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Verdi e mansueti giganti metallurgici

Economia e Società

Verdi e mansueti giganti metallurgici

Un tuffo in piscina nell’ex impianto di coking di Zeche Zollverein, a Essen. La struttura, realizzata utilizzando un container navale, è opera di due artisti di Francoforte, Daniel Milohnic e Dirk Paschke
Un tuffo in piscina nell’ex impianto di coking di Zeche Zollverein, a Essen. La struttura, realizzata utilizzando un container navale, è opera di due artisti di Francoforte, Daniel Milohnic e Dirk Paschke

Mettiamo che siate il capo del governo di una grande nazione dell’Occidente, e che una delle regioni della vostra nazione sia, storicamente, terra di miniere di carbone, uno dei motori energetici dell’intero Paese, e dia lavoro a centinaia di migliaia di famiglie. Mettiamo però che l’estrazione del carbone cominci a costare troppo, perché ci sono altre forme d’energia più economiche; inoltre, il carbone inquina terribilmente, sia nel momento dell’estrazione (la regione in questione è una delle più brutte dell’intera nazione) sia nel momento in cui si trasforma in calore ed energia. Che fate?

Opzione A: dite che siete stato eletto coi voti degli abitanti di Pittsburgh, non degli abitanti di Parigi, e riaprite le miniere, infischiandovene dell’inquinamento e della scarsa razionalità economica dell’impresa. Opzione B: vi inventate un sistema per riorientare le attività produttive della regione e, coll’occasione, date anche una pulita all’ambiente. La cattiva opzione A è naturalmente quella scelta dal villain Donald Trump nel momento in cui ha deciso di «rimettere i minatori della Pennsylvania al lavoro». La buona opzione B è quella che tra gli anni Settanta e oggi hanno scelto i tedeschi della Ruhr, e le conseguenze di quella scelta sono queste colline, queste acque limpide, quest’aria salubre. Messa così sembra un volantino della pro loco, si capisce, ma passeggiando nei parchi di Bochum, nelle strade di Dortmund, di Duisburg, andando in bicicletta lungo il fiume Ruhr o lungo l’Emscher, ci si domanda perché mai, tra l’inizio di giugno e la fine di agosto, i tedeschi migrino in massa verso sud mescolandosi all’afa e agli italiani, quando il loro ovest è così verde e così mite, perché non se ne stiano tranquilli nelle loro Hütte a godersi il fresco anziché intasare la COOP di Tavarnelle Val di Pesa tutti i sabati mattina. A Hattingen – dove per un modico sovrapprezzo possiamo caricare le nostre biciclette su un autobus di linea – c’è persino la gelateria veneta «Pampanin»: che cosa manca alla felicità?

È andata così. Fino a qualche decennio fa la Ruhr era il cuore dell’attività mineraria e della siderurgia europea. È stato il carbone della Ruhr, negli anni Venti, a pagare buona parte delle riparazioni di guerra. E sono state le industrie della Ruhr, negli anni Trenta, a fare da fucina per le armi del Terzo Reich. Nelle sue magnifiche memorie, Giorni lontani, Paolo Vita-Finzi, che in quegli anni era console italiano a Düsseldorf, parla così della regione: «La miniera e l’officina, il carbone e il ferro hanno dato a tutta la zona, dominata dalle grandi famiglie dei Krupp, dei Thyssen, dei Siemens, dei Kirdorf una patina uniforme. Le compatte, grigie, monotone agglomerazioni dei bacini carboniferi e dei complessi siderurgici che si susseguono a brevissima distanza si confondono nel ricordo, formando quasi una sola, ininterrotta, tetra ma possente città del ferro e dell’acciaio».

Dopo la Seconda guerra mondiale, la regione è stata il principale motore del boom economico tedesco, richiamando Gastarbeiter da mezza Europa, Italia più che mai compresa. Poi, nell’ultimo quarto del secolo, estrarre carbone ha cominciato a non essere più conveniente, e le miniere hanno chiuso una dopo l’altra, ponendo ai governi locali e centrali un enorme problema occupazionale e urbanistico: che fare con tutte quelle irristrutturabili strutture in cemento e acciaio? Come ripensare la forma di cittadine che erano nate attorno a fabbriche e miniere ormai chiuse? E soprattutto: che cosa far fare ai minatori disoccupati?

Intanto si è salvato il salvabile. Le miniere hanno chiuso, poi la Nokia ha chiuso, adesso anche la Opel ha appena chiuso; ma la siderurgia non è morta. In macchina, andando da Essen a Duisburg, si costeggiano per chilometri i muri della Thyssen-Krupp, che è ancora il più grande datore di lavoro della regione. Al di qua dei muri, le “casette per gli operai”, costruite non in serie nel dopoguerra dopo che il Ruhrgebiet era stato spianato dagli aerei alleati, si percepiscono oggi come villette decisamente signorili, con giardinetto e siepe per la privacy. Le case per i dirigenti sono magioni a tre piani col vialetto d’ingresso, le finestre ad arco, una piccola serra sul retro. Le case dei padroni non ci sono perché i padroni stanno più lussuosamente – ma non più salubremente – a Berlino, Venezia, Montecarlo, Gstaad. Qualche chilometro più a est, ecco Bochum. Quando negli anni Sessanta si è cominciato a capire che il carbone non aveva futuro, a Bochum si è deciso di investire in una nuova università, con una massiccia sede in mezzo al verde, forse anche troppo massiccia («L’unico campus al mondo che si può vedere dalla luna», commenta un collega) e troppo in mezzo al verde, quasi eremitica, senza negozi e senza esseri umani nei week-end. Ma, a differenza di quel che succede negli Stati Uniti, o a Salerno-Fisciano, con impeccabili trasporti pubblici tedeschi, una tranvia perfetta che dal centrocittà porta ai dipartimenti senza che si debba aprire l’ombrello quando piove, cioè in continuazione. Tra l’altro, l'università di Bochum è sede di uno Hegel-Archiv che attira studiosi del Filosofo da tutto il mondo, tutto un indotto di secchioni con i loro MacBook Air. Chissà la faccia che farebbe: «Professore, ma lo sa che la sua Fenomenologia dello spirito è diventata un meraviglioso volano per il turismo?».

Ma la grande idea è stata la svolta green. Invece di radere al suolo tutto quanto, gli abitanti del Ruhrgebiet hanno deciso di rimettere tutto in sesto e di trasformare l’area mineraria in un gigantesco parco, l’Emscher Landschaftpark, che copre un terzo del territorio della regione. A una trentina d’anni dall’inizio della riconversione, il risultato è questa piccola Arcadia (un’Arcadia un po’ monotona, si capisce: liscia liscia, tedesca, non bisogna immaginarsi il Chianti). Patrimonio dell’umanità per decisione Unesco? Ma certo, anche questa medaglia: patrimonio dell’umanità per decisione Unesco, dal 2001. Poi, a coronare questo sforzo di ecologico ammodernamento è venuta nel 2010 la nomina del Ruhrgebiet a Capitale europea della cultura. Si sono moltiplicati i musei, a partire da un nucleo storico comunque nutrito, in cui si segnalano soprattutto, a Essen, il magnifico Folkwang (arte moderna) e il Red Dot (design); si è completata la Route der Industriekultur, delizia dei ciclisti; e si è data l’ultima mano alla trasformazione delle ex strutture minerarie (capannoni, altoforni, depositi per lo stoccaggio del carbone, gasometri, torri d’estrazione) in quegli spazi polifunzionali che in Paesi meno accorti sarebbero sinonimo di “fuffa”, ma che qui invece, per la perizia dei restauri e l’intelligenza della riconversione, sembrano fatti apposta per la polifunzione, per l’imperdibile Evento, come se cavare dalla terra tutto quel carbone fosse stata una svista momentanea, un impiego malaccorto di ambienti chiaramente nati per ospitare una galleria d’arte, una discoteca techno, una mega-parete da arrampicata artificiale.

E così i torpedoni caricano e scaricano tutto l’anno migliaia di turisti compitissimi, castigatissimi, davanti alla ex-miniera dello Zollverein a Essen, alla Jahrhunderthalle di Bochum, al Tetraedro di Bottrop – tutte cose molto prosaiche, per niente artistiche, persino micragnose a paragone di quel che si trova in un qualsiasi borgo italiano (il Tetraedro è una specie di grossa impalcatura in tubi Innocenti alta una settantina di metri: si sale, e dall’alto si contempla il panorama, che fa pena: è Germania post-industriale, ripeto, non la Toscana); ma, come i grandi chef con gli avanzi della cena, i tedeschi sono riusciti a costruire attorno a questo ordinato nulla dozzine di teatri di varia foggia, sale da concerto, gasometri riattati a museo (notizie su questa incredibile success story in www.gasometer.de), persino una pista da sci coperta di 600 metri che funziona anche d’estate. Il tutto ovviamente con conseguenze benedette sul mercato del lavoro: gli ultimi superstiti della Ruhr del carbone fanno le guide negli stabilimenti minerari, gli altri hanno trovato il loro angolino in questo spicchio di terziario.

In questo delizioso angolo d’Europa, nella nazione che tutti vorremmo essere, ha appena aperto la RuhrTriennale, festival di musica teatro danza installazioni, che va avanti fino alla fine di settembre. Dato che il mio precedente amato buen retiro, l’Islanda, nel frattempo è diventata una bolgia infrequentabile, mi trovate qui.

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