Domenica

«Le Siège» iconoclasta

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«Le Siège» iconoclasta

Novecento barilotti pieni di acqua, nell’Adriatic Arena di Pesaro,   raffigurano le mura della città
Novecento barilotti pieni di acqua, nell’Adriatic Arena di Pesaro, raffigurano le mura della città

C’è un unico neo, nella trentottesima edizione del festoso Rossini Opera Festival (ROF): i posti vuoti. Mai successo qui, nel tempio rossiniano. Ma attenzione, le seggiole rosse si vedono all’Adriatic Arena, non nella bomboniera del teatro di Pesaro, che invece trabocca in ogni ordine. I vuoti - pure nel settore a prezzi contenuti - rappresentano un segnale: l’impianto sportivo, con l’aria condizionata rumorosa, in periferia, tra i centri commerciali, ha fatto il suo tempo.

Rossini deve tornare nella città che vive sul suo nome. Non si spiega la disattenzione al contenitore, in un Festival che punta più di ogni altro sulla filologia dei contenuti (più di Salisburgo con Mozart). La riapertura dello storico Palafestival, in centro, chiuso dal 2005, rischia di diventare una barzelletta. Si parla del 2019, ma quanti rimandi abbiamo sentito? Il prossimo anniversario dei 150 anni dalla morte del compositore (1868) meriterebbe un segnale forte. E di richiamo sul pubblico.

Nulla da dire invece sui tre titoli del cartellone: perfetti. Rappresentativi dei tre stili del compositore - Le siège sperimentale, La pietra stupendamente borghese, Torvaldo di cesellata convenzione - consegnati a voci scelte e preparate. E a tre regie: tanto diverse e plasmate nell’identità, da porsi a emblemi di quanto sia ricco oggi il mondo visivo a teatro.

Serata d’apertura con Le siège de Corinthe, debutto mondiale nell’edizione critica firmata da Damien Colas, che ha lavorato di colla e strappi, quasi fosse arte contemporanea, con la partitura parigina della prima esecuzione, del 1826. Mancando totalmente (per ora, chissà, se fosse vivo Gossett...) il manoscritto originale. La “tragédie lyrique” sulla guerra tra greci e turchi è di stretta attualità, in tempi in cui si muore per l’indipendenza della Grecia e vibrano le corde di Leopardi e di Byron. Rossini affresca per grandi campate: la scrittura è profondamente sinfonica, con cori complessi e Arie di scolpito declamato. Non manca qualche pennellata puntatura, per il “frisson” di chi ascolta.

Magnifica, da esportare oltre il giardino del ROF, l’opera gioca su un tempo fermo, tipico dell’ultimo Rossini (lui, altro che Corinto, era quello sotto assedio) restituito con appassionata devozione da Roberto Abbado. Eroico, col braccio destro al collo per una frattura, solo con la sinistra sollecita e sprona l’Orchestra Sinfonica della Rai, che subito dall’Ouverture testimonia il notevole acquisto fatto dal Festival. Cast omogeneo e quartetto principale ottimo: Luca Pisaroni, Nino Machaidze, John Irvin e gli acuti facili di Sergey Romanovsky. Discussioni accese solo sulla regia.

Ma quando i “Fureri” non faranno più discutere, potranno chiudere bottega. Il loro spettacolo poggia sulla scena di Carlus Padrissa, a barilotti d’acqua, circa novecento, trasparenti, per raffigurare le mura di Corinto; e sulle pitture, i costumi e i video di Lita Cabellut, potente autrice di ritratti, tra Frida Kahlo e Bacon. Astratta (e sono i momenti più intensi) e un po’ retorica (con l’istigazione alla ribellione della sala, che resta immobile) non è la regia più eclatante nella storia della Fura dels Baus. Però ha forza drammatica, combacia con Rossini e soprattutto arreda dinamica lo spazio asettico della Adriatic Arena, non solo il palcoscenico.

All’opposto dei catalani dissacranti sta il tradizionale Torvaldo e Dorliska, ripresa di Daniela Schiavone dello spettacolo 2006 di Mario Martone (assente, nemmeno per un saluto): illustrativo, con luci da cinema di Cesare Accetta, ha il bel bosco e la gabbia firmati dalla mano maestra di Sergio Tramonti. Anche qui un braccio rotto al collo, quello di Carlo Lepore, buffo cordiale, in una compagnia dove svettano tenore e baritono, Dmitry Korchak e Nicola Alaimo. Meno smalto il soprano, Salome Jicia. Da seguire Francesco Lanzillotta, che riesce a far suonare meglio del solito la Sinfonica Rossini.

È più personale, rispetto all’altro giovane sul podio, Daniele Rustioni, che deve crearsi un gesto libero da modelli. Ma chi ci prende il cuore, qui, è il vero ragazzaccio del Festival, Pier Luigi Pizzi. Che reinventa La pietra del paragone come frizzante commedia, dove si gioca, balla, nuota da inizio a fine. E oltre: anche sulla passerella degli applausi. I più intensi, tra i tre spettacoli. I solisti recitano contagiosi, ora aristocratici, Maxim Mironov e Aya Wakizono, ora malandrini, Paolo Bordogna e Davide Luciano. Centomila gli abiti da favola di Tirelli, scelti uno a uno dal regista. Che con un bacio audace finalmente ci spiega perché il bel Conte Asdrubale, il palestrato sognante Gianluca Margheri, non volesse prender moglie. Notizia dell’ultima ora: sul successo della Pietra, il ROF 2018 affida a Pizzi un nuovo Barbiere. Subito, da segnare.

Le siège de Corinthe, La pietra del paragone, Torvaldo e Dorliska di Rossini; Pesaro, ROF, fino al 22 agosto

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