Domenica

Cassandre della democrazia

(none)

Cassandre della democrazia

  • –Wole Soyinka

Il mito è insieme oggettivo e soggettivo, senza tempo eppure incline alla specificità. Quelli che, soprattutto in base a un’ideologia dottrinaria, respingono la creazione di miti perché non dialettica, semplicemente non si sono presi la briga di studiare le dinamiche interne del mito, o la sua relatività elastica al presente che abitiamo, qualunque esso sia. Resta comunque il fatto che spesso gli eventi scatenano dei passaggi mitici nella coscienza individuale e collettiva – come riferimento per parallelismi, ma anche per il ripudio o l’approvazione, al punto che la realtà presume perfino di appropriarsi del mito, se non altro per contestarlo. L’evento internazionale più avvincente di questi ultimi tempi – le elezioni presidenziali in America, non avevano ancora preso avvio, quando è stato proposto il tema di questo incontro e, guarda caso, lo spettro di Cassandra aveva già preso posizione per lamentare i riti di posa delle fondamenta di nuovi muri che avrebbero segnato il paesaggio mondiale, a partire dal Messico! Tale è la capacità duratura della figlia di Priamo, dalla lingua carica di Verità, il cui tragico onere è presagire, ma non essere mai creduta.

Il tratto tristemente minimizzato di questa eterna profetessa è il suo rifiuto di lasciarsi paralizzare dal gelo dello sdegnoso disprezzo che le veniva rivolto dagli irremovibili beninformati, i professionisti del bene comune. Alle porte di Troia, di fronte allo scetticismo dei cittadini, accompagnata da «imprecazioni, insulti e altre forme di umiliazione verbale, tra cui l’accusa di follia», Cassandra afferrò una scure e una torcia e corse fuori dalle mura per attaccare la fonte del pericolo, il cavallo di Troia. Venne fermata, con grande sollievo dei soldati greci nascosti al suo interno, che continuarono ad attendere pazienti fino all’ora della distruzione. Sbagliarono su un’ipotesi, sia chiaro. Come faceva quella donna a sapere che erano nascosti all’interno del cavallo? Secondo la leggenda, si diedero molto da fare per cercare di scoprirlo. Be’, è possibile che fosse andata a fare una passeggiava in spiaggia e avesse notato delle attività sospette. Ma è poco probabile. Un indizio così fisico l’avrebbe fatta tornare di corsa dentro le mura in cerca dell’alloggio del comandante locale, l’avrebbe indotta ad avvisarlo del pericolo, prima di procedere verso il tempio di Atena per chiedere la sua protezione divina su Troia.

No, Cassandra si è limitata ad ascoltare la lingua di quel cavallo muto, le sue emanazioni sospette, il tempismo di quella strana donazione e – ha ascoltato il silenzio inquietante del campo ormai abbandonato all’indomani della battaglia. Ha ascoltato tutto, e lo ha decodificato senza alcuno sforzo. Niente di più mistico. Quella è una lingua udibile in qualsiasi ambiente, perfino nelle circostanze più rumorose – se non nell’immediato, almeno in un secondo momento, nella sincerità della contemplazione. L’umanità ha la capacità di imparare ad ascoltarla regolarmente, nelle attività più banali. Per chi ci riesce, a volte quella lingua diventa talmente stridente, che ci si può solo stupire del fatto che gli altri non siano assordati da tanto clamore.

Ho la necessità impellente di demistificare la sociologia dell’impulso interventista dell’uomo, missione che realizzo subito nei seguenti stereotipi: tutti gli esseri umani – individui e gruppi, in qualsivoglia definizione – sviluppano aree diverse di interesse e abitano una molteplicità di realtà ambientali. Noi generiamo la nostra esistenza in geografie spesso contrastanti e veniamo formati da storie diverse. Alcune di quelle storie si sono incrociate in condizioni ostili e reciprocamente distruttive, altre in condizioni salutari e favorevoli. Siamo chiaramente battuti da venti diversi in climi diversi… e così via. Non sorprende se siamo spinti ad agire da bisogni e da desideri diversi. Tuttavia troviamo anche corrispondenze, perfino tra grandi distanze e all’interno di quelle stesse differenze, che ci permettono di empatizzare con “quelle relazioni distanti e diverse” dell’estesa famiglia umana. È un dato di fatto che alcuni diano per scontato cose per cui altri si angustiano, i primi incapaci di immaginare ciò a cui sono sottoposti questi ultimi nell’ordine quotidiano della sopravvivenza. Quello che per alcuni appare come un fatto benevolo, per altri potrebbe essere il segno di un’imminente catastrofe. Credo sia questo il valore dell’incontro tra entità formatesi eterogeneamente. L’aspettativa, seppure inespressa, è che perfino l’universale possa derivare dal personale, l’oggettivo dal soggettivo – o, quanto meno, trovare una relazione in luoghi dove meno ci si aspetta.

Gli abitanti del Gambia sono appena stati liberati da un dittatore particolarmente repellente, il cui passatempo annuale preferito era declamare retorica nazionalistica nell’aula dell’Assemblea Generale dell’ONU e ritirarsi pretenziosamente dalle organizzazioni internazionali, col pretesto di un’imposizione dei governi potenti alle nazioni africane. Come sempre, non c’è dichiarazione proveniente dall’interno di quella cittadella sacra, per quanto grottesca possa apparire, che non sia del tutto priva di un fondamento minimo di verità. Per molti di noi, tuttavia, la domanda che persiste è questa: quali erano le reali motivazioni di quel “personaggio” africano? La genuina difesa dei diritti di popolazioni meno potenti e marginalizzate? O addirittura, di nazioni – c’è una differenza. Oppure, come è da prevedere, al mondo viene offerto uno stratagemma banale e sgradevole per sviare l’attenzione da crimini contro il suo stesso popolo? Crimini contro l’umanità che avevano debolmente cominciato a trapelare fino ai corridoi di quella cittadella di contraddizioni? Un’ostentazione melodrammatica di vesti bianche cooptate cinicamente come simbolo di purezza?

Da quella minuscola enclave turistica, il nostro dittatore è riuscito a instaurare un regime di terrore di proporzioni inverse alla sua dimensione o produttività, una routine feudale di imprigionamenti arbitrari, di torture e di eliminazione dell’opposizione politica, reale o immaginaria, attraverso la poderosa amministrazione di allucinogeni in prove di presunta stregoneria. Ma non le hanno forse mostrate di continuo le gesta decadenti dei predatori di potere del continente africano? Che bisogno c’è allora di predizioni, quando esiste un’abbondanza di precedenti? La lezione di Cassandra è perennemente al lavoro, ma la virtù dell’ascolto e la responsabilità delle azioni correttive si sono modificate, forse perfino imbastardite.

I macellai e i torturatori del mondo continuano a essere assecondati. Perfino oggi, si stanno avvicinando tra loro, per consolidare le loro nuove risposte alla crescente complessità dell’elettorato africano. La nostra risposta a questo, per non essere presi in contropiede nella danza macabra delle conventicole del potere, risiede in quel proverbio yoruba, K’okunrin r’ejo, k’obinrin pa, a ni k’ejo sa ti ku. (Che importa se è l’uomo che vede il serpente, ma è la donna che lo uccide? L’importante è che il serpente venga ucciso!) Lasciamo che le corti di giustizia internazionale vengano collocate e amministrate in Ucraina, a L’Aia, ad Arusha o a Essaouira, nel Polo Nord o a Timor Est, ciò che conta è che i crimini dei potenti vengano puniti. Gli Yahya Jammeh* del mondo non dovrebbero essere lasciati liberi di generare nuovi emulatori e mostri di impunità. Il semplice esilio non basta, specialmente un esilio nello stile suntuoso a cui il potere li ha abituati. Non bisogna permettergli di godere della pace della libertà e della dignità che hanno negato ai propri cittadini.

– Premio Nobel per la Letteratura 1986

Traduzione di Laura Pagliara

©wolesoynka2017