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L’esperienza dei misteri

Scienza e Filosofia

L’esperienza dei misteri

Charles Edouard Boutibonne. «Sirene giocano nel mare», 1883
Charles Edouard Boutibonne. «Sirene giocano nel mare», 1883

Ulisse dorme, i Feaci lo riportano a Itaca ricco di doni. Sbarcano, lo lasciano vicino a un porto sacro a Forco e all’antro delle ninfe Naiadi. Una breve notazione di paesaggio, potrebbe sembrare questo riferimento a una sorta di caverna «oscura e amabile». Ma come sappiamo da Porfirio, come la tradizione ha tramandato, questi pochi versi del XIII libro dell’Odissea, separano il viaggio dal ritorno in patria e ne sottolineano il valore simbolico.

L’antro delle ninfe Naiadi ha infatti due porte, una, verso Borea, adatta agli uomini, l’altra, verso Noto, riservata agli esseri divini, «la via degli dèi» (XIII, 137). La prima è voltata a nord, da dove le anime possono solo scendere per finire prigioniere dei corpi. La seconda, verso sud, apre all’ascesa che trasforma le anime degli iniziati in esseri divini.

Con La via degli dèi Davide Susanetti intende mostrare la pervasività, nel mondo greco, ma anche egizio e latino, dell’idea di iniziazione ai Misteri, forse l’unica forma religiosa vissuta con convinzione e per scelta dagli antichi. Esiste uno schema di base che Susanetti ritrova nei miti primigeni come nelle opere letterarie e filosofiche: lo racconta come si raccontano «le storie», le favole, senza note o digressioni specialistiche, chiedendo al lettore solo una discreta conoscenza di queste opere e di questi miti.

I racconti dell’inizio, dunque. Si parli di Iside e Osiride, o di Dioniso e Persefone, l’inizio è sempre un’unità che ricompone una dispersione. Il corpo di Osiride, o quello di Dioniso ucciso dai gelosi Titani, o neikos, l’odio che secondo Empedocle di Agrigento allontana tra loro i quattro elementi primordiali, finché philìa, l’amore di amicizia, non riesce a riportarli insieme. Nel variare dei racconti, Dioniso è figlio di Persefone e di suo padre Zeus, che l’aveva generata unendosi a Demetra. Un parto incestuoso, accompagnato alla tragica vicenda del rapimento di Demetra da parte di Ade, il dio degli inferi. Ma Dioniso è anche figlio di Semele e Apollo, che hanno ricevuto da Atena il suo cuore, strappato al corpo dai Titani che lo hanno ucciso e lo hanno fatto a pezzi, per poi mangiarlo. Dai sette Titani inceneriti per punizione, nascerà l’uomo, un po’ bestia, come i giganti senza controllo, un po’ dio, come Dioniso di cui i giganti si sono cibati. Questo morire e tornare a vivere è il percorso dell’iniziato, lo stesso di Ulisse che dorme e riprende coscienza ormai a casa.

Dappertutto si legge che ai misteri orfici (da Orfeo, che nell’Ade discese) si giunge non grazie allo studio e allo sforzo individuale, ma grazie alla sottomissione volontaria, però passiva, a una forma di morte. Chi non cerca e non accetta l’iniziazione potrà essere punito in questa vita, come il re Penteo delle Baccanti, dilaniato dalle donne della città, tra le quali sua madre, possedute da Dioniso e da lui accecate: Penteo aveva rifiutato il culto di Dioniso, ritenendolo un’inutile superstizione, un culto nuovo quindi insulso o sospetto.

Certo saranno puniti nella prossima vita, quando lasciato questo mondo non avranno alcuna consapevolezza di ciò che è davvero, non sapranno quindi scegliere altro che la dimenticanza del passato per ritornare a imprigionarsi in un corpo, nella migliore delle ipotesi, oppure a patire in eterno l’oscurità di Ade, a ripetere quindi il tremendo pensiero di Achille, che avrebbe preferito mille volte essere uno schiavo (una cosa, quindi) nella luce, piuttosto che essere, com’era, un principe con inutile principato negli inferi.

L’iniziato, invece, sa. Sa perché ha subito l’iniziazione, vi si è sottoposto. In qualche maniera è morto ed è rinato, come l’intero mondo è stato mangiato dal primo fra gli dèi, Zeus, nel divorare i genitali di Urano, e da lì è rinato come cosmo, realtà ordinata. Sappiamo poco però dei riti di Eleusi. Non sappiamo in che cosa consistesse questa “morte”, perché tutto ciò che conosciamo è frammentario, tratto da canti per loro natura oscuri e simbolici, o da riferimenti contenuti in testi filosofici o letterari, che dovevano essere colti dagli iniziati, quindi che davano per scontato ciò che vi era di sottinteso e che nascosto doveva rimanere alle orecchie degli estranei. Nella scuola pitagorica, per esempio, sappiamo che i nuovi arrivati erano sottoposti a un esame, se ammessi trascorrevano i primi tre anni in mezzo a «fratelli» impegnati a farli sentire delle nullità.

Raggiunto un buon grado di distacco da sé, i successivi cinque anni dovevano essere cinque anni di silenzio assoluto. Colui che subiva l’iniziazione doveva quindi arrivare a disprezzare se stesso e la propria volontà, ritenere ovvio che non gli si chiedesse un’opinione. Solo così, secondo Pitagora - se mai è davvero esistito - la parte migliore dell’uomo, quell’anima superiore alla mente e al corpo, poteva aspirare a divinizzarsi conoscendo ciò che sanno gli dèi. Nel caso dei Pitagorici, quella philìa che tiene armonicamente legate tra loro tutte le cose e che si esprime attraverso la legge del numero.

È appassionante ritrovare questo stesso movimento di morte e resurrezione, o abbassamento ed elevazione, in Parmenide, Eraclito, Platone: la caverna buia da dove si può uscire alla luce, la palinodia d’amore del Fedro, la condizione dell’anima del Fedone, in generale la figura di Socrate, brutto fuori e attraente dentro, come le Sirene, come l’oro nascosto, secondo la struggente descrizione di Alcibiade nel Simposio. Ma anche nelle Metamorfosi o L’asino d’oro dell’africano latino Apuleio, dove Lucio passa attraverso la trasformazione in asino per diventare poi sacerdote di Iside. Nella favola di Amore e Psiche, con l’amore al buio, l’errore, la fatica delle prove, la divinizzazione di Psiche, dell’anima, appunto. Il neoplatonismo, se possibile, estremizza la condizione umana: per Plotino siamo pietra grezza da cui togliere per ottenere un agalma, un’immagine divina. Tutto deve essere lasciato per raggiungere l’Uno, ciò che non è nemmeno un’ipostasi, perché è al di là dell’essere e dello stare. Giamblico e Proclo sottolineeranno ancora di più la necessità di non dedicarsi alla sapienza umana, ma di praticare quella divina.

Il teurgo sarà l’uomo dedito a compiere riti e gesti sacri, che sacro lo rendono. Da qui, si potrebbe pensare, da un lato la mistica in tutte le forme di platonismo, da Agostino di Ippona a Meister Eckhart. D’altro lato, l’alchimia, che si basa proprio sull’idea di universo come vivente con una sola anima, con la quale si può imparare a interagire, e infine a identificarsi. Si tratti di raggiungere l’estasi o la pietra filosofale, con gli opportuni distinguo, una simile storia del permanere di un’idea ha solo il rischio di far dimenticare quanto di grande, e anche terribile, ha compiuto l’uomo fin dalla preistoria con l’uso della ragione, di quel mathein, studiare, tanto aborrito dagli iniziati ai misteri eleusini.

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