il vero attraverso il bello, oltre che a stampare cataloghi meravigliosi: una tradizione iniziata ai tempi della galleria con i piccoli Bilder des 20. Jahrhunderts (1952) e Tableaux français (1953), proseguita con la serie Maîtres de l’art moderne (1955-1958) e sempre rimasta attiva. Un altro importante maestro della coppia Beyeler fu il collezionista G. David Thompson di Pittsburgh: come suo mediatore, Ernst Beyeler entrò in contatto con molti direttori di museo e imparò a curare esposizioni dietro alle quinte.

La Fondazione vive oggi di se stessa, ma anche di aiuti da parte della città e della Regione di Basilea: è un esempio, quindi, di quel connubio tra pubblico e privato che in Italia abbiamo tanto cercato e raramente realizzato. La Fondazione Beyeler racconta a tutti come l’arte contemporanea possa essere un ambito di ricerca e, al contempo, un pretesto per cercare la qualità del vivere e per fondare una comunità silenziosa e pacifica ma pensante.

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