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Traghettare la Parola

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Traghettare la Parola

Santo traduttore. «San Girolamo nello studio», dipinto attribuito a Jan van Eyck e bottega datato al 1442, conservato nel Detroit Institute of Arts di Detroit
Santo traduttore. «San Girolamo nello studio», dipinto attribuito a Jan van Eyck e bottega datato al 1442, conservato nel Detroit Institute of Arts di Detroit

Se leggendo un testo inglese vi imbattete in una frase che critica to play gooseberry, non dovete pensare né all’“uva spina” né tantomeno a una “bacca d’oca”, piuttosto difficile da imitare, bensì al nostro altrettanto pittoresco “reggere il moccolo”, essere insomma uno chaperon, cioè il fare da “cappuccio” a una persona, per dirla in francese. Come è evidente e come spesso si ripete, nella traduzione l’equivalenza materiale non è sempre sinonimo di fedeltà; ma c’è pure il rischio che la resa solo formale sconfini in quella versione “a orecchio” o “a senso” che è spesso il vano tentativo di salvezza dello studente alle prese con le traduzioni scolastiche. Sta di fatto che – anche in lingue sorelle – ogni versione è, come sosteneva Cervantes, simile al rovescio di un arazzo perché i colori impallidiscono e il tessuto-trama sembra sfilacciato.

Con ironia Georges Mounin, che della questione si è interessato con acutezza, affermava che spesso la traduzione è una belle infedèle, perché il ducere latino che sta alla base del vocabolo, certo, può “tradurre”, ossia traghettare il lettore da un testo all’altro, ma può anche “indurre, produrre, introdurre” altri sensi, pur essendo capace forse di “sedurre”. Lo stesso dicasi per una “versione”, dal latino vertere, che può essere una buona “conversione” di parole e significati da una lingua all’altra, ma può essere fonte anche di “diversione, perversione, eversione, inversione, sovversione” dei significati originari. Questa ovvia premessa vuole solo mostrare il rilievo di un bel saggio che Emanuela Buccioni, curiosamente laureata in ingegneria dei materiali ma anche teologa, ha dedicato a un’attività così rilevante com’è quella del trasporre un’opera da una lingua all’altra.

Certo, il suo scopo è delineare un panorama molto alto e nobile, quello delle versioni della Bibbia, a partire dai cosiddetti “Settanta”, una traduzione greca antica, capitale per il Nuovo Testamento e per la cristianità ma anche per la stessa Diaspora giudaica. Vagliarla è la via migliore per comprendere come tradurre sia anche interpretare, fino ad aprire un orizzonte nuovo (per questo ci si è persino interrogati sull’“ispirazione” dei “Settanta”, quasi fosse un parallelo dell’originale ebraico). Il ventaglio delle versioni bibliche si è, poi, immensamente allargato non solo nella lingua parlata nel giudaismo che era l’aramaico, ma anche fino agli idiomi molteplici della cristianità, in primis il latino con la celebre Vulgata di s. Girolamo, e poi col siriaco, il copto, l’armeno, il georgiano e così via, fino allo sterminato delta delle lingue moderne, comprese quelle più marginali (ogni anno si aggiunge alle centinaia e centinaia di Bibbie tradotte in varie lingue qualche nuovo idioma remoto).

Il saggio della Buccioni non si accontenta, però, di una mera registrazione fenomenica, ma si inoltra lungo due percorsi che rendono utili le sue analisi anche a tutti coloro che vogliono penetrare in questo atto così prezioso non solo per la cultura ma anche per la stessa comunicazione e convivenza tra i popoli. In questo senso il libro è importante anche per gli interpreti e, più in generale, per gli studenti di scuole superiori e università. Il primo percorso è squisitamente metodologico e affronta l’essenza stessa del tradurre, un atto relazionale ove s’annodano vari fili che vanno dall’interpretazione al confronto psicologico, dal dialogo interpersonale all’inferenza, dalla negoziazione alla fedeltà. Il processo traduttivo è, perciò, un atto complesso, tant’è vero che da secoli si sono elaborate varie teorie.

C’è chi ha posto l’accento sulla prospettiva del destinatario; c’è chi ha preferito puntare al testo e al suo primato oggettivo; non è però mancato chi si è attestato sull’analisi dell’atto traduttivo e sui suoi meccanismi; altri hanno segnalato il rilievo che hanno le rispettive lingue con le loro strutture e con la loro identità; ma c’è anche chi ha rimandato al protagonista, cioè al traduttore, che espleta una funzione tutt’altro che asettica, come invece accade in certe esilaranti mediazioni automatiche affidate al computer. Le pagine che l’autrice riserva a queste teorie rivelano uno straordinario spoglio della bibliografia che è vasta e che spesso da molti viene ridotta soltanto ad alcuni nomi, certo fondamentali ma non esclusivi, come Mounin, Nida, Eco, Salmon, Jakobson e pochi altri. È curioso notare che – lasciando a parte il patrono dei traduttori che è s. Girolamo – anche Lutero, che ha offerto una Bibbia in tedesco decisiva per la stessa lingua germanica, ha composto una sua Epistola sull’arte del tradurre (1530), che può essere letta in versione italiana nella raccolta di saggi La teoria della traduzione nella storia (Bompiani 1993, pagg. 99-119).

Per i biblisti e, in genere, per tutti coloro che desiderano risalire alla matrice semantica genuina di quel “grande codice” della cultura occidentale che è la Bibbia, è indispensabile approdare alle ultime cinquanta pagine del volume. La Buccioni offre “una proposta di metodo” completa per eseguire e seguire una traduzione biblica. Le tappe sono quella obbligate della (ri)lettura, dell'identificazione del genere letterario, del contesto, della struttura retorica, dei campi semantici, delle connotazioni, delle assonanze, della dominante, della valutazione degli esiti (alternative, perdite e compensazioni di senso e così via). Ma, scendendo dal piano alto della metodologia, l’autrice conduce il lettore sul terreno vivo e lo fa con una sequenza molto suggestiva di lacerti testuali esemplificativi. È qui che la sua “grammatica” generale, prima proposta, si colora, si anima, rivela paesaggi insospettabili e scioglie enigmi intricati.

Si configura un arcobaleno di registri, di significati che s’aggrovigliano e si dipanano, di locuzioni, di reiterazioni, di variazioni verbali, di morfologie, di prestiti e calchi e persino di ambiguità e di fraintendimenti (i “falsi amici”). Per concludere, il pensiero va a Schleiermacher, che fu un appassionato traduttore di Platone e che ci ha lasciato uno scritto Sui diversi metodi del tradurre (Bibliopolis, Napoli 1985). Egli descriveva argutamente due tipologie: «O il traduttore lascia il più possibile in pace lo scrittore e gli muove incontro il lettore, o lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scrittore». Ma già Goethe proponeva qualcosa di analogo con “due massime” per il traduttore: «l’una esige che l’autore straniero sia portato fino a noi, di modo che possiamo guardarlo come nostro; l’altra esige che noi andiamo fino allo straniero e che ci dobbiamo adattare alla sua condizione, al suo modo di esprimersi e alle sue particolarità».

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