Domenica

Arcano e spirituale Pärt

Musica

Arcano e spirituale Pärt

  • –Quirino Principe

Si sussurra che Arvo Pärt sia un personaggio imbarazzante: per i musicisti, per chi ama e coltiva la musica, per la comunità internazionale di chi frequenta la musica forte. Forse, imbarazzante per la musica stessa, posto che la musica sia un soggetto pensante, come anche Adorno suggeriva... Chiunque incontri Pärt e scambi con lui qualche parola, si dice, non se lo toglie più dalla testa. È da crederlo. Pensiamo agli altri compositori del nostro tempo ai quali Enzo Restagno ha saputo estorcere con vittoriose anamnesi il pensiero, la poetica, le confessioni anche amare: Steve Reich, Elliott Carter, Louis Andriessen, Peter Maxwell Davies, per dirne alcuni. La métis dell’intervistatore ha dovuto addentrarsi in un labirinto, nel quale un autore di musica, oggi, è impigliato anche suo malgrado. Ma Pärt è simplex et unus. È il contrario del labirinto. Non è neppure una linea retta, un nitido segmento. È un punto, e possiamo raffigurarcelo come un remotissimo lume puntiforme che appare agli astronomi (talvolta, agli astròfili per primi) e poi si rivelerà una “supernova”. Sfidiamo l’accusa di banalità o di scontata retorica, ma non possiamo tacere: il gioco tra due voci, ora unite e indistinguibili, ora dissociate e di nuovo tutt’uno, che è l’essenza, da lui stesso dichiarata, del pensiero musicale di Pärt, è perfettamente formulato nella doppia similitudine dantesca (Paradiso, VIII, 16-18): «E come un fiamma favilla si vede, / e come in voce voce si discerne / quand’una è ferma e l’altra “va e riede». Inevitabile l’aroma medievale, che in Pärt non è mai “maniera” né “citazione”. Anche lo “stile tintinnabuli”, avviato da Pärt nel 1976 mentre la sua arte si trovava in un vicolo cieco dopo il Credo (1968), e consistente nella riduzione agli elementi tonali fondamentali, ossia scale e triadi, esclude qualsiasi ricerca di “arcaismo”: ci ricorda la strana figura di Beissel in Doktor Faustus di Thomas Mann. A proposito, il “ludus” di Pärt scavalca le contraddizioni faustiane della musica del Novecento e ci vola sopra.

Pure, l’elemento faustiano, occidentale e “moderno”, emerge dalla misteriosa drammaticità, grondante tragedia, che Pärt riesce a rintracciare, non si sa come, in ogni singolo suono. Gli esempi cui ci piace ricorrere sono Alina, Orient Occident, Pari intervallo (un immenso microcosmo organistico di 2 pagine, del 1980). Ecco, l’imbarazzo nasce in chi sa della nomea solenne e misteriosa del personaggio, e pensa di sfiorare qualcosa di esoterico, e si aspetta d’incontrarlo, appunto, il labirinto. Invece, si trova dinanzi l’elemento più semplice, minimo, della famosa terna di Kandinskij. Ma se guardiamo con la lente d’ingrandimento dell’analisi musicale, e non occorre scomodare con ciò il termine “musicologia”, vediamo il punto ingrandirsi con impercettibile metamorfosi e divenire un circolo, o, assumendo una terza dimensione, una sfera perfetta. No, dentro non intuiamo una minuscola macchina, un orologio: piuttosto, qualcosa che ha a che fare con la terra e con la sua coltivazione, come un seme che cresca e divenga un frutto senza che i nostri occhi se ne accorgano. Pärt compositore è imbarazzante soprattutto per gli esercenti e i venditori di musica debole (nessuno la definisce “ignobile”, ma semmai stupidina, che non è una colpa), i quali, ascoltando per esempio Fratres, celeberrimo lavoro di cui si contano 6 se non più versioni strumentali, dall’originale per violino e pianoforte del 1980 fino a quella per orchestra d’archi e percussione del 1991, si stupiscono che la musica “fortissima” di Pärt possa essere estasiante come la musica “debolissima” che essi prediligono. «Ma come? Perché costui non ci annoia?». Resta esemplare la definizione tentata dalla trentaduenne Björk nel 1997, quando Pärt era sessantaduenne e lei con indubbio coraggio lo intervistò per la BBC. La ragazza disse una verità lapalissiana ma non avariata: «Tu crei uno spazio per il pubblico e lo lasci entrare e viverci». Certo: il punto simplex diventa cerchio, arena, anfiteatro, galassia a spirale. Poi Björk tentò un giudizio, e fu l’inevitabile cascar dell’asino: «Arvo Pärt è un cosiddetto compositore serio che, con molta sensibilità, si porta dentro tutta la battaglia di questo secolo». Una sciocchezza, dovuta all’uso di tre parole: “cosiddetto”, “sensibilità” (!), “serio”.

Pärt non è ritroso, né timido, né tanto meno “umile” (usate questa parola, e si udrà il nostro ruggito). Semplicemente, non gli interessa parlare di sé, mentre s’infervora e si commuove con deliziosa eleganza quando parla delle ragioni e della poiesis della propria musica. Vale per lui il frammento di Aristotele, che Raymond Queneau fece brillare come exergo a Zazie: «Ho plásas efánisen», l’artefice deve nascondersi dietro la propria opera (fragm. 162 Rose). All’inizio del libro che abbiamo in mano, al quale il curatore o l’editore hanno dato un titolo allusivo a una delle più sublimanti composizioni di Pärt, Spiegel im Spiegel, dev’essere proprio Restagno che con mossa non didascalica, da gran signore, informa i lettori sull’anno di nascita del musicista oggi quasi ottantaduenne. Quest’ultimo non lo dice, ma non è renitenza, e neppure “sprezzo per le cose frivole” (e perché mai una data di nascita dovrebbe essere qualcosa di frivolo?). Semplicemente, non ci pensa. Comunque, è nostro dovere completare quel laconico anno. Arvo Pärt è nato mercoledì 11 settembre 1935 a Paide, città dell’Estonia, capoluogo della contea di Järva. La madre e il padre (costui, un omone muscoloso, simile a un pugile o a un antico gladiatore) erano entrambi attori in un piccolo teatro. La famiglia si trasferì molto presto a Rakvere, una città più grande, a mezza strada tra Tallinn, capitale dell’Estonia (che allora, dopo il 1918 e prima del 1945, era uno Stato indipendente come le altre due sorelle baltiche, Lettonia e Lituania), e quella che allora si chiamava Leningrad e oggi ha ripreso l’antico nome di St. Petersburg. A Rakvere cominciarono gli studi di pianoforte e di musica in generale, e Pärt cominciò a diventare un musicista.

Nella domanda che apre l’intervista, Enzo Restagno evoca la sua antica e persistente curiosità per quelle terre estreme d’Europa, che risvegliano in lui (e in noi, assolutamente) il ricordo del verso di Thomas Stearns Eliot al principio di The Waste Land: «Bin gar keine Russin, stammt’ aus Litauen, echt deutsch», e la sensazione di un colore grigio che, a detta di Theodor Storm, il poeta della “Husumerei”, avvolge le città che si affacciano sul Baltico. In sintonia con Restagno, noi ripensiamo tuttavia anche al seducente libro dell’olandese Jan Brokken, Anime baltiche: un percorso narrativo e icastico come più non potrebbe essere attraverso la Scandinavia, le terre baltiche, la Finlandia, la Russia settentrionale. E qui balza il problema della lingua. Una quindicina d’anni fa, a Milano, ci capitò di cenare in compagnia di Arvo Pärt, in casa di Carlo Boccardi demiurgo della musica medievale. C’era anche Carlo Boccadoro, che s’impegnò in una conversazione improvvisamente appassionata (bello, ascoltarli!), in lingua inglese, nella quale il giovane e travolgente creatore di “Sentieri selvaggi” era più a suo agio che non il musicista estone. Noi conversammo con Pärt in tedesco, lingua da lui padroneggiata perfettamente. È interessante come Pärt risponda a una domanda di Restagno sulla sua “lingua di cultura”. Nel 1940, l’Estonia passò sotto il controllo tedesco. «Con la guerra [dal 1941, dopo l’aggressione hitleriana contro l’URSS – ndr] arrivarono anche i militari che s’insediarono in città, occupando ogni posto libero nelle case, anche nella nostra. […] Si piazzarono nella sala dove c’era il grosso pianoforte. Con loro abbiamo fatto tanta buona musica suonando e cantando. Tutto sommato non posso dire che siano stati tempi brutti. Gli eventi negativi sarebbero arrivati dall’Est». Lo precisiamo noi: dai russi.

Nora Pärt, moglie di Arvo e insigne musicologa, interviene nell’intervista per ricordare che in Germania l’arcivescovo di Essen commissionò una composizione sacra a suo marito. Da una domanda felicemente provocatoria di Restagno, si evince che mai e poi mai sarebbe possibile che in Italia, dato l’orientamento “estetico” e culturale delle autorità ecclesiastiche, si realizzi l’esecuzione di una composizione sacra del credente Pärt nella liturgia ordinaria. Da sempre, non ce ne facevamo illusioni.

Nella seconda parte, belle le interviste e conversazioni con Helga de la Motte-Haber, Leopold Btauneiss, Paul Hillier, Armin Brunner, Jordi Savall, Espen Mineur Saetre. Piene di sorprese.

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Arvo Pärt, Allo specchio, conversazioni con Enzo Restagno , Il Saggiatore, Milano,
pagg. 284, € 28