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«Dunkirk», la guerra secondo Christopher Nolan

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«Dunkirk», la guerra secondo Christopher Nolan

Uno dei film di guerra più belli e importanti del nuovo millennio: convince ed emoziona «Dunkirk» di Christopher Nolan, titolo attesissimo che arriva (finalmente) nelle nostre sale a più di un mese di distanza dall’uscita negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nella stragrande maggioranza degli altri mercati internazionali.
Al centro c’è la miracolosa evacuazione di Dunkerque (Dunkirk è il nome britannico), città portuale francese teatro di un episodio fondamentale della Seconda guerra mondiale. Al suo primo lavoro incentrato su un fatto storico, Christopher Nolan non cambia il suo stile e costruisce un perfetto meccanismo a orologeria in cui è il tempo il grande protagonista: dal continuo ticchettio sonoro alla divisione temporale in tre parti (collegate agli eventi sulla spiaggia di Dunkerque, a quelli marittimi lungo la Manica e allo spazio aereo), la pellicola trasmette al meglio l’angoscia di una situazione claustrofobica e disperata, giocando con la suspense e con un montaggio calibrato al millimetro.
Il regista di «Memento», «Inception», «Interstellar» e della trilogia de «Il cavaliere oscuro» rimane fedele al suo cinema e alle sue ossessioni (sono numerosi i rimandi tra questo film e i suoi lavori precedenti) e si conferma uno degli autori più interessanti del panorama cinematografico odierno: basta vedere l’incipit o le sensazionali riprese aeree per capire a quale livello sia la maestria tecnica di Nolan, arrivato con «Dunkirk» al suo decimo lungometraggio.

L’umanità dietro i bombardamenti
Quello che però colpisce in maniera altrettanto potente è lo spessore contenutistico di questa grandissima opera, capace di regalare sequenze toccanti e commoventi, efficaci nel mostrare il lato umano dietro i bombardamenti: i volti di chi è pronto a sacrificarsi per salvare altre vite.

Ottimo anche un cast in cui si alternano attori molto noti (da Tom Hardy a Kenneth Branagh, passando per Mark Rylance e Cillian Murphy) a giovani esordienti (da Fionn Whitehead a Harry Styles, cantante e membro del gruppo degli One Direction). Il risultato, così, non può che essere uno dei film più significativi e intensi dell'anno: da non perdere.

Il ritorno di Mihaileanu
Esiti molto diversi sono quelli del romeno Radu Mihaileanu con «La storia dell’amore», pellicola che inizia raccontando di due ragazzi innamorati nell’Europa degli anni Trenta, costretti a separarsi a causa della Seconda guerra mondiale, per arrivare fino alla New York di oggi. Prendendo spunto dall’omonimo romanzo di Nicole Krauss, Mihaileanu ha l’ambizione di raccontare l'amore in senso universale, senza barriere di tempo o di spazio, ma i suoi obiettivi svaniscono in fretta a causa di una sceneggiatura macchinosa e di una regia ben poco suggestiva. Numerose sequenze retoriche e strappalacrime a tutti i costi fanno il resto: la sensazione è quella di trovarsi davanti un prodotto furbo e vuoto, che ha ben poco da dire e ancor meno su cui far riflettere.

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