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Grandiosa Frances McDormand in «Three Billboards Outside Ebbing,…

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Grandiosa Frances McDormand in «Three Billboards Outside Ebbing, Missouri»

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

Frances McDormand da Coppa Volpi: l'attrice americana è semplicemente straordinaria in «Three Billboards Outside Ebbing, Missouri», film presentato oggi in concorso a Venezia, che potrebbe regalarle il riconoscimento per la miglior interpretazione femminile della Mostra.
L'attrice interpreta Mildred Hayes, una donna che non vuole più rimanere in silenzio dopo la morte della figlia, stuprata mentre veniva uccisa. Le autorità non hanno ancora trovato il colpevole e, per sensibilizzare l'opinione pubblica, Mildred noleggia tre cartelloni pubblicitari sui quali lascia scritto un messaggio diretto al capo della polizia locale. La speranza è quella di ottenere finalmente giustizia.

Arrivato alla sua terza opera, dopo «In Bruges» e «7 psicopatici», il londinese Martin McDonagh firma il suo film migliore, una commedia nera che alterna efficacemente i registri toccando la farsa, il dramma e il grottesco con un equilibrio davvero notevolissimo.
Si ride e si piange in questa pellicola coinvolgente ed emozionante, ben supportata dalla sinuosa colonna sonora di Carter Burwell e da un copione (scritto dallo stesso McDonagh) ricco di battute efficaci e di personaggi ben costruiti.
A volte la regia va leggermente sopra le righe, ma sono rare incertezze all'interno di un lungometraggio (quasi) sempre ben dosato e ricco di spunti tutt'altro che banali: la panoramica sulla provincia americana di McDonagh, infatti, non è stereotipata e presenta riflessioni sugli Stati Uniti odierni di grande interesse (dal razzismo alle ingiustizie sociali).
Se Frances McDormand è straordinaria, non è da meno il resto di un cast in cui svettano Woody Harrelson e Sam Rockwell.

In competizione ha trovato posto anche uno dei maestri del cinema documentario a livello mondiale: Frederick Wiseman con «Ex Libris. New York Public Library».
La pellicola racconta il dietro le quinte di una delle più grandi istituzioni del sapere nel mondo. Wiseman presenta la biblioteca come un luogo di accoglienza, scambio culturale e apprendimento, oltre che come una delle istituzioni più democratiche d'America: tutte le razze, classi sociali ed etnie sono benvenute e partecipano attivamente alla vita e al funzionamento della biblioteca.
Con il solito spessore formale e contenutistico che contraddistingue il suo cinema, Wiseman costruisce una pellicola di forte impatto, non per tutti i gusti a causa della sua staticità e della lunga durata (quasi 200 minuti), ma capace di incidere e di non lasciare indifferenti.
Il regista che si era fatto conoscere con il memorabile «Titicut Follies» (1967) ha già vinto un Leone d'oro alla carriera ed è pronto a ottenere un posto nel palmarès di fine festival.

Deludente, infine, è purtroppo l'italiano «Una famiglia» di Sebastiano Riso.
Al centro ci sono Vincent e Maria, un uomo e una donna che si guadagnano da vivere aiutando coppie che non possono avere figli. Maria, però, è ormai decisa a formare una propria famiglia, anche a costo di ribellarsi a Vincent.
Dopo l'esordio «Più buio di mezzanotte» del 2014, Riso arriva in concorso a Venezia con una pellicola ancora acerba, che non riesce a tradurre gli spunti iniziali in riflessioni su cui ragionare al termine della visione.
Il tema viene banalizzato col passare dei minuti e anche l'estetica con cui viene rappresentato non riesce mai a colpire davvero.
Sottotono anche i due protagonisti, Patrick Bruel e Micaela Ramazzotti.

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