Domenica

Con l’Ermafrodito del Panormita l’Umanesimo riscoprì…

Scienza e Filosofia

Con l’Ermafrodito del Panormita l’Umanesimo riscoprì l’erotismo

I lettori della Domenica avranno notato la continuità con cui stiamo insistendo nel fornire, cogliendo ogni occasione propizia, una visione storicamente corretta dell’Umanesimo e del Rinascimento e dei suoi valori di fondo, con interventi, tra gli altri, di Gabriele Pedullà, Alessandro Pagnini, Lorenzo Tomasin, Lucio Russo, Claudio Giunta (di cui è in uscita per il Mulino, su questi temi, E se non fosse la buona battaglia?). È infatti all’Umanesimo quattrocentesco e alla sua devozione filologica per i classici antichi greci e latini che si deve la fondazione e l’edificazione della cultura moderna, ma non solo in quell’evidente manifestazione estetica che è il classicismo, bensì anche in quella componente etica essenziale nella quale noi ci riconosciamo, ovvero il valore della laicità. All’arte quattrocentesca e cinquecentesca è spettato il compito arduo, e insieme affascinante, di tornare a rappresentare, senza più le remore moralistiche che erano state del Medioevo, l’esperienza della vita umana in tutti i suoi aspetti essenziali: perché in fondo a questo la poesia e la letteratura servono, a creare sulla pagina una realtà né vera né falsa – come direbbe Aristotele – ma capace di catturare la nostra immaginazione e proiettarci empaticamente in una finzione che ci fa vivere vite e mondi completamente diversi dai nostri. Il che poi si riverbera sulla vita reale, e sulla domanda socratica cui ogni essere umano deve cercare di rispondere su «come uno deve vivere». Uno nel senso di un individuo concreto, alle prese anche con gli aspetti più intimi della propria esistenza. Non deve stupire dunque che, nel primo quarto del XV secolo, quando inizia l’aurea tradizione della letteratura umanistica in lingua latina, quando imperversano le dispute accademico-filologiche sull’imitazione dei classici antichi – si pensi a quella più tarda tra il Poliziano e il Cortese -, qualcuno non manca di comporre versi latini erotici di un’inimitabile e raffinatissima sconcezza. Si tratta di un intellettuale di corte, Antonio Beccadelli, detto il Panormita perché nato a Palermo, che prima di diventare definitivamente cortigiano presso la corte di Alfonso V d’Aragona e acerrimo nemico del filologo Lorenzo Valla anch’egli ingaggiato dal sovrano, si fermò per qualche tempo a Firenze e compose un florilegio di poesie latine piuttosto osé dedicate nientemeno che a Cosimo de’ Medici. Si intitola, significativamente, Ermafrodito, per i suoi contenuti erotici molto spinti che fanno riferimento a ogni genere di sessualità, etero e omo, praticata dai personaggi protagonisti di questi versi pieni di ironia e sfacciataggine: aneddoti di mariti cornuti, di donne lascive – tra le quali campeggia donna Orsa -, di pederasti e uomini sempre in cerca di ragazzi; ma non fanno eccezione riferimenti a personalità di spicco della cultura dell’epoca, come Leon Battista Alberti, dedicatario di alcuni versi. L’edizione proposta da Einaudi nella Collezione di poesia (pagg. 202, € 15), con il testo originale e a fronte la traduzione di Nicola Gardini, è di gradevolissima lettura. Gardini rende in modo efficace il distico elegiaco latino (un esametro seguìto da un pentametro) con un doppio settenario e un endecasillabo. La figura di Ermafrodito, il fanciullo fusosi con la ninfa Salmace in una creatura dotata degli organi sessuali di entrambi i generi, di cui si parla nelle Metamorfosi di Ovidio, generava un’ossessiva curiosità già nel Quattrocento, ben prima che venisse alla luce la celebre scultura classica oggi conservata a Palazzo Massimo a Roma. I versi proposti dal Panormita sono un capovolgimento del tema della Donna angelicata e del servaggio d’amore, allora tanto in voga, sono l’altra faccia della medaglia dell’amor platonico che verrà celebrato nel dialogo Gli Asolani di Pietro Bembo o nel De Amore di Marsilio Ficino. La cultura del Rinascimento italiano, si sa, si proietterà in una realtà idealizzata di fattura platonica, ma non dimenticherà di raccontare anche in maniera realistica l’uomo: l’amore spirituale, di cui Pausania tesse le lodi nel Simposio di Platone, ha un corrispettivo carnale ed è questo che interessa al nostro poeta palermitano. In molti apprezzarono l’esperimento, ma ci furono anche i detrattori, come il frate francescano Bernardino da Siena che mise al rogo l’opera, e fu così che Beccadelli fu costretto a scrivere pubbliche pagine apologetiche. Si difende affermando che la sua è un’opera puramente letteraria, che la sua vita non può essere giudicata dalle finzioni contenute nelle sue pagine – «Oddo sostiene che la mia vita è impudica: / il fesso giudica me dai miei scritti. / Di certo non ha letto gli amori di Catullo» -, e che infine egli non ha fatto altro, da buon umanista, che celebrare l’immensa tradizione di versi erotici del mondo antico, soprattutto romano: Catullo, Properzio, Tibullo, Ovidio, Marziale, Apuleio. Soltanto persone incolte e stupidamente moraliste non riconoscerebbero i riferimenti più che espliciti a Catullo – a partire dalla citazione del celebre termine mentula (vale a dire, minchia) – o a Marziale e alla sua dichiarazione programmatica lasciva est nobis pagina, vita proba (la mia letteratura è lasciva, ma la mia vita onesta); o, ancora la celebrazione della tradizione dell’epigramma, con la sua giocosa mordacità e il suo finale a sorpresa (fulmen in clausula) che strappa una risata al lettore, come è evidente in questi versi che capovolgono scherzosamente il tema della grazia femminile: «Negli occhi d’Alda misero casa le Grazie e Venere / sul suo labbro Cupido stesso ride. / Non piscia, ma pisciasse lei piscerebbe balsami; / e cacasse, lei cacherebbe viole». L’arte ha il compito di raccontare la vita umana in modo laico, senza moralismi, perché il moralismo ne uccide la sincerità. La letteratura erotica rappresenta un aspetto essenziale del vivere umano, il sesso, che ha però sempre ingenerato reazioni imbarazzate e moralistiche in tutte le culture: dall’età augustea, in cui una legge puniva l’adulterio e un poeta come Ovidio veniva messo al bando, fino alla futura età della Controriforma, quando il castissimo Torquato Tasso sogna, in un coro del suo dramma Aminta, un’età dell’oro della totale libertà sessuale, dove è assente il pudore e l’unica legge in vigore è quella del s’ei piace, ei lice. Come sostiene Gardini, dunque, «la sconcezza non va presa per pornografia. È letteratura. Tanta immonda attività emana da altrui libri; prima che recitazione di un privato presente, è citazione (…). Ma la storia della poesia latina quattrocentesca comincia a costituirsi proprio da qui, nell’Ermafrodito, in questo bislacco capolavoro corpolalico».

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