Domenica

Un «selfie» tutto belga

Arte

Un «selfie» tutto belga

È il primo artista vivente ad avere avuto una personale al Louvre di Parigi, e la sua presenza è costante nei maggiori musei e festival del mondo. 40 anni fa si affacciò alla ribalta dell’arte, e con le sue performances, le sue opere, i suoi testi, i suoi spettacoli, le sue trasgressioni, nel tempo Jan Fabre è divenuto una stella fissa del panorama culturale europeo. Quest’estate lo vede nei cartelloni di numerose città: da Napoli a Venezia, da Vienna a Kassel, da Utrecht a Anversa, da Kiev a Caen.

Fabre offre un’arte esuberante, provocatoria, destrutturante, ironica, curiosa del mondo e delle possibilità del corpo umano, in primis il proprio, che flagella o depriva di sonno, cibo o sangue, o copre di fette di carne in performances che, sostiene, costituiscono l’elemento centrale del suo percorso artistico: «Le mie performances attraversano tutta la mia carriera e sono come il corpo di una farfalla, su cui si innestano le ali: una fatta di arti visive e l’altra di teatro e scritti».

Una pluralità di forme espressive che prescinde dalla predilezione per l’una o per l’altra, e che l’artista belga pone in toto “al servizio della bellezza”: «La scelta del mezzo nasce da sé, dal contenuto che voglio trasmettere; dalle necessità; dalla passione che mi muove in quel momento», ci spiega mentre nell’ambito del festival Impulstanz, a Vienna, dà gli ultimi ritocchi al debutto mondiale del suo nuovo spettacolo Belgian rules/Belgium rules, la cui anteprima di rodaggio è stata proposta a Napoli all’inizio di luglio, e che da fine settembre inizierà da Roma un tour europeo.

Perché questo titolo a calembour?, gli chiediamo: «Il gioco di parole rimanda un po’ a ciò che sta avvenendo nel mio Paese: da un lato vi è il successo dei partiti nazionalisti, che invocano un gran numero di nuove regole, alle volte assurde o surreali, e talvolta politicamente estreme, e dall’altro sottolineo l’ironia del fatto che il Belgio in realtà non governa né domina alcunché, visto che non siamo mai stati una grande potenza mondiale, né economica né militare, come fu per esempio la Gran Bretagna. Lo spettacolo è una sorta di dichiarazione d’amore, sebbene critica, il che significa che tematizzo anche ciò vi è di negativo: questo piccolo, grazioso Paese, ha anche lati oscuri»”.

Fabre scherza pure sulla composita identità della sua nazione e fa riecheggiare il suo conterraneo Magritte, per affermare: «Ceci n'est pas un Pays».

È forse una surreale contiguità con Donald Trump, che qualche tempo fa ha definito il Belgio “una bella città”?

«Sicuramente è un errore ricorrente, che tematizzo anche nello spettacolo: Belgio?... Belgio?... dov’è?... La verità è che siamo un Paese minuscolo, però assai bello, e da secoli ricco di cultura».

Una cultura stratiforme e vigorosa, osserviamo, che non ha potuto arginare il terrorismo: «Credo sia necessario migliorare l’integrazione degli stranieri: se dessimo a questa gente un’istruzione migliore, e quindi lavori migliori, probabilmente non sarebbe così frustrata né così aggressiva. Però noi dobbiamo perdonare, come ha fatto Mohamed El Bakiri, un uomo di origini marocchine, che abita a Molenbeek e ha perso la moglie nell’attentato del 22 marzo 2016 alla stazione della metro, e per contrastare il terrorismo ha esortato ad avviare una jihad dell’amore. Io credo sia la risposta giusta. Ci vogliono tempo, pazienza, fiducia negli altri. È anche per questo che con la mia compagnia Troubleyn ho creato Belgian rules, Belgium rules».

Uno spettacolo che vuole essere anche un atto dichiaratamente politico: «Da noi i movimenti populisti di estrema destra chiedono l’indipendenza delle Fiandre e vogliono distruggere il Belgio. Questa produzione è una risposta a quelle forze disgreganti, e anche un atto politico, col quale affermo: mi piace il mio Paese, mi piacciono il mio re e la mia regina. Io sono di Anversa, che al momento è governata da un sindaco di estrema destra (ndr: Bart De Wever), però nelle nostre scuole convive una miriade di nazionalità diverse. Questo significa: vi sono cose che facciamo bene. O perlomeno ci proviamo. Certo commettiamo errori e dobbiamo imparare da essi per far meglio».

Fabre si dice convinto che gli attacchi terroristici consumati in suolo europeo negli ultimi anni siano anche una risposta agli errori e agli orrori del colonialismo: «Ora i Paesi emergenti ci ripagano per tutto ciò che, in nome della supremazia dell’uomo bianco, abbiamo commesso in passato. Ma anche se guardiamo a tempi più recenti: per rovesciare Saddam Hussein, soprattutto gli Stati Uniti hanno essenzialmente destabilizzato un’intera regione, e noi europei ora stiamo pagando anche per ciò che gli americani hanno fatto laggiù. Io credo che dobbiamo imparare da tutto ciò, e non dobbiamo condannare, dobbiamo cercare di capire e di fare meglio in futuro».

Se col tempo l'aspetto maudit di Jan Fabre si è stemperato, e l’artista ora si presenta come un affabile, elegante signore alle soglie dei sessant’anni, con abito scuro e cravatta perfettamente annodata sopra una camicia candida, la sua arte è rimasta invece provocatoriamente corrosiva. Al Museo Leopold di Vienna, dove sino a fine agosto presenta 40 anni di performances nella mostra Stigmata, curata nel 2013 da Germano Celant per il Maxxi di Roma e ora attualizzata fino al 2016, in un’inedita performance ancora per Impulstanz dal titolo I am a mistake, Fabre ha utilizzato gli spazi del museo per un ironico viaggio nella diversità sociale dell’essere artista, mostrandosi con grandi orecchie d’asino e spiegando tra un raglio e l’altro il perché si considera un errore: «Perché non amo la moda, perché non mi fido dei notiziari, perché sono il peggior nemico di me stesso». E anche perché, nel Paese del Bacio di Gustav Klimt, gli piace baciare ragazze austriache vestite del tradizionale dirndl: un’azione che nelle sale espositive e su e giù per le scalinate del museo Leopold, Fabre ha protratto e reiterato a rischio guinness dei primati, fra accenni di passi di valzer, e pose ispirate a iconografie del passato.

© Riproduzione riservata