Domenica

Anne Frank, il fumetto della Memoria

graphic novel. «IL Diario»

Anne Frank, il fumetto della Memoria

Essere visionari è da sempre il modo migliore per raccontare ciò che è stato. La memoria, per essere coltivata, esige immaginazione. Non basta documentarsi. E non serve guardarsi indietro, schivando rimpianti. Tutto il contrario. Uno degli esempi più alti di questo approccio alla memoria arriva dalla testimonianza preveggente di una adolescente inghiottita dai demoni della Storia. Il suo nome lo conosciamo tutti, anche se lo scopriamo a scuola, in una fase della vita (l’adolescenza appunto) che sovente non ci prepara ad accogliere, con la giusta dose di distacco, l’abisso e la leggerezza delle cose radicali.

Anne Frank, tra il 12 giugno del 1942 e il 1° agosto del 1944 (il celebre giorno dell’insurrezione di Varsavia), ha composto un diario su un piccolo quaderno bianco e rosso, in un nascondiglio e in clandestinità; lettere intime che sono diventate un manifesto universale di resilienza. Ora, nel settantesimo anniversario dalla prima pubblicazione del Diario e a settantatré anni esatti dal giorno in cui una bambina affamata di vita e di futuro arrivò ad Auschwitz (dopo la soffiata di Willem van Mareen, magazziniere, divenuto poi un archetipo del delatore), arriva in libreria “Anne Frank - Diario”, capolavoro visionario e al tempo filologico di David Polonsky e Ari Folman.

Se ne prende cura la celebre collana Einaudi Tascabili, rappresentata dallo struzzo (Bobbio diceva: «È uno struzzo, quello di Einaudi, che non ha mai messo la testa sotto la sabbia») disegnato da Picasso ad Antibes per il fondatore della casa editrice. Ne avrebbe certamente amato i tratti, questa esile adolescente che nacque e morì dove la storia e la geografia si allearono per dare corpo all’idea di inferno. Gli autori, durante l’anteprima mondiale dell’opera (ieri alla Maison de la Poésie di Parigi, presentati dall’editore Calmann-Lévy che cura l’edizione francese), raccontano come nasce il progetto, fortemente voluto già nel 2009 dalla Anne Frank Fonds di Basilea; dopo un rifiuto iniziale da parte di Folman, impostogli dal timore di poter tradire in qualche modo il celebre Diario, l’opera prende lentamente corpo, con un approccio laico, addirittura disvelando momenti di pura ironia («un omaggio alla famiglia Frank»), mondato da ogni possibile cliché o approccio sacrale, assenti certo già nel Diario, ma sempre in agguato laddove le ferite non appaiono ricomponibili, come nel caso dell’Olocausto; l’opera prende dunque forma, semplicemente; «Ho guardato i miei figli, la loro vita online, i loro benefits, e ho capito che i nostri figli devono ricominciare a consumare storie».

Ari Folman (col microfono) e David Polonsky (primo a destra) durante la presentazione del libro (foto di Riccardo Piaggio)

Gli autori procedono per sottrazione («ogni quaranta pagine del Diario, ne uscivano dieci del graphic novel») e contemporaneamente con un approccio “aumentato”, grazie a dispositivi visivi che colpiscono per forza emotiva e chiarezza narrativa. Folman ha scelto con cura dal Diario ogni parola che potesse dare potenza alle illustrazioni, che a loro volta sono intimamente al servizio della testimonianza originale di Anne Frank. Esiste una linea sottile che lega il graphic novel alla lettura dei Diari, che Folman e Polonsky hanno ricucito trovando il punto di equilibrio tra espressione e comprensione, tra emozione e documentazione.

«La seconda lettura, da adulto, mi ha scioccato per qualità dello sguardo e della scrittura», dice Folman, «ogni dettaglio, descrizione ed emozione mi sono apparsi come qualcosa di sensazionale». Nel suo Diario, universale come solo ciò che è intimo e privo di compromessi può davvero essere, Anne Frank fa qualcosa di ordinario in una situazione straordinaria, trasformando poi in straordinario, attraverso il dialogo con Kitty (questo il nome che Anne dà al suo giornale), un flusso di azioni, intuizioni e sentimenti tipici di una bambina pronta a scoprire il mondo.

Apolide dall’età di sei anni (nacque cittadina tedesca), Anne Frank ha lasciato frammenti di grande laicità emotiva, che letti oggi appaiono addirittura terapeutici: «è un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo». Annelies Marie Frank muore di tifo a Bergen-Belsen, dopo essere sopravvissuta all’anus mundi di Auschwitz-Birkenau, a poche settimane (non è chiaro se a fine febbraio o il 31 marzo, la data canonica) dalla liberazione del campo il 15 aprile 1945.

Ari Folman: «Nel Diario una grande qualità di scrittura»

David Polonsky, illustratore di immagini in movimento e Ari Folman, filmaker e sceneggiatore, nel 2008 avevano già dato vita, il primo come art director, il secondo come autore e regista, ad un’opera che ha inaugurato un genere, nel cinema come in letteratura: “Valzer con Bashir” (candidato all'Oscar dopo il passaggio da Cannes, un Prix César e un Golden Globe), psicodramma visionario in cui Folman pone in scena se stesso, mettendo in gioco paure nascoste e memoria, sullo sfondo del Massacro di Sabra e Shatila del 1982 ad opera delle falangi libanesi; fu quella la folle risposta all’assassinio del leader Bashir Gemayel.

Un’opera totale, perché “Valzer con Bashir” è un film di animazione e allo stesso tempo cinema del reale, esperimento neuropsicologico, essai sul Medio Oriente e manifesto contro la guerra. Polonsky è nato cittadino sovietico a Kiev, Folman (i cui genitori, ebrei polacchi, sono sopravvissuti ad Auschwitz), ad Haifa; entrambi vivono, progettando storie universali, tra Gerusalemme e Tel Aviv, luoghi in cui la memoria ansima, chiedendo il conto a ciascuno, ogni singolo giorno.

In calce al volume, gli autori ricordano le parole dello storico dell’Olocausto Alvin Rosenfeld: «Per la maggior parte delle persone, il periodo nazista è personificato nella figura di Anne Frank più che in qualunque altra, ad eccezione forse dello stesso Hitler». È la nemesi del destino. A salvare Primo Levi ad Auschwitz fu principalmente «il desiderio di raccontare», l'esigenza di dare un nome alle cose e alle emozioni. Solo dopo, possiamo cominciare a ricordare: «La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni». Ecco a cosa servono memoria e immaginazione; l’una a ricordarci che, nel mare dell'esistenza, quei rottami che danzano sulla schiuma siamo noi; l’altra a cavalcare i demoni della storia, le sue banalità e i suoi orrori: «Sono stata sovente abbattuta, ma mai disperata; considero questa vita clandestina come un’avventura pericolosa, ma romantica e interessante».
r.piaggio1@me.com

Ari Folman, David Polonsky, «Anne Frank - Diario», Einaudi, Super ET, traduzione di Laura Pignatti e Elisabetta Spediacci, pagg. 150, € 15. In uscita il 15 settembre

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