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Vivaldi diventa Furioso

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Vivaldi diventa Furioso

L’«Orlando Furioso» di Vivaldi in scena al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca
L’«Orlando Furioso» di Vivaldi in scena al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca

Un Festival vince se ti sorprende. Se vai per catturare una preda, e nel carniere te ne ritrovi un’altra. Anzi, meglio: non ne hai solo una, ma due. A Martina Franca è andata così. Nella piccola cittadina della Valle d’Itria, gioiello di abbacinante barocco, 50mila abitanti scarsi, per inaugurare l’edizione numero 43 di questa mecca del canto e del belcanto, hanno scelto un titolo emblematico: l’Orlando Furioso di Vivaldi. Un’icona, cioè l’opera che nel 1977 (Claudio Scimone, Solisti Veneti e cast stellare capeggiato dalla Horne) segnò la partenza per la riscoperta del Prete Rosso come compositore d’opera. E non solo come quello delle Quattro Stagioni.

L’occasione era da non mancare. Anche perché il fronte musicale vedeva Diego Fasolis, coi suoi Barocchisti, interpreti di prestigio internazionale, per la prima volta al Festival. Ma per prudenza, poiché gli spettacoli a Martina si danno all’aperto, valorizzando spazi storici di rara bellezza, alla sera di apertura con Vivaldi, nel cortile solenne di Palazzo Ducale, ne abbiamo affiancata una seconda, l’indomani, con Monteverdi. Sulla carta presentato come Altri canti d’Amor, incipit da un madrigale dell’Ottavo Libro: dunque programma miscellaneo. Con la concertazione al cembalo di Antonio Greco: dunque da non mancare. Pioggia o non pioggia.

Perché la pioggia, da sana tradizione (dopo settimane di caldo africano) cade. E Orlando anziché furioso diventa benedetto. La spruzzata non fa vacillare di un millimetro la coda del pubblico elegante quanto mai, in attesa di entrare, mentre all’interno si asciugano le sedie e si rimanda l’inizio dalle 21 previste alle 22, quasi. Seguite da tre ore e mezza di musica. Dove forse l’ultimo intervallo, prima di un atto finale di venti minuti, si sarebbe potuto saltare. Vivaldi si conferma comunque inventore sublime di fantasiose iperboli vocali, con una abbondanza di Arie, non solo coi “da capo”, e di Recitativi, non solo semplici. Più che cercare una drammaturgia, nei versi scapricciati di Grazio Braccioli, bisogna giocare all’accumulo di affetti. E i cantanti – dalla spietata Alcina di Lucia Cirillo al saggio Astolfo di Riccardo Novaro - li restituiscono impeccabili. Martina è anche scuola, e si sente: Michela Antenucci, Loriana Castellano, i due luminosi controtenori Konstantin Derri e Luigi Schifano (sostituto all’ultimo) testimoniano una qualità e una competenza stilistica nella vocalità barocca un tempo impensabile. Sonia Prina, la primadonna, nel ruolo di Orlando, centellina una impagabile pazzia nel terzo atto (e l’Aria finale del secondo) mascherando fibra un po’ logorata. A sorreggerla, lei e gli altri, è Diego Fasolis, in piedi al terzo clavicembalo, con i Barocchisti concertati a meraviglia: intonati, nonostante l’umidità, dove primo violino e flauto suonano “soli” da incorniciare.

La produzione di Fabio Ceresa, che approderà alla Fenice di Venezia, punta su costumi da favola, di Giuseppe Palella, e su un simpatico ippogrifo, cartoon, mosso da due comparse della Fattoria Vittadini. Grazioso, non abbagliante. E senza effetti, ad esempio della luna che non sale. Chi davvero però lo pizzica è la bellezza poetica, emozionante, veloce, fresca, della regia di Altri canti d’Amor, la produzione monteverdiana “off”, dell’Accademia, che conquista come vera rivelazione di queste prime due (su sei) opere del Festival. La firma Giacomo Ferraù, giovane attore e regista di prosa, che tocca per la prima volta la musica. Ha mano magica, per sottigliezze di sentire e tecnica, e si intreccia con la passione di Antonio Greco, al cembalo e al positivo, circondato da strumentisti antichi. Solo sette, ma tanto espressivi da sembrare una grande orchestra.

Dal madrigale di partenza, a cinque voci che sfidano il più che pianissimo (e si sente ogni parola) al drammatico Ballo delle ingrate (spose bambine, in una gabbia infernale sotto il palcoscenico) vola il Monteverdi più sperimentale e teatrale mai visto. A Salisburgo, a Aix, ne avrebbero fatto un caso. Prima che lo scoprano, affidato solo a ragazzi, uno più bravo dell’altro (la Ninfa, Cristina Fanelli, di Bari, ha 21 anni) merita di girare in tutti i chiostri d’Italia. Al San Domenico, a Martina, non smettevano gli applausi, incantati.

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