Domenica

Si sta meglio a scuola o in vacanza?

filosofia minima. Compiti a casa sì o no

Si sta meglio a scuola o in vacanza?

«O maestro, perdona la semplice scolaresca. / (…) Le giornate limpide sono calde a causa del solleone / e luglio infuocato cuoce la messe bruciata / (…): le crudeli bacchette, scettri degli insegnanti, / si riposino e dormano fino alle Idi d’ottobre: / in estate i ragazzi, se sono in salute, imparano abbastanza». Già all’epoca di Marziale (I sec. d. C.) si imploravano gli insegnanti affinché lasciassero in pace gli studenti durante le vacanze estive, non assegnando troppi compiti a casa.

Presto gli scolari italiani torneranno sui banchi e - se anche non verranno fisicamente “bacchettati” come il povero poeta Orazio dal suo plagosus («che infligge piaghe») maestro Orbilio -, sicuramente ascolteranno i rimbrotti dei loro docenti quando questi scopriranno che non tutti i compiti per le vacanze sono stati fatti. Ma siamo proprio sicuri che, anche se non sono stati diligenti fino in fondo, i ragazzi non hanno imparato nulla? Si tratta di intedere bene il ruolo che la vacanza può svolgere all’interno del sistema scolastico e pedagogico. In questo ci può aiutare l’etimologia.

Vacatio significa “esenzione”, “esser liberi”, e la vacanza va intesa in tal senso, come una “liberazione” dalle pratiche spesso nozionistiche e mnemoniche - anch’esse utili, a tempo debito - che connotano la prassi scolastica normale. È la stessa parola “scuola” a richiamare ciò che gli antichi greci definivano scholé e poi i latini tradussero con otium, ovvero quella libertà dagli impegni e dai doveri sociali che induce l’individuo alla riflessione interiore e quindi alla vera scoperta di sé, il nosce te ipsum che è principio fondamentale di ogni buona filosofia e base necessaria per la virtù. Lo raccomanda il pedagogo romano Quintiliano, rimarcando anche il fatto che la formazione del ragazzo continua a casa, sotto lo stimolo offerto dai genitori. E lo sottolinea anche Seneca, quando, nel suo intento pedagogico rivolto al giovane Lucilio, parla della vacatio come di una vera e propria costruzione di se stessi: «se formare, sibi vindicare, se facere» (formare, riscattare, edificare se stessi).

Cesare Catà, nel suo libretto “ribelle” intitolato Sognate la vostra vita. Compiti per l’estate (il melangolo), immagina una scuola forse un po’ utopistica - ma è un’utopia di cui c’è enorme bisogno in questo momento -, in cui i docenti trasmettano, oltre e più che un insieme di nozioni, l’amore per la conoscenza e la curiosità, il desiderio di sapere (unito a una sana cusaniana «dotta ignoranza» basata sul «sapere di non sapere»), e la phìlo-sophìa appunto: perché uno studente infelice non imparerà mai niente, e di sicuro non farà i compiti a casa.

(Agf)

L’interruzione della vacanza estiva è allora un momento importantissimo. È quell’assenza necessaria della voce del docente che, se questi è stato efficace, risuonerà ancora più forte della sua stessa voce, allorché nella mente del singolo ragazzo dovranno sbocciare una curiosità, un desiderio di approfondimento, una passione che saranno solamente suoi. L’estate, dunque, per lo studente potrebbe addirittura diventare il periodo più proficuo di formazione, in cui si sedimenta quanto di positivo ha seminato il lavoro dell’insegnante: se è vero che l’insegnare è un «lasciare un segno» profondo, che l’educare è un «tirar fuori il meglio di una persona», due azioni più importanti del semplice istruire, l’«edificare» l’individuo.

I nostri studenti hanno bisogno di questa vacatio filosofica, perché sono - oltre che frastornati dal cicaleccio continuo dei social media - oberati di impegni, di obblighi imposti dalla società che li vuole poliglotti, supersportivi, viaggiatori, dotati di curriculum lavorativo già al liceo, dediti a tutte quelle attività ritenute ormai necessarie per essere considerati degli individui “eccellenti”. E se invece, durante le ferie estive, trovassero anche un po’ di tempo per coltivare la vacatio che, come riteneva anche Nietzsche, è fondamentale per sviluppare la creatività?

Il libretto di Catà si limita semplicemente a suggerire alcune letture, ma soprattutto sollecita piccole riflessioni, suggerisce passeggiate nella natura, “istiga” a immaginare o semplicemente a sognare la propria vita futura. «La vacanza, infatti, è il tacere dell’insegnamento. Ma tale tacere è il vero inizio dell’insegnare, perché è lo spazio dell’inatteso. Insegnando, lavori sul futuro, forgiando caratteri ancora inespressi; sei un fabbro dell’invisibile. Devi sempre avere a mente un ragazzo che si sveglia, in un mattino d’estate, e realizza che quel giorno non c’è scuola. E si chiede che ne farà della sua giornata. La vita gli porrà continuamente, e in modi tremendi, questa domanda radicale. Per questo è utile esercitarsi a trovare risposte».

E la risposta può anche venire improvvisa, preventiva, spontanea come quella di Licia - sì la bambina che ci ha suggerito il nome del nostro supplemento «C’è qualcuno che sa leggere?», che presto interromperà la sua vacatio - che di punto in bianco, due settimane fa, una mattina, nel pieno di una vacanza in cui si stava (parole sue) «divertendo come una pazza», se ne è uscita con la frase: «L’unica cosa che mi dispiace è che non è già iniziata la scuola».

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