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Artaud, l’intellettuale che purificò la cultura

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Artaud, l’intellettuale che purificò la cultura

Tra le molte considerazioni su arte e letteratura, divenute sterili, corrette, inutili, ne scegliamo una che tale non è. Ci sembra più vera di quelle care a buonisti e bigotti: «Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non, di fatto, per uscire dall’inferno».

Si deve ad Antonin Artaud (1896-1948). Si legge nel suo libro «Van Gogh il suicidato della società» (tradotto in italiano da Adelphi). Attore, regista, scrittore, questo letterato francese desiderava sconvolgere spettatori e lettori; credeva che la crudeltà dei messaggi culturali diventasse catarsi, mondando corpo e anima dalle contaminazioni del nostro tempo.
La prima raccolta di scritti gli venne rifiutata da Jacques Rivière, con il quale poi avviò una corrispondenza; fu un surrealista innamorato del teatro che lasciò deluso per il cinema, da cui si allontanò per entusiasmarsi ancora del teatro (ma orientale). Andò in Messico, tenne conferenze, frequentò gli indios tarahumara, si perse nella solitudine, fu colpito dalla miseria, si punì con le droghe.

Impossibile riportare i fatti di una vita che si dibatteva tra mille incomprensioni e disperazione. Aggiungiamo soltanto che nel 1937, dall’Irlanda, dove si era recato per restituire a quel popolo il bastone di San Patrizio, Artaud è espulso e poi arrestato: quando giunge a Le Havre è già in camicia di forza, viene internato in cliniche psichiatriche, conosce angoscia, fame, elettroshock.
Soltanto nel febbraio 1943, per interessamento del poeta Robert Desnos, è trasferito nella zona controllata da Vichy e ospitato nell’istituto di Rodez. Qui rimarrà sino al maggio 1946 e qui, dopo un lungo silenzio, riprende a scrivere. Nascono pagine sconvolgenti. La descrizione delle sue sofferenze si mescola a missive per gli amici (tra i quali c’è Gide), alla mamma, al rifiuto della sessualità (la chiama «crimine» in una lettera del 15 marzo 1944), a considerazioni su santi e mistici. Il medico che lo cura, Ferdière, è al tempo stesso salvatore e aguzzino.
Poi letture: c’è Carroll e non manca Guénon, quindi teatro, poesia, arte. A proposito di musica scrive a Ferdière: «La metà dei canti della chiesa cattolica erano degli esorcismi al principio dell’era cristiana e sono adesso passati nella lingua dei fedeli».
Ora gli «Scritti di Rodez» di Artaud, vergati tra il 1943 e il 1946, sono stati tradotti e annotati per l’editore Adelphi da Rolando Damiani (pp. 384, euro 32). È una lettura che sveglia dal torpore, sempre più diffuso grazie a scrittori e intellettuali da talk show. Soprattutto si impara che molta gente, anche se lo ignora, ha smesso di esistere pur divertendosi, guadagnando e sfilando in belle manifestazioni. Il 21 febbraio 1944 Artaud scrive a Anne Manson: «Vivono nella falsa credenza che la vita possa durare e loro abbiano un destino da realizzare su questa terra… L’anima di tutti loro in realtà ha lasciato la vita».

Antonin Artaud
Scritti di Rodez

Adelphi
pp. 384
euro 32

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