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Amenofi II, faraone atletico

Arte

Amenofi II, faraone atletico

  • –Paolo Matthiae

Il fascino insuperabile della civiltà dell’Egitto faraonico rivive nella bella, sofisticata e documentatissima mostra sulla tomba reale di Amenofi II allestita a Milano al Museo delle Culture con la collaborazione del Gruppo 24 Ore Cultura. Mostra che è anche un evento, in quanto, come spesso non accade più, non solo in essa si possono ammirare capolavori artistici della fase centrale della gloriosa e splendida XVIII Dinastia del Nuovo Regno, ma, ad un tempo, vi si ricostruisce la vita di quella sfarzosa età imperiale e, soprattutto, vi si ritrovano numerose e dettagliate testimonianze della sua scoperta, rimaste a lungo inedite.

La tomba di Amenofi II, KV 35 della Valle dei Re nella Tebe occidentale, è forse la più celebre tomba faraonica tebana dopo la Tomba di Tutankhamon scoperta nel 1922 da Howard Carter, perché ebbe una sorte particolarissima qualche secolo dopo la morte del faraone avvenuta nel 1401. Essa venne, infatti, riutilizzata negli anni attorno al 1000 a.C., come nascondiglio per restituire un sereno riposo in un luogo sicuro alle salme mummificate di una quindicina di alcuni dei più famosi sovrani e di loro stretti congiunti della XVIII, XIX e XX dinastia del Nuovo Regno, il periodo di massimo splendore della civiltà egizia, i cui sepolcri originari erano stati profanati e saccheggiati nei decenni precedenti.

Quando la tomba di Amenofi II fu scoperta, nel marzo del 1898, da Victor Loret, era già avvenuto nel 1881 che in un nascondiglio ricavato nella parete rocciosa della poco distante Deir el-Bahri, erano state ritrovate da Gaston Maspero oltre cinquanta mummie di faraoni delle due maggiori dinastie del Nuovo Regno, tra le quali quelle di sovrani famosissimi, quali Thutmosi III e Ramesse II. Nella tomba di Amenofi II, che al momento della scoperta giaceva ancora nel suo sarcofago come non accadde mai per tutti gli altri re, tranne ovviamente Tutankhamon, per i saccheggi, gli sconvolgimenti e le nuove sepolture in cui incorsero tutti gli altri faraoni del Nuovo Regno, furono recuperate le mummie di altri celebri sovrani. Tra gli altri, Amenofi III, l’autore con Ramesse II della più straordinaria monumentalizzazione dell’architettura faraonica, Hatshepsut, la regina faraone per cui il suo geniale architetto Senenmut eresse lo spettacolare tempio funerario di Deir el-Bahri, e Ramesse III, l’ultimo dei grandi faraoni guerrieri che si vantò di aver respinto, in un epico scontro alla foce del Nilo, l’attacco dei «Popoli del Mare» di cui probabilmente la mitologia greca serbava il ricordo nei ritorni interrotti degli eroi achei reduci da Troia.

Le personalità individuali dei faraoni sono, in generale, di assai disagevole individuazione per la difficoltà di discernere, nella documentazione epigrafica contemporanea delle iscrizioni ufficiali reali e delle iscrizioni delle tombe dei loro funzionari, cortigiani e sacerdoti, tra gli elementi topici della tradizione e quelli specifici dei singoli regnanti. Malgrado queste difficoltà, il caso di Amenofi II è unico forse in tutta la storia egizia, per l’emergere ripetuto di una personalità segnata da una particolare eccellenza nelle attività atletiche, che andavano dal tiro con l’arco all’equitazione, dal remeggio alla corsa. Figlio di un grande faraone conquistatore, Thutmosi III, colui che definitivamente consolidò l’impero asiatico dei faraoni del Nuovo Regno, e secondo erede designato a succedergli sul trono dopo la prematura morte del fratellastro Amenemhat morto in giovane età, fu incitato dall’illustre e impareggiabile genitore a domare destrieri di razza per divenire certo a sua volta un condottiero valoroso, sfidò i suoi stessi cortigiani a misurarsi con lui nella destrezza del maneggio dell’arco, di cui uno splendido esemplare è stato trovato nel suo stesso sepolcro, si distinse come timoniere insuperabile in battelli con decine di vogatori e non aveva rivali nella corsa, primeggiando sempre con un fisico splendidamente sviluppato e ignorando ogni “brama del corpo”, espressione che fa riferimento al rischio cui un giovane principe prestante poteva soggiacere di licenziosità e dissolutezza.

Rispetto alle molte trionfali spedizioni in Siria del padre contro l’impero rivale di Mittani, attaccato fin oltre l’Eufrate, tuttavia, Amenofi II, salito al trono diciottenne, dopo una breve coreggenza, e sul trono rimasto per ventisei anni, condusse solo agli inizi del regno tre campagne militari in Asia, di diversa portata: una spedizione punitiva nella Siria centrale nell’area di Qadesh, che avrebbe visto più tardi le incerte ma celebratissime imprese di Ramesse II, una lunga campagna nella Siria settentrionale probabilmente ancora più a nord dimostrativa della perdurante volontà dell’Egitto di mantenere il controllo dei suoi domini asiatici e una minore azione più a sud nel paese di Canaan, nella Palestina settentrionale, per mantenere il controllo del territorio straniero. Assai meno clamorose delle imprese militari del grande predecessore, le spedizioni asiatiche di Amenofi II, con le non insolite impiccagioni dei ribelli a Tebe e presso Napata, rispettivamente nella capitale e all’estrema periferia dell’estensione nubiana dell’impero, presso la quarta cateratta del Nilo, dovettero avere gli effetti programmati di riaffermazione della potenza militare dell’Egitto, se è veritiera la notizia, contenuta in una stele eretta a Menfi, che i re di Mittani, degli Hittitti e di Babilonia, i “Grandi Re” della successiva corrispondenza diplomatica di Amarna, si affrettarono a riconoscere il domino dei faraoni su un’ampia parte della Siria-Palestina. L’efficacia dell’azione politica e militare di Amenofi II sembra certa, se la seconda parte del regno fu un periodo di pace, che si prolungò per decenni sotto i regni dei successori Thutmosi IV e Amenofi III, fino alle gravi turbolenze nei territori asiatici che afflissero il regno di Amenofi IV/Akhenaton, il grande protagonista dell’eresia monoteista di Amarna.

Nella sterminata produzione della statuaria faraonica, che non ha paragoni nell’antichità per la rappresentazione del potere, di Amenofi II sono conservate un centinaio di statue, che hanno la particolarità, rara, di un contesto di ritrovamento noto per quasi due terzi. La maggioranza di esse appartengono allo stile thutmoside, inaugurato dal fondatore dell’impero d’Asia, Thutmosi I, e diffuso largamente da Thitmosi III, ma una serie di quasi impercettibili varianti in quelle che devono appartenere alla fine del regno del faraone preannunciano un cambiamento nella suggestiva storia del ritratto faraonico. I volti sereni dai caratteri fortemente ideali dei suoi illustri predecessori subiscono una singolare mutazione verso un’espressione dolce e sensibile, che in qualche modo contrasta con la corporatura atletica che gli artisti, per lo più tebani, non mancarono di conferire alle immagini del sovrano conformemente all’esaltazione delle sue doti fisiche descritte nei testi.

Se la mostra milanese, oltre ad esporre una quantità di reperti, provenienti, tra l’altro, dai Musei del Cairo, di Leida, di Vienna, oltre che dalle collezioni storiche italiane, che documentano efficacemente sia la vita del faraone che quella dei suoi cortigiani, cui appartengono tombe della necropoli tebana di particolare valore artistico, ha un significato documentario e scientifico particolarissimo, questo dipende dall’intenso impegno profuso dalla cattedra di Egittologia dell’Università Statale di Milano da parecchi anni nell’acquisire fondamentali archivi di importanti egittologi europei che contengono numerosissimi documenti inediti delle loro ricerche. Così, gli archivi di Alexandre Varille, giunti alla Statale nel 2002, comprendono tutte le note di scavo, mai prima pubblicate, del Loret relative, tra l’altro, alla scoperta della tomba di Amenofi II. L’edizione di questi preziosi giornali di scavo nel 2004 ad opera di Patrizia Piacentini, titolare della cattedra milanese, e di Christian Orsenigo, che sono i brillanti curatori della mostra del Museo delle Culture, è alla base di questa iniziativa espositiva, che ha avuto l’entusiastica adesione del Museo del Cairo e delle massime autorità culturali egiziane.

Una mostra frutto di un’eccellente collaborazione internazionale, corredata da ricostruzioni multimediali convincenti e illustrata da un catalogo esemplare, agile e denso al tempo stesso: semplicemente da non perdere.

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