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Montagne decapitate dalla guerra

Storia

Montagne decapitate dalla guerra

«Nikolajewka c’ero anch’io». Uno scatto della sanguinosa battaglia sul fiume Don, combattuta il 26 gennaio 1943
«Nikolajewka c’ero anch’io». Uno scatto della sanguinosa battaglia sul fiume Don, combattuta il 26 gennaio 1943

Nessun altro fronte della Seconda guerra mondiale ebbe la stessa rilevante importanza di quello dell’Est per le sorti del conflitto e la successiva configurazione dell’assetto mondiale per oltre quarantanni dopo il 1945. Anche se, con lo sbarco delle truppe anglo-americane nel giugno 1944 in Normandia, venne chiudendosi la morsa attorno alla Germania nazista, destinata a sfociare nella sua definitiva disfatta. Ma dall’autunno del 1944 l’Alto comando tedesco non era più in grado di reggere all’avanzata dell’Armata Rossa, giunta quasi a ridosso delle frontiere del Terzo Reich.

Per l’Italia la partecipazione all’attacco della Wehrmacht (la cosiddetta “Operazione Barbarossa”) alla Russia, decisa nel giugno 1941 da Mussolini, tramite l’allestimento di un apposito corpo di spedizione, realizzato poi in gran fretta, s’era conclusa tragicamente sin dagli ultimi giorni del gennaio 1943, all’indomani della battaglia di Nikolaevka, in capo alla quale i superstiti dell’Armir erano riusciti ad aprirsi un varco durante la ritirata per sottrarsi alla controffensiva e all’accerchiamento dei reparti sovietici. E per cercare così una via di fuga, attraverso il Don gelato, trascinandosi nella neve della steppa con i piedi spesso avvolti negli stracci e nella paglia, al fine di raggiungere le tradotte che li riportassero in patria.

A raccontare, negli aspetti e negli episodi più oscuri e minuti, le varie fasi della campagna di Russia dei diversi contingenti militari affiancati dal governo fascista all’alleato tedesco e la disperata odissea di quanti, dopo le iniziali vittorie (sino al novembre 1941, al grande freddo del “generale inverno”), scamparono alla morte o alla cattura da parte dei sovietici, è stato adesso Giulio Milani, un saggista e reporter narrativo, in base a un’ampia raccolta di molteplici e inedite testimonianze (fra diari, ricordi, disegni e fotografie), preziosa quanto avvincente per comprendere anche gli aspetti psicologici ed esistenziali di quella che è stata senz’altro l’esperienza più cruda e sconvolgente dei combattenti italiani durante la Seconda guerra mondiale. Adesso possiamo così contare anche su questo patrimonio documentario, oltre a quello costituito dalle fonti documentarie ufficiali, dalla memorialistica (tra cui eccellono, come è noto, le rievocazioni di Mario Rigoni Stern e di Nuto Revelli), dagli studi e saggi storici, da articoli di giornali e da atti di convegni.

Per avere un’idea di ciò che ha rappresentato per l’Italia e per gli italiani l’avventura bellica in Russia, dai suoi esordi sino al suo epilogo, basti pensare che, degli oltre trecentomila caduti del nostro esercito nel corso del secondo conflitto mondiale, circa un terzo perirono sul fronte russo; e che la disfatta dell’Armir concorse alla crisi morale e al crollo, di là a pochi mesi, nel luglio 1943, del regime fascista, il quale aveva proclamato, alla vigilia delle operazioni militari contro l’Urss, che esse erano destinate a concludersi con pieno successo nel giro di tre mesi. Non solo. Il trauma provocato dalla disastrosa sconfitta subita in Unione sovietica e l’autentico calvario di quanti riuscirono a raggiungere il territorio nazionale, attraverso peripezie e tribolazioni d’ogni genere, contribuì all’adesione di alcuni di loro, dopo l’8 settembre, alla causa della Resistenza contro l’occupazione nazista della Penisola e la Repubblica di Salò. Né si sarebbero spente ancora a lungo, dopo il 1945, le polemiche e le contrapposizioni politiche fra i partiti della nuova Italia risorta alla democrazia, in merito all’entità e alla sorte dei prigionieri internati in Unione sovietica e non ancora rimpatriati, su cui Milani si sofferma negli ultimi capitoli del suo libro, a riprova della centralità assunta da quella drammatica esperienza nel quadro delle successive vicissitudini del nostro Paese fra il 1946 e gli anni Cinquanta e dello scontro frontale fra la Democrazia cristiana e la sinistra social-comunista.

Nella valutazione dei costi provocati dal tragico esito della nostra spedizione in Russia, va messo in conto anche l’elevatissimo tributo di sangue versato dalle popolazioni delle contrade montane, da cui proveniva il nerbo dell’Armir, composto dalle divisioni degli Alpini della Cuneense, della Tridentina e della Julia, che comprendevano 57mila uomini sui 197mila dislocati in Unione sovietica. Interi paesi delle vallate piemontesi, lombarde e carniche rimasero spopolati per le perdite che annientarono pressoché completamente alcune classi, quelle originarie dal 1913 al 1922. Quest’emorragia di forze, che colpì un’area già molto povera in precedenza e contraddistinta (a partire dalla seconda metà dell’Ottocento) da un’intensa emigrazione all’estero, non risparmiò altre zone: come l’Emilia Romagna, la Toscana, la Campania, la Calabria e la Sicilia.

Anche per questa somma di lutti e sofferenze, oltre che per tanti disinganni ed effetti deprimenti manifestatisi sin dal febbraio 1943 (malgrado i tentativi dei giornali del regime di minimizzare la gravità della situazione), l’amara e dolorosa vicenda consumatasi sul fronte orientale ebbe una vasta risonanza e lasciò in seguito un segno profondo nell’analisi storica e nella presa di coscienza di questa pagina così cruciale quanto emblematica del nostro intervento nella Seconda guerra mondiale.

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