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Usa, viaggio nel disagio

Economia e Società

Usa, viaggio nel disagio

Richard Gere protagonista di «Time out of mind», un film-reality per girare il quale l’attore si è trasformato in un homeless a New York
Richard Gere protagonista di «Time out of mind», un film-reality per girare il quale l’attore si è trasformato in un homeless a New York

Le suicide di Émile Durkheim, pubblicato nel 1897, è considerato il primo testo di sociologia scientifica. Ispirandosi alla filosofia di Auguste Comte e proseguendo nel lavoro iniziato con De la division du travail social (1893) e Les Règles de la Méthode Sociologique (1895), Durkheim parte da dati quantitativi, analizzando le percentuali di suicidi fra protestanti e cattolici, donne e uomini, soldati e civili, persone con figli e senza. Molti numeri, insomma, in base ai quali vengono elaborate congetture esplicative. Arlie Russell Hochschild, professore a Berkeley e influente sociologa, cita Durkheim nel suo libro Strangers in Their Own Land, non però per Le suicide o altri testi analoghi ma per Les formes élémentaires de la vie religieuse (1912), dove mancano i numeri ed è presente invece un tentativo, fondato su ricerche etnografiche, di penetrare il senso della religione studiandola nella sua espressione più primitiva, quella praticata dagli aborigeni australiani. La differenza è significativa.

Il progetto di esaminare il mondo umano e sociale con strumenti scientifici attraversa tutta la modernità: caratterizza l’opera di Hobbes e Montesquieu, del già citato Comte e di Marx. Occorre notare, però, che tale progetto è stato perseguito in due maniere distinte: una dominante, che procede secondo il modello della «nuova scienza» galileiana, cartesiana e newtoniana ed è ben riassunta nel detto kantiano per cui c’è tanto di scientifico in una disciplina quanto c’è in essa di matematico; l’altra minoritaria, e perlopiù sommersa, che procede secondo il modello della «scienza nuova» di Giambattista Vico, insistendo sulla creatività necessaria per costruire archetipi che ci illuminino a fronte di quella che Vico chiama la «deplorata oscurezza delle cagioni e quasi infinita varietà degli effetti». Una creatività che nessuna parola descrive meglio del suo corrispondente greco, «poesia», e che richiede immaginazione, sentimento, empatia: «’l vero capitano di guerra, per esempio, è ’l Goffredo che finge [cioè inventa] Torquato Tasso; e tutti i capitani che non si conformano in tutto e per tutto a Goffredo, essi non sono veri capitani di guerra».

Hochschild vuole capire un paradosso della politica americana: gli stati più poveri, con la scolarizzazione e il livello di salute più bassi, con le famiglie più disgregate e l’ambiente più inquinato, e che quindi trarrebbero maggior profitto dall’assistenza del governo federale, hanno fatto la fortuna del Tea Party, rifiutando quell’assistenza e in generale allineandosi con gli interessi delle multinazionali responsabili dei loro malanni. Poteva affrontare il problema senza muoversi da Berkeley, avendo a disposizione dati e statistiche a non finire e potendo contare su spiegazioni di comodo onnipresenti fra i progressisti: gli elettori di quegli stati sono ignoranti, irrazionali, manipolati da un’informazione settaria e fraudolenta. Riposando compiaciuti su spiegazioni del genere, i commentatori politici dei principali giornali e reti televisive hanno ironizzato sul fenomeno Trump per mesi, senza muoversi dai loro uffici, fino a dover ammettere di aver preso la più grossa cantonata della recente storia mediatica. Hochschild si è comportata diversamente: ha fatto le valigie e si è trasferita in Louisiana, solido stato «rosso» altrettanto solidamente in fondo a tutte le classifiche per qualità della vita, e vi ha soggiornato per mesi, comportandosi da etnografa. Legandosi a una sessantina di persone di varia estrazione, seguendole nelle loro attività quotidiane, chiacchierando e mangiando con loro, simpatizzando con le loro traversie e divenendone infine amica. I numeri nel suo libro ci sono, ma sono relegati nelle appendici; la sostanza del libro è costituita dai profili di alcune fra queste persone.

Le lezioni generali che Hochschild ha tratto dalla sua avventura non sono nuove: il ruolo dell’economia nella politica è stato sopravvalutato; la politica è fatta anche di emozioni; l’America rurale e puritana non ne può più dell'arroganza intellettuale dei cittadini delle coste. Ma, scorse in fretta tali lezioni, rimangono i protagonisti delle sue storie: la contabile sessantenne che ha lavorato per mantenersi agli studi, non ha mai accettato l’aiuto di nessuno e disprezza chiunque lo faccia; la donna messa alla porta dal suo patrigno quando ne rifiutò le molestie e salvata da una conversione religiosa che ne ha fatto la fedele, sottomessa ma fiera compagna del marito; il cowboy che ama il rischio e concepisce i danni prodotti dall’industrializzazione selvaggia come un rischio che vale la pena di correre. Non sono personaggi con cui io, o Hochschild, andiamo d’accordo; ma qui si tratta di capire, non di concordare, e la prossima volta che vorrò capire che sta succedendo nel cuore di tenebra degli Stati Uniti le vignette da lei disegnate mi saranno più utili, e in questo senso più scientifiche, di qualsiasi costellazione di numeri, né più né meno del Goffredo di Buglione descritto da Tasso ed evocato da Vico.

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