Domenica

Scorticati al maschile

Teatro

Scorticati al maschile

Ironia e cattiveria, da sinistra, Carmine Maringola e Salvatore d’Onofrio ne «La scortecata» di Emma Dante, produzione Teatro Biondo di Palermo
Ironia e cattiveria, da sinistra, Carmine Maringola e Salvatore d’Onofrio ne «La scortecata» di Emma Dante, produzione Teatro Biondo di Palermo

Ci voleva la nuova creazione di Emma Dante per risollevare il tono di un’estate teatrale finora piuttosto avara di grandi soddisfazioni. Ci voleva questa Scortecata che ha debuttato al Festival dei Due Mondi di Spoleto, un lavoro scarno, che dura un’oretta soltanto, all’apparenza un piccolo spettacolo al quale però – come già a Un quaderno per l’inverno, la pièce di Armando Pirozzi messa in scena da Massimiliano Civica – non andrebbe né aggiunto né tolto un solo minuto.

La scortecata è ispirata a una fiaba, La vecchia scorticata, contenuta nel Cunto de li cunti di Giambattista Basile. La regista palermitana torna dunque ad attingere a quel patrimonio favolistico, insieme colto e popolare, da cui già aveva ricavato le sue pungenti rivisitazioni delle varie Biancaneve, Cenerentola, Rosaspina. La lingua di Basile, un napoletano arcaico, densamente barocco, non è il siciliano caro alla Dante, ma si colora comunque degli echi ancestrali di quel Sud senza luogo e senza tempo che da sempre è al centro del suo immaginario teatrale.

La storia patetica e crudele della vecchia che, per conquistarsi un giovane amante, si fa cavare via la pelle dal rasoio del barbiere è, secondo la Dante, di una sconcertante attualità. È vero, ma a mio avviso più che i richiami ai bisturi, alle manipolazioni somatiche di oggi il racconto del Basile sembra offrirle gli spunti per ritrovare quella sintassi tesa, nervosa, quella felice mescolanza di truce ironia, di cattiveria, di scontrosa tenerezza che è propria dei suoi risultati più felici, con in più un’ulteriore carica di sottile violenza che riscatta quel certo eccesso di piacevolezza cui tendeva in alcune delle sue ultime proposte.

Nel cunto del Basile due sorelle vegliarde suscitano con la loro voce le fantasie di un re che abita accanto, e quando egli si presenta alla porta lo traggono in inganno mostrando attraverso la serratura un mignolo che è stato levigato e ammorbidito succhiandolo con minuziosa cura. Una delle vecchie ottiene così di passare la notte con lui, a patto di restare sempre al buio. Ma il re, insospettito, accende un lume, e vedendola così vizza e malconcia la butta nel giardino di sotto. Qui la vecchia incontra una fata che, impietosita, la trasforma in una bellissima fanciulla, e il re subito la sposa. La sorella, invidiosa, per provare a sua volta a mutare il proprio aspetto si fa invece scorticare a morte dal barbiere.

A questa materia cupa, dura la regista si accosta con due invenzioni folgoranti: la prima è la scelta di affidare i ruoli delle due sorelle ad attori maschi, gli straordinari Salvatore d’Onofrio e Carmine Maringola, che sotto gli abiti maschili indossati all’inizio svelano delle specie di umili sottovesti da donnette povere, dimesse. I due non hanno affatto atteggiamenti femminili, anzi sono debitamente ispidi e nerboruti, ma con grande sottigliezza interpretativa – plasmando ogni parola, ogni singola movenza - riescono a tratteggiare delle entità sospese, a mezza via tra le due identità, quasi che la decadenza dell’età ne avesse cancellato i tratti distintivi.

Ma sarebbe sbagliato attribuire a questa soluzione una intenzione in qualche modo realistica. La loro mimesi è così naturale da prendere in se stessa una propria valenza emotiva: quei due esseri sghembi, sgraziati che si infilano puerilmente il ditino in bocca, che bisticciano e si rinfacciano i rispettivi guai fisici incarnano un’immagine grottesca e tragica, buffa e insieme sorprendentemente dolorosa. L’effetto è potentemente straniante, ma non c’è presa di distanze, è come se nel mondo della Dante la parte delle vecchie potesse essere sostenuta solo da quei due, come se la fiaba nera del Basile non consentisse un diverso genere di approccio.

L’altra invenzione è un decisivo spostamento della trama. Qui non c’è la sorella beneficata dalla fata e la sorella invidiosa che si fa scorticare, qui è la stessa vecchia che, dopo essere stata tramutata in seducente apparizione, con un gesto di sconvolgente intensità si toglie il manto trasparente e la parrucca fulva che ne avevano fatto una specie di diva del varietà: «basta cu sta commedia. Io nun ci credo cchiù alle favole», dice esponendosi al coltello brandito dall’altra, non si sa se per cercare una totale rigenerazione o una fine salvifica. Ma quello smascheramento diventa anche riflessione sul teatro, sulle magie e le miserie della finzione scenica.

Nel palco vuoto ci sono solo il modellino di un castello e un baule che contiene gli accessori per dei poveri incantesimi. Sopra, però, c’è un quadrato di luci dai riflessi gialli che assume un rilievo determinante: quel recinto luminoso delimita idealmente una specie di ring, di spazio metateatrale dove l’azione sembra evocare un rituale alla Genet. Come negli enigmatici giochi di specchi delle Serve, le due sorelle si trasformano a vista ora nel re, ora nella fata, ora nella sinuosa beltà che nasce pur sempre da un travestimento, da un’illusione. In quel grumo di artifici, forse la sola realtà è la lama che alla fine lampeggia sinistramente sui due corpi nudi.

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