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Il discorso di Dostoevskij che rese Puškin profeta della letteratura russa

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Il discorso di Dostoevskij che rese Puškin profeta della letteratura russa

Con Puškin inizia un’epoca nuova. Va considerato una sorta di “profeta”. Oltre che iniziatore della lingua letteraria russa contemporanea, introdusse nei versi della sua terra l’idioma popolare. Fece confluire nell’arte di scrittori e poeti innumerevoli elementi vivificanti. La natura, che in Russia si confonde con l’infinito, dimenticò le scialbe descrizioni di classicheggianti, sentimentalisti e romantici; la stessa vita interiore mutò sembianze, accenti, emozioni, forme.

Il mondo conobbe, grazie a Puškin, quella che genericamente si chiama - nei manuali e nei discorsi – l’anima russa; la medesima che si era lentamente formata attraverso esistenze di santi, viaggiatori, folli, eremiti e rivoluzionari, o semplicemente di contadini. Un’anima che dialogherà con la letteratura. Lo provano le opere di Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij, Čechov e di numerosissimi altri.

Queste parole, tranne l’elenco degli scrittori, le abbiamo prese in prestito parafrasandole da un testo che Fëdor Dostoevskij pronunciò l’8 giugno 1880 a Mosca: è il celebre “Discorso su Puškin” (ora l’editore Castelvecchi ripropone la traduzione di Ettore Lo Gatto; pp. 96, euro 12,50). Le pagine sono state tratte dal “Diario di uno scrittore, anno 1880”.

Non è esagerato affermare che questo “Discorso” mutò il destino della letteratura russa. Sino a quel giorno in molti, seguendo Turgenev, contestavano a Puškin il titolo di “poeta nazionale”; dopo che Dostoevskij proferì questo suo scritto le obiezioni si dissolsero, anzi la sala in cui si celebrò l’evento sembrava sconvolta “da un attacco isterico”.

O meglio, se si volesse visualizzare la scena: “Persone sconosciute piangevano, singhiozzavano, si abbracciavano”. Tutti capirono che Dostoevskij aveva riconsegnato alla Russia il suo poeta e la sua anima. La folla gridava “Profeta, profeta!”; addirittura, testimonia l’oratore in una lettera alla moglie, “Turgenev mi si è buttato al collo con le lacrime agli occhi”.

Dostoevskij in quel “Discorso” seppe contrapporre mirabilmente lo spirito russo alla certezze economiche e scientifiche dell'Occidente e indicò in Puškin colui che riuscì a “racchiudere in sé, nel suo animo, geni stranieri, come fossero della sua terra”. Aggiunse: “Se egli fosse vissuto più a lungo, avrebbe creato altre figure immortali dell’animo russo, più comprensibili ai nostri fratelli europei”. Purtroppo morì in seguito a un duello, senza riuscire a compiere i 38 anni.

Va aggiunto a tutto questo che nel 1880 Dostoevskij conviveva con i momenti cruciali della creazione de “I Fratelli Karamazov”. Dopo aver reso immortale Puškin, tornerà a San Pietroburgo e finirà il suo romanzo. E porrà agli uomini domande su delitti e colpe, sul male e su Dio. Che attendono ancora risposte.

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