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In morte della tessera del tifoso (ma senza nostalgia)

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In morte della tessera del tifoso (ma senza nostalgia)

Nell’estate 2017 gli italiani riconquistano alcuni diritti fondamentali, dopo anni in cui essi erano stati quasi del tutto soppressi: prestare l’abbonamento per lo stadio a un amico; acquistare un biglietto per una partita in trasferta, anche il giorno stesso; scegliere il posto dove sedere. Il governo e gli organismi dello sport, infatti, hanno firmato un’intesa che porterà, in tre anni, a superare l’attuale sistema di sicurezza negli stadi.

Tutto comincia con la stagione 2009/2010, quando il ministro degli interni, «riproponendo[si] l’esigenza di rafforzare le strategie di rigore» che avrebbero consentito di combattere la violenza e attrarre pubblico, imponeva la “tessera del tifoso”, accompagnata da regole che, come spesso avviene, in nome della sicurezza, avevano una per lo meno dubbia razionalità.

Vediamone alcune, cominciando con quelle che investivano i tifosi più affezionati. Per abbonarsi era necessaria appunto la “tessera del tifoso”, per ottenere la quale occorreva superare un lungo percorso, attenderne per settimane l’esito e l’agognato attestato, incorporato per motivi misteriosi in una carta di credito.

L’abbonamento, poi, poteva essere prestato solo a chi aveva analoga tessera. Col risultato che accesi juventini, residenti a Milano e amanti del calcio, con un amico interista, abbonato non molto assiduo, dovevano subire l’onta di avere nel portafogli una tessera nerazzurra con la scritta “amala” per usufruire ogni tanto del posto a San Siro. Curiosamente, chiunque, purché non proveniente dalla regione della squadra ospite, anche senza tessera, poteva assistere alla stessa partita, nello stesso settore, acquistando il tagliando online.

Se infine perdevi il documento, i vicini di posto ti guardavano con occhi bassi e tristi: ti attendeva una nutrita trafila per il rinnovo, dalla denuncia alla duplicazione dei documenti.

Ma pure i tifosi occasionali subivano la loro piccola via crucis. Nelle partite in trasferta, chi proveniva dalla regione della squadra ospite poteva acquistare biglietti solo se in possesso della tessera e nel settore dedicato, appunto, agli ospiti, tradizionalmente occupato dai tifosi più accesi. Ed era spesso costretto a essere scortato all’entrata e all’uscita, per evitare contatti con le frange ultra avversarie.

Nel complesso, si era creato un mondo chiuso, con un diritto dell’emergenza. Un sistema di divieti, dominato da una burocrazia occhiuta, che se ha – come si dice – contribuito al calo degli incidenti, si è però anche accompagnata alla diminuzione degli spettatori, forse scoraggiati tra l’altro da un apparato che li trattava come soggetti sospetti, da vigilare a ogni passo.

Ecco i numeri: nel 2009/10 vi è stato un leggero calo di presenze (da 9.280.529 a 9.205.259), l’anno successivo uno ancora più sensibile (8.989.385). L’affluenza si è poi assestata tra gli 8,3 e 8,4 milioni, con un unico occasionale rialzo nel 2013/14 (8.852.363). In definitiva, dall’introduzione della tessera, anche se non solo a causa di quest’ultima, si sono persi, tranne in una stagione, poco meno di un milione di spettatori, circa un decimo del totale.

Sicché va accolto con piacere l’annuncio che tale aggeggio sarà abolito. Un piacere che aiuta a superare il disagio di leggere nel protocollo appena firmato frasi come «rinnovato modello di gestione degli eventi calcistici, in grado di realizzare la finalità Calcio = Passione, Divertimento, Partecipazione», oppure «il driver dei lavori è l’inversione dei valori tonali del settore: non più il “divieto con eccezioni”, bensì “l’ammissione con eccezioni”» e che fanno venire voglia di gridare, con un regista romano: «io non parlo così, io non penso così!».

È interessante notare che la tessera sembrerebbe essere stata eliminata per le stesse ragioni per cui era stata introdotta: invogliare le persone a tornare sugli spalti. Si precisa nel protocollo che ciò è reso possibile da un nuovo contesto di sicurezza, garantito dalle misure adottate.

Ci sembra, in realtà, che almeno le stravaganti disposizioni descritte all’inizio non fossero un potente antidoto alla violenza. Non vorremmo semplificare, ma ci pare che la ricetta per combinare sicurezza e buona affluenza sia quella di identificare gli spettatori, controllarli all’ingresso, sanzionare i responsabili di illeciti ma, al contempo, rendere comoda la vita a tutti gli altri. Senza dubbio il difficile viene nella individuazione delle disposizioni di dettaglio; tuttavia non discostarsi da questi pochi principi, evitando norme farraginose e di discutibile utilità, aiuta.

Molte regole della tessera del tifoso, invece, possono essere archiviate nel grande insieme della legislazione simbolica; quel fenomeno per cui, in presenza di un problema, si introduce una legge, magari irta di divieti e sanzioni, come se ciò di per sé bastasse a superarlo.

Si tratta di un piccolo esempio e, certo, citando Elio e Graziano Romani, ci sono «cose più importanti di calciatori e di cantanti». Per una volta, però, l’eliminazione di questo strumentario pare una buona notizia. E forse ogni tanto si può dare ragione a Goethe secondo cui «le leggi severe presto si ottundono e diventano via via più larghe perché la natura riafferma i propri diritti».

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