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Ma agli italiani il ceto medio non piace più

Cinema

Ma agli italiani il ceto medio non piace più

(La Presse)
(La Presse)

Il mostro c’è, ma non è quello con le squame di The shape of water di Guillermo del Toro. È il cuore dell’America, la classe media arrabbiata e confusa, sbarcata al Lido sotto forma di un fumettone, o di un padre di famiglia rispettabile o di un ragazzino che finisce a fare dell’accattonaggio. L’America costretta a ridursi all’altezza di dodici centimetri in Downsizing di Alexander Payne per l’obiettivo poco nobile di poter vivere di rendita con i risparmi che nel mondo reale son elemosina. Dove non vi è più traccia di sogno e, sotto il conformismo, nasconde pulsioni omicide e razziste (Suburbicon di George Clooney), di individualismo feroce (Downsizing) e dove manca il paracadute sociale della comunità o delle istituzioni (Lean on Pete di Andrew High). Lo ha detto Clooney ieri in conferenza stampa: «C’è una nuvola nera che segue il mio Paese» e anche se il suo film non ha la forza di Good night and good luck (2005) e Clooney si limita a girare bene una storia alla Truman show un po’ ritrita con troppa carne al fuoco e troppi paradossi, ha tenuto alto il tenore di una rassegna che fino ad oggi ha portato ottime pellicole in concorso. Soprattutto quella di del Toro - nel suo essere sognante, cinemacinema -, è riuscita ad immergere lo spettatore nello stesso liquido amniotico che avvolgeva la storia d’amore tra una ragazza muta e una creatura anfibia ai tempi della Guerra Fredda. Dall’altra parte dell’oceano, sembrano dirci i registi, magari nascondendosi dietro la macchina del tempo e indietreggiando di mezzo secolo, questi sono i mali della classe sociale più diffusa, che rifiuta chi è diverso, imperfetto, “manchevole” perché deve difendere le sue fondamenta traballanti e non può occuparsi d’altro.

Una fotografia, quella dei mali della borghesia, che non riesce a fare il cinema italiano; timoroso di staccarsi dal format della mammella televisiva, lo ricalca e lo adatta al grande schermo con esasperazioni non riuscite: sguazza nel borgatarismo alla vaccinara o nel gomorrismo. Il contagio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini sembra un patchwork schizofrenico di stili, che passa dalla ringhiera in cui si esibiscono macchiettisticamente duri di periferia, cocainomani, portinaie, mogli tradite a “Mafia capitale”. Peccato anche per La vita in comune di Edoardo Winspeare che esaspera la vena dolce e ironica di In grazia di dio (2013) e l’onirismo di Il miracolo (2003) per sclerotizzare la sua terra, il Salento, in una serie di luoghi comuni (gli sfaccendati del bar, l’indolenza, il sindaco filosofo). Bastava portare il suo talento in uno dei tanti porticcioli e riprendere le abitudini ancora integre della gente comune, cui si richiama il titolo del suo film, per parlare di vita.

Si salva chi si mantiene in equilibrio sommesso, come L’ordine delle cose di Andrea Segre sull’immigrazione, e chi ha una storia vera cui attingere, come Nato a Casal di Principe di Bruno Oliviero, su un ragazzo che cerca il fratello ucciso dalla camorra; o ancora Nico 1988, ottima prova di biografia non scontata dell'ex Velvet Underground, ripresa senza didascalismi nelle sue fragilità e incertezze di artista priva di freni inibitori. Brava Nicchiarelli.

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