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Andrea Segre sorprende Venezia con «L'ordine delle cose»

la mostra del cinema

Andrea Segre sorprende Venezia con «L'ordine delle cose»

 Andrea Segre insieme all’attore Giuseppe Battiston al 74esimo Festival Internazionale del Cinema di Venezia per la presentazionedel film“L'Ordine delle Cose” (Ansa)
Andrea Segre insieme all’attore Giuseppe Battiston al 74esimo Festival Internazionale del Cinema di Venezia per la presentazionedel film“L'Ordine delle Cose” (Ansa)

Buona partenza per il cinema italiano alla Mostra di Venezia: dopo «Nico, 1988» di Susanna Nicchiarelli, che ha aperto la sezione Orizzonti, convince anche «L'ordine delle cose» di Andrea Segre, inserito fra le Proiezioni Speciali della kermesse lagunare.

Protagonista è Corrado, un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l'immigrazione clandestina. Il Governo lo sceglie per affrontare una delle spine nel fianco delle frontiere europee: i viaggi illegali dalla Libia verso l'Italia. Sarà una delle missioni diplomatiche più difficili della sua carriera.

Andrea Segre è un regista che si è spesso dedicato al tema dei migranti: l'ha fatto sia coi documentari (il notevole «Mare chiuso» del 2012), sia con il cinema di finzione (da «Io sono Li» a «La prima neve», due titoli da non sottovalutare).

Anche con «L'ordine delle cose» dimostra grande sensibilità nel trattare un soggetto tanto delicato e costruisce una sorta di thriller impegnato, capace di tenere alta la tensione dal primo all'ultimo minuto e di far riflettere su un argomento di strettissima attualità.
L'idea alla base non è quella di realizzare una pellicola militante e arrabbiata, ma di far ragionare sulla migrazione seguendo traiettorie narrative molto differenti: basti pensare al personaggio principale, un funzionario del Ministero che è una figura molto diversa dalla maggior parte di quelle presenti nei titoli che parlano di questa tematica.

Un uomo, Corrado, che entra in crisi quando incontra una donna che sta cercando di scappare dalla detenzione libica per raggiungere il marito in Europa: ed è proprio il contrasto tra la legge dello Stato e l'istinto umano il fulcro di questo lungometraggio che si pone domande importanti, senza mai utilizzare la retorica per portare avanti i propri ragionamenti.

Alcuni momenti sono didascalici e i dialoghi non sempre all'altezza, ma si tratta di difetti di poco conto all'interno di un film che fa bene il suo dovere e che riesce a essere incisivo in diversi momenti.

Ottimo lavoro anche del cast capitanato da un eccellente Paolo Pierobon.

Fuori concorso, invece, ha trovato spazio «Our Souls at Night».
Più del nome del regista indiano Ritesh Batra, contano quelli dei due protagonisti, Robert Redford e Jane Fonda, che sono stati omaggiati dalla Mostra di Venezia di quest'anno con il Leone d'oro alla carriera.
I due grandi attori interpretano due vicini di casa, entrambi vedovi e ormai anziani, che vivono in una tranquilla cittadina del Colorado.
La loro conoscenza è poco più che causale, fino a quando lei ha una proposta da fargli: provare a dormire insieme…
Prodotto da Netflix, «Our Souls at Night» è una pellicola piuttosto banale e prevedibile, che parla di due figure sofferenti di solitudine e ancora in cerca di amore.
Le premesse potevano dare adito a un prodotto tenero e commovente, ma la messinscena di Batra è troppo furbetta e alla ricerca della lacrima facile per poter emozionare come avrebbe dovuto.
Peccato, perché il ritorno in scena della coppia Redford e Fonda (hanno recitato insieme in cult come «A piedi nudi nel parco» e «Il cavaliere elettrico») avrebbe meritato un risultato migliore.

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