Domenica

Ancora la borghesia americana degli anni Sessanta: deludente Clooney

mostra di venezia

Ancora la borghesia americana degli anni Sessanta: deludente Clooney

Ancora la classe borghese americana nelle villette piene di ogni confort, che sotto il tappeto inamidato nasconde mostri e mostruosità: l'abbiamo vista troppe volte e nemmeno George Clooney è in grado di fare la differenza. Nemmeno se ci sono Matt Damon e Julianne Moore che scalpellano al millimetro il proprio egoismo di borghesi feroci, senza mai una scivolata. Clooney è bravo a girare, lo ha dimostrato sia con la traccia drammatica di “Good night, and good luck” (2005) che con quella giocosa de “Le idi di marzo” (2011). Ma “Suburbicon” è un'ennesima versione della cittadina americana alla “Truman show”, fatta di villette abitate da famiglie rispettabili, creata su misura per una comunità in superficie per bene, e psicotica a uno scavo un po' più approfondito. Qui risiede Gardner Lodge (Matt Damon), stimato dirigente aziendale, sua moglie Rose, una Julianne Moore in versione bionda, la sorella di lei, Margaret (Moore in versione castana) e il piccolo Nicky Lodge (Noah Jupe). Margaret, in realtà, è solo in visita a trovare la sorella in sedia a rotelle in seguito a un incidente d'auto avuto con il marito, che guidava e che ne è uscito però illeso. Nella vita dei Lodge d'un tratto accadono due eventi detonanti: una famiglia di colore si stabilisce accanto a loro e due sconosciuti nel cuore di una brutta notte irrompono a casa con le peggiori intenzioni. Nicky dorme ma il padre pensa bene di chiamarlo ad assistere al fatto: «porteranno solamente via qualche cosa» gli promette. Invece li legano, fanno respirare loro il cloroformio, ma sono più generosi con Rose che non si risveglia più. La zia Margaret decide di restare un po' a badare al bambino e a tirare su il morale al cognato, facendosi sculacciare con la racchetta da ping pong nel buio della cantina.

Strano, pensa il bambino. Strano, pensa la polizia. Strano, pensa l'assicurazione che deve risarcire il vedovo per la morte violenta di Rose. Emergono tanti piccoli indizi che portano a una escalation di vicende rocambolesche, anche divertenti (la sceneggiatura è firmata dai fratelli Coen, oltre che da George Clooney e da Grant Heslow) che dileggiano l'americano medio con la camicia a mezza manica. Eppure è tutto già visto, anche la violenza tarantiniana: la mediocrità che nasconde frustrazione e soprusi; cui si affianca, e non ce n'era bisogno, il razzismo contro la gente di colore. Solo quella storia sarebbe valsa un film, metterci accanto la villetta degli orrori ha poco senso.

L'altro film in concorso oggi è “Foxtrot” di Samuel Maoz, che inizia con lo stesso senso di mal di mare che si provava dentro il carro armato di “Lebanon”, film che vinse il Leone d'oro nel 2009. Una scampanellata fa sobbalzare lo spettatore e una donna nel vedere gli interlocutori cui ha aperto la porta sviene. La macchina da presa si fissa su un quadro di arte contemporaneo in cui domina il nero. Siamo in Israele e alla famiglia Feldmann viene comunicata la morte del figlio Johnatan (Yonatan Shiray). La madre Daphna (Sarh Adler) viene sedata con una puntura, il padre Michael (Lior Ashkenazi) deve sopravvivere al dolore tra gli adempimenti amministrativi legati al funerale. Comprese le contraddizioni che Michael considera ridicole: la promozione del figlio post mortem a un grado superiore della gerarchia militare e l'impossibilità di rivederne il corpo. Maoz è bravissimo a rendere l'impossibilità di affrontare il lutto di un figlio attraverso una macchina da presa che gli ruota attorno, lo riprende dall'alto e restituisce lo smarrimento e la confusione.

Confusione che si tramuta in rabbia quando, cinque ore dopo, gli viene comunicato che il figlio è vivo e che il militare caduto è un omonimo. Per Michael è come riprendere aria dopo un annegamento. Riemergono gli spettri di un passato che racconta molte sofferenze di un popolo, quello israeliano come quello palestinese, martoriato dalla guerra. A questo punto Maoz si sposta in un posto di blocco perso nel nulla dove Jonhatan serve il suo Paese assieme ad altri quattro coetanei. E lì inizia un altro film, manieristico, fumettistico e scanzonato, pur nel sottolineare la gravità e l'assurdità della situazione. Le sbarre si alzano per lasciar passare un cammello, ma sono ben chiuse davanti agli arabi, per lo più personaggi innocui e macchiettistici da scenario kusturiziano trasmigrato nel deserto. “Foxtrot” poi torna in città e rovista nei mali psicologici del conflitto israelo palestinese . Il messaggio che Maoz vuol trasmettere è di pace ed è nobile, ma non funziona dal punto di vista cinematografico, perché assembla generi e storie che tra di loro non c'entrano nulla. Troppo forte, troppo indeciso. Troppo.

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