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Vita da consigliere del Louvre

Arte

Vita da consigliere del Louvre

La «Galerie d’Apollon», una delle sale più antiche del grande museo parigino, decorata con affreschi e stucchi del Seicento
La «Galerie d’Apollon», una delle sale più antiche del grande museo parigino, decorata con affreschi e stucchi del Seicento

Il mio lavoro si è sempre svolto nelle università e in istituti di ricerca, ed è caratterizzato da una formazione di filologia classica, storia antica e archeologia greca e romana, alla quale si sono in seguito aggiunti altri interessi di ricerca, per la storia delle tradizione classica, e poi, in misura crescente, per la storia dell’arte.

Non ho mai avuto un lavoro stabile in un museo, ma ho sempre impiegato molto tempo nel visitarli, dialogare con chi ci lavora, cercare di intenderne le modalità operative. In alcuni periodi, sono stato più vicino al lavoro quotidiano di alcuni musei importanti. Dal 1994 al 1999 ho diretto a Los Angeles il Getty Research Institute, che è entità diversa dal J. Paul Getty Museum, ma ad essa fisicamente e istituzionalmente vicina: quel contesto mi è stato molto utile per riflettere su affinità e differenze fra la ricerca nei musei e la ricerca negli ambienti accademici o in un istituto dedicato alla ricerca come quello che allora dirigevo. Più brevi, ma egualmente istruttive, sono state le esperienze che ho fatto a Oxford, tenendo presso l’Ashmolean Museum le Isaiah Berlin Lectures (nel 2000), e poi a Washington, quando ho tenuto le Mellon Lectures presso la National Gallery of Art(2001). Per un decennio non ho potuto più avere esperienze simili, perché assorbito dalla direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa; dopo averla lasciata, nel 2010-11 ho tenuto per un anno la Cátedra del Museo del Prado, esperienza anche questa molto “dentro” la vita di un grande museo. Ma è lavorando nel Consiglio Scientifico del Louvre, un grande privilegio, che ho potuto meglio riflettere su questi temi.

In quanto fedele e frequente visitatore del museo parigino, in particolare nell’anno 1992-93 in cui insegnai alla IVème Section dell’École Pratique des Hautes Études, ho sempre pensato che dietro l’organizzazione di un Museo di eccezionali dimensioni e ambizioni come il Louvre dovesse esservi molta ricerca, ma non mi ero mai posto la domanda cruciale che poi, dall’interno del Consiglio Scientifico, avrebbe innescato discussioni di estremo interesse: e cioè come le diverse ricerche condotte da numerose persone, pur restando ciascuna in un certo senso (e necessariamente) indipendente e autonoma, potessero legarsi in un disegno coerente. Per dirlo con una metafora tratta dall’opera seria, vedevo allora la ricerca compiuta dentro il Museo come una sequenza di arie e di recitativi, con qualche duetto e qualche quartetto, ma senza cori.

Per me è stata una grande sorpresa e un grande onore quando Henri Loyrette mi ha proposto di presiedere il Consiglio Scientifico del Louvre; un onore che ho sperimentato di nuovo quando Jean-Luc Martinez mi ha voluto confermare in questo ruolo. Ho naturalmente discusso con entrambi le potenzialità e i limiti di un Consiglio come il nostro, e ho fatto del mio meglio perché esso possa essere utile alla vita del Museo. Naturalmente, un Consiglio Scientifico non può mai sostituire, nemmeno in parte, la pulsante vita quotidiana di un organismo complesso come il Louvre; ed è importante riconoscere questo limite, che è nei fatti. Ma, nei musei come negli istituti di ricerca, un Consiglio di membri esterni all’istituzione può offrire a chi vi lavora ogni giorno un ingrediente in più per pensare il proprio lavoro, e cioè uno sguardo da fuori, e come tale certamente più ingenuo e meno informato nei dettagli, ma più libero di porre domande che abitudini consolidatesi nel tempo potrebbero aver marginalizzato.

Nella mia vita professionale, sono stato membro di alcuni Consigli Scientifici, e in qualche caso (al Getty Research Institute e alla Scuola Normale Superiore di Pisa) ne ho osservato il lavoro come capo dell’istituto. Perciò direi che, perché un Consiglio scientifico possa risultare utile, occorre seguire cinque principi, apparentemente assai semplici ma in pratica difficili da osservare fino in fondo:

1. un calcolato equilibrio fra membri esterni all’istituzione e membri interni, che consenta uno scambio di informazioni nella diversità dei ruoli;

2. la scelta dei membri esterni in base a criteri di competenza e vivacità culturale, ma anche di inclinazione alla discussione collegiale e di curiosità intellettuale;

3. l’adozione di una modalità del discorso che non tema di porre sul tappeto, e di affrontare, anche le eventuali domande che possano parere ingenue (per un verso) o imbarazzanti (per altro verso);

4. la capacità dell’istituzione di selezionare, per sottoporli a discussione, un numero limitato ma rappresentativo di temi;

5. la capacità di tenere un filo costante di continuità fra una riunione e l’altra, dato che l’intervallo è ogni volta di vari mesi; e di mantenere tale continuità anche quando vi siano rotazioni fra i membri del Consiglio.

Il ruolo di presidente di un Consiglio Scientifico deve limitarsi a garantirne il funzionamento, stimolando la discussione e facendone via via risaltare i punti più suscettibili di sviluppo. Nel caso del Louvre, a me pare che l’intesa con il Presidente-Direttore su questi punti sia stata in questi anni ottima, e che si sia tenuto fede a questi principi di funzionalità (ma anche di buon senso).

Il Louvre, per la sua dimensione e varietà, la qualità delle collezioni, il numero dei visitatori, e soprattutto per la sua storia impareggiabile, ha una responsabilità inconsueta, è un Museo-mondo più di qualsiasi altro. Tutto quel che vi accade ha un immediato impatto a livello planetario. È bene esser consapevoli che il Louvre finisce con l’avere sempre (anche senza necessariamente volerlo) un significato esemplare. Basti qui richiamare il film Francophonie di Aleksandr Sokurov (2015), che per riflettere sul significato della memoria culturale sceglie il Louvre come punto privilegiato di osservazione, mescolando le vicende storiche della Seconda guerra mondiale a un immaginario futuro distopico. Perciò al Louvre tutto, anche l’operatività del Consiglio Scientifico, dev’essere pensata con l’ambizione di servire alla sua missione storica di Museo-mondo (o di Museo-modello). E forse è più facile dirlo a chi, come me, non è parte del personale del Museo.

Ciò detto, vorrei aggiungere che in questi anni la costellazione di ricerche compiute nel Museo del Louvre non solo ha continuato e si è accresciuta, ma ha intrapreso quella strada verso un’espressione “corale” che è sempre auspicabile, ma che in un Museo di queste dimensioni (dove ogni Dipartimento è più grande di molti musei importanti) è difficile. E vorrei precisare che per “coralità” in questo senso non intendo solo, come spesso si fa, il versante delle tecnologie dell’informazione (che offre di per sé traguardi necessari ma non sufficienti), ma piuttosto lo spirito di una inter-comunicazione dei vari dipartimenti e delle ricerche che vi si conducono.

Senza poter entrare nel merito di ogni singolo progetto, vorrei rilevare come essi abbiano in comune alcune caratteristiche: che siano innescati da una mostra (come è il caso di Edme Bouchardon) o da ricerche sul territorio (come quelle sulle Colonie greche sul Mar Nero), questi studi si propongono l’ambizioso traguardo di dialogare con la migliore ricerca esterna al Museo, offrendo agli studiosi dei vari campi nuovi materiali di riflessione attraverso la forma del corpus o del catalogo (così le Antichità meroitiche, gli Alabastri francesi, i Vetri veneziani, le Pitture italiane del XVIII secolo, i Manoscritti di Delacroix) e insieme insistendo su problemi di contesto e di provenienza (Ceramica di Susa, Kashi nel Medio Evo). La natura al tempo stesso esplorativa e sistematica di questo approccio è una caratteristica che accomuna queste ricerche, e che anzi si estende anche a quella in certo senso più direttamente “di attualità”, e cioè lo studio sul Valore socio-economico del Louvre sul suo territorio.

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