Domenica

Big Luciano, il tenore che donò al mondo la musica lirica

a dieci anni dalla morte

Big Luciano, il tenore che donò al mondo la musica lirica

Luciano Pavarotti (1935-2007). (Ansa)
Luciano Pavarotti (1935-2007). (Ansa)


Ognuno ha un proprio modo di ricordare chi se ne è andato. Un modo personale, privato, magari anche controcorrente. Così succede che ripensando a Luciano Pavarotti, scomparso dieci anni fa, all’alba del 6 settembre, anziché i momenti trionfali, sorridenti, plateali, riaffiorino le schegge di malinconia e fragilità. Quelle che poi, riflettendosi nella straordinaria voce, le conferivano quella scintilla di dolcezza inquieta. Appaiandosi in perfetto equilibrio a bilanciare le esuberanze positive del tenore, dal sorriso più contagioso, che emanava fiduciosa serenità e che quando spalancava le braccia, per rispondere a un applauso, non diceva col gesto solamente la gioia, ma sembrava con la persona abbracciare il mondo.

Pavarotti era diventato un cantante per le vaste platee. Aveva sovvertito le gerarchie dei generi musicali ed era riuscito a sparigliare anche le caratteristiche dei suoi ascoltatori. Vendere oltre cento milioni di dischi (e Pavarotti continua a tirare il mercato) significa essere andati oltre il giardino recintato dei cosiddetti intenditori, degli specialisti, degli appassionati. Con mossa audace e pericolosa. Infatti, non perdonata. Le famose contestazioni al suo “Don Carlo” all’apertura della Scala, stagione 1992-93, avevano come sfondo anche la censura nei confronti di un cantante che stava sovvertendo determinati ordini prestabiliti. Troppa rabbia, troppa astiosità c’era dietro a quei «buuuu», volti a punire una piccola, umanissima incrinatura su una nota. I punitori calarono sentenziosi il giudizio negativo. Lui, Lucianone, rispose da gran signore: incassò, e non ritornò più alla Scala. A risentirla ora, la registrazione di quella serata, mette i brividi.

Erano passati poco più di trent’anni dai debutti folgoranti, con la “Bohème” che lo consacrò come Rodolfo ideale: a dispetto dei volumi, che certo non rimandavano a una giovinezza affamata e sottile, il suo Rodolfo raccoglieva tutta la giovinezza guardata con occhio retrospettivo da Puccini. Spiegandoci che nell’opera non dovevamo cercare il realismo, bensì tutto quello che nella realtà non c’è. Anche il famoso “vincerò” del tenore, che per tanti anni ci avrebbe accompagnati immancabilmente, in ogni viaggio aereo, diffuso come primo motivo - quando ancora si usava viaggiare mettendo le cuffiette infilate nel bracciolo del sedile - era sì, un trionfo oltre tutti gli ostacoli possibili. Ma non solo questo.

Alla vigilia dell'anniversario, nel Duomo della natia Modena, una “Messa di Requiem” di Verdi, diretta dall’amico Leone Magiera, ricorderà ai concittadini il mitico tenore, figlio di un fornaio che amava cantare, e diplomato maestro di scuola elementare. Figura di un’altra Italia, in bianco e nero, trionfante nel mondo: a New York, il Met lo celebrò per il record delle 379 recite, con successi ininterrotti a partire dal 1968. Il 6 settembre, invece, nei vasti spazi dell’Arena di Verona si terrà il più tradizionale dei concertoni miscellanei, trasmesso in TV, con ospiti eterogenei, dalla classica alla canzone.

Ma chi invece abbia voglia di ricordare appunto in maniera silenziosa e privata “big-Luciano” prenda il suo “Ballo in maschera” e ascolti il suo Riccardo: il senso della perdita, il tempo sospeso, l’invenzione di un luogo immaginario - possibile solo per gli amori impossibili - ricreato sulle note di Verdi dal timbro e dalla parola del tenore, rimangono una creazione assoluta. Che resta per sempre. Viva, al di là di tutti gli anniversari.

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